
Un incontro interlocutorio, quello di sabato scorso in Sant’Ilario, in cui ci si attendeva – prima di conoscere le dieci finaliste in lizza da cui scaturirà la Capitale italiana della Cultura per il 2020 – la presentazione del dossier preparato dal Comitato promotore in risposta al bando del Mibact. In realtà, Paolo Verri – l’organizzatore culturale chiamato a redigere il dossier, già direttore di Matera Capitale europea della Cultura 2019 – ha regalato all’uditorio solo alcune suggestioni. Tutte quante contenute nel rapporto di 60 pagine “Piacenza crocevia di culture”, rapporto – a dispetto delle attese – non ancora visionabile dai partecipanti all’incontro.
Verri, il super esperto arruolato dal Comune, ha parlato delle potenzialità inespresse della nostra città (potenzialità per altro note ai piacentini): dal collegamento/integrazione città-fiume Po alla valorizzazione di Palazzo Farnese. Verri ha anche messo le mani avanti, rassicurando la platea nel caso Piacenza non dovesse entrare nella rosa delle dieci città che si giocheranno il titolo di capitale della cultura: “Se non ce la faremo non dovremo strapparci le vesti, ma continuare a lavorare insieme perché il 2022 è dietro l’angolo e avremo tutto il tempo per costruire il brand giusto in prospettiva della candidatura per il 2022”.
Il dossier per Verri è infatti “un primo piano strategico, un percorso condiviso, su cui costruire il futuro della città di Piacenza, una road map che ci può accompagnare per i prossimi 8-10 anni, capace di migliorare la partecipazione dei cittadini alla cultura”. Secondo il manager torinese il lavoro fatto vuole e deve essere una lettera aperta agli investitori: “Agli amministratori, alle imprese, alle banche, dico: non abbiate paura di investire in cultura, poiché se si investe 1 euro ne ritornano 6”.

Anche il direttore di Federculture Claudio Bocci, secondo ospite presente in Sant’Ilario (naturalmente con i padroni di casa, il sindaco Patrizia Barbieri e l’assessore alla Cultura Massimo Polledri) ha posto l’accento sulla cultura come elemento costitutivo dello sviluppo economico, se inserita in un progetto, in una visione. “Quello di cui abbiamo necessità – ha spiegato il rappresentante delle imprese culturali – è inserire la cultura dentro un piano strategico in cui tutti (amministratori, imprese, cittadini) siano consapevoli della direzione che occorre seguire. La sfida vera – ha concluso Bocci riferendosi al lavoro per Piacenza capitale della Cultura – è che lo sforzo di pianificazione messo in campo diventi la via maestra da seguire, un percorso condiviso attraverso il quale costruire il futuro della città di Piacenza”.
Dal poco che è emerso dal dossier, si può evincere la suddivisione del programma in quattro filoni che vedono Piacenza “crocevia di storie”, “crocevia di passioni”, “crocevia di natura” e “crocevia di futuro”. “Le sessanta pagine che ci sono state concesse – ha spiegato Verri – non sono bastate a contenere tutto il racconto della città e tutte le proposte che sono arrivate sul nostro tavolo. Gli ingredienti per fare bene però ci sono tutti, l’importante è il metodo di lavoro: insieme dobbiamo rimboccarci le maniche per il futuro di Piacenza. E tra un mese, in qualunque modo sarà andata, ci ritroveremo qui per pianificare come procedere insieme”. Ricordiamo, infatti, che il 15 novembre prossimo verrà resa nota la “short list” delle dieci città finaliste. A fine gennaio sarà poi scelta la vincitrice del titolo, titolo alla capitale per un anno che porta in dote un milione di euro. Ovviamente da investire in cultura.




