Rispetto e sensibilità le virtù di ogni educatore,
liberi da ogni preconcetto ideologico

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di Bernardo Carli – E’ di questi giorni la decisione dell’amministrazione di Piacenza di uscire dal progetto di rete “Re.a.dy”,  acronimo di  Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni  per orientamento sessuale ; si tratta di un network di comuni e altri soggetti pubblici per la condivisione di buone pratiche per il contrasto alle discriminazioni. Giacché la faccenda ha sollevato non poca polvere e molti ne hanno parlato e scritto dicendo cose giuste, altre volte inesatte o sbagliate, ci siamo presi la briga di fare una ricerca per capire qualcosa di più sulla natura di un “accordo” che è stato sottoscritto da numerose città, province e addirittura regioni.
Il protocollo d’intesa è succinto, ma denso di contenuti: si tratta della costruzione di una rete che, diffondendosi a macchia di leopardo sul territorio nazionale, può garantire il pieno rispetto dell’art.3 della Costituzione, promuovendo una sorta di cultura a sostegno dello stesso dettato costituzionale, un modo di pensare ed agire che radica i valori dell’eguaglianza.
L’art. 3 recita:“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali …”
Da ciò ne deriva un concetto di eguaglianza che scavalca ogni distinzione; se non bastasse questo, l’articolo stesso continua impegnando la Repubblica a difendere tale diritto, rivendicando un proprio ruolo.
A questo punto viene da domandarsi: esistono in Italia forme di discriminazione dei cittadini in base a quanto sopra detto? Certo che sì. Tanto sono presenti che, per fare un esempio, le Amministrazioni locali e quelle centrali hanno uffici un ministero  e  assessorati che si occupano specificamente di “pari opportunità”.
L’esistenza di tali organi dichiara apertamente che il dettato Costituzionale non è stato del tutto applicato. Il termine “pari opportunità” nella sua volutamente generica formulazione, riguarda tutti i soggetti che per natura e motivi diversi non godendo di eguaglianza essendo discriminati rispetto ad altri cittadini. Per brevità mi asterrò dal riportare per intero il protocollo di Re.a.dy, consultabile sulla rete.  Il documento impegna i sottoscrittori a scambiare progetti ed esperienze in merito alla salvaguardia dei diritti di tutti i cittadini, facendo esplicito riferimento alle “persone” lgbt che poi sarebbero: lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Si tratta quindi di uno strumento adatto a sostenere e facilitare ogni iniziativa in tema di quella eguaglianza di cui parla la Costituzione.
Malgrado la partecipazione alla rete non comporti obbligo alcuno, la nuova Amministrazione di Piacenza ha deciso di ritirare dalla rete la nostra città, pur sostenendo, di fronte alle proteste di molte associazioni, che saranno comunque attuate iniziative atte a garantire uguaglianza dei citati cittadini.
E’ difficile comprendere le ragioni di una siffatta decisione se non in una logica ideologica che ci rimanda ai tempi lontani dello Statuto Albertino precedente la Costituzione repubblicana, che rimase in vigore dal 1848 fino al 1944, ventennio fascista compreso.
Debole, ma soprattutto errata nei termini è motivazione alla delibera offerta ai cittadini,  reputati una massa di ignoranti. Si parla di pericolo che nelle scuole, ergo nella didattica, prenda piede la teoria del “gender”, (idem vedasi sulla rete).. Questa sostiene la non-esistenza di una differenza biologica tra uomini e donne determinata da fattori fisici.
In verità il protocollo di Re.a.dy, che non parla della teoria del gender, invita i docenti a partecipare ai progetti di non discriminazione. Vale la pena a questo punto citare una parte delle azioni che questo prevede:
“azioni volte a promuovere l’identità, la dignità e i diritti delle persone lgbt e a riconoscere le loro scelte individuali e affettive, negli ambiti della vita familiare, sociale, culturale, lavorativa e della salute; … iniziative culturali finalizzate a favorire l’incontro e il confronto fra le differenze; …  azioni informative e formative rivolte al personale impegnato in campo educativo, scolastico, socio-assistenziale e sanitario …”
Nel merito il protocollo, rispettoso delle leggi dello Stato, non parla mai di programmi e contenuti didattici della scuola, giacché questi sono prerogativa dello stesso Stato, della Autonomia che questo a conferito alle istituzioni scolastiche e della libertà individuale di insegnamento di ogni docente.
Con un po’ di esperienza di scuola e della relativa legislazione, ci si domanda: da quando in qua comuni, province e regioni hanno il potere di deliberare sulla didattica scolastica?
Non ci permetteremmo mai di accusare di abuso d’ufficio o falso ideologico un assessore, giacché è persona da bene, ma vorremmo consigliarlo di operare nell’ambito dei poteri che gli vengono assegnati, evitando di dire cose che non hanno alcuna ragione.
Con la medesima esperienza di educatore, rammento la sofferenza di alunne e alunni alla ricerca della propria identità sessuale quando si scoprivano “diversi” dalla maggior parte dei compagni. Erano e sono le occasioni nelle quali la virtù di ogni educatore è il rispetto e la sensibilità, libera da ogni preconcetto ideologico. Questa si chiama libertà.

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