All’Antica Trattoria Braghieri, la spugnolata che sorpresa!

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Percorrendo la via Emilia in direzione Castel San Giovanni, girando a destra al semaforo di Rottofreno e seguendo le indicazioni per Centora si raggiunge l’Antica Trattoria Braghieri, locale storico che ha ormai superato il centinaio d’anni. Oltre il classico atrio da locanda di altri tempi, con bancone da bar, arredi in legno e un frigorifero storico della Coca-Cola (datato 1960 e ancora funzionante), le sale sono due: entrambe spartane ma di allestimento caloroso e casalingo, dedicate una al pranzo dei lavoratori, l’altra a chi sceglie invece il menù alla carta.

 La cucina e il servizio, a gestione esclusivamente femminile, propongono un menù detto a voce, quasi immutabile, che solo gli avventori occasionali ormai chiedono, e dunque il momento dell’ordinazione si trasforma spesso in una piacevole chiacchiera, sapendo inevitabilmente già dove si andrà a parare. Per antipasto l’irrinunciabile carpaccio di manzo con salsa tartara, fatta probabilmente con prezzemolo, limone, olio e acciuga, ma di cui la ricetta rimane segreta. Insieme anche alla salsa campagnola: base maionese, cipolline in agrodolce, tonno e capperi; quest’ultima da mangiare con il pane o direttamente a cucchiaiate dalla ciotolina, sempre troppo piccola rispetto alla dipendenza che rischia di creare. Per poi arrivare ai primi, con il piatto che ha reso famoso questo luogo, la spugnolata. Un piatto ricco, incrocio tra lasagna e nidi di rondine: sfoglia sottilissima, tra strati di besciamella, formaggio e prosciutto cotto, con un ricco sugo di funghi in accompagnamento; lo stesso che può trovarsi sui tortelli, anch’essi di buona fattura. Nei secondi il protagonista indiscusso è lo stracotto di asinina, che può essere accompagnato dalla classica polenta, ma meritevoli di menzione sono anche la coppa di maiale al barolo così come i guancialini di manzo o l’arrosto di vitellone.

Nessuna materia prima è lasciata al caso, come può notarsi anche nei contorni più semplici come la verdura cruda, servita condita con l’aceto di produzione propria; un’attenzione ai particolari che si tramanda di generazione in generazione, con la terza e attuale rappresentata dalla cuoca Floriana, che da ex insegnante di matematica ha deciso di dedicare anima e corpo alla locanda che il nonno aprì nel 1921. Da sempre in località Centora, inizialmente non si chiamava con il nome di famiglia: “mio nonno aveva vent’anni quando l’ha aperta, allora la maggiore età era a ventuno” mi spiega Floriana, che mi racconta anche come la trattoria abbia cambiato alcune sedi, sempre all’interno del piccolo abitato, prima di trovare quella attuale, che dura dal 1958.

Il vino, da buona osteria di campagna, è quello della casa, sebbene su richiesta si possa avere una lista scritta a mano con alcune bottiglie del territorio e qualcosa di nazionale, niente di trascendentale ma comunque una buona scelta. I dolci, infine, sono i grandi classici, tutti fatti rigorosamente in casa: sbrisolona con zabaione, tiramisù, crostate e la mattonella semifreddo: torroncino, crema e caffè, tanto retrò quanto accogliente nel suo sapore rustico e corposo. Corposo non è invece il conto, che con il menù lavoratori si aggira sui 13-14 € e alla carta supera appena i 30 €, ricordando ancora una volta che mangiare bene spendendo poco nel 2025 è ancora possibile, bisogna solo avere il coraggio di avventurarsi nei meandri della nostra campagna padana, dando fiducia a chi da più di cent’anni si dedica a questo arduo e ammirevole mestiere.

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