
di DAVIDE REGGI
I ricordi che ho dei miei primi approcci al vino sono la malvasia dolce frizzante assaggiata da bambino e il bottiglione di rosso che beveva mio padre, amaro, aspro, un vinaccio! – mi racconta sorridendo Vittorio Barbieri, classe 1973, dal 2013 vignaiolo della Cascinotta di Rizzolo e dal 2020 ideatore del progetto “Vini di confine”. Non certo un avvicinamento idilliaco: e infatti ne passano di anni prima che ritorni ad assaggiarlo. Studia agraria, si iscrive a scienze dell’alimentazione all’università, scartando proprio enologia, ma è la curiosità per le infinite storie che una bottiglia può nascondere che lo riporta sui suoi passi: le annate, i territori, le varietà, i singoli produttori. Così con i primi stipendi inizia ad assaggiare, esplorare, viaggiare e nel 2003 inizia anche le degustazioni professionali, prima per la guida vini Slow Food – Gambero Rosso, dal 2010 come collaboratore principale per la guida Slow Wine. Scrive su riviste di settore e fa il formatore professionale, fino a che incontra un vecchio amico che lo porta al primo bivio della nostra storia, la Cascinotta di Rizzolo (San Giorgio piacentino).
Raccontaci come sei entrato nella Cascinotta
Ero all’Enoteca da Renato e bevendo un bicchiere di Valpolicella di Quintarelli ho incontrato Giuseppe (Quattrini, proprietario della Cascinotta di Rizzolo, nda), che avevo conosciuto nel 2006 alla mia prima esperienza in cantina, a Podere Pavolini di Bacedasco. Lui stava cercando qualcuno con cui condividere il suo percorso produttivo e piano piano ne abbiamo iniziato a parlare, io stavo iniziando a maturare l’idea di fare questo salto. A febbraio 2013 abbiamo iniziato a lavorare insieme.
Come è stato questo passaggio?
La prima vendemmia ho cercato soprattutto di imparare, lui aveva più esperienza, poi negli anni abbiamo iniziato a modificare qualcosa insieme. Prima si vinificava in una cantina terza, spostando tutta la produzione da noi abbiamo introdotto un approccio poco interventista sia in vigna che in cantina, meno enologicamente ortodosso. Si è cercato di lasciare più spazio alle espressività e alle sfumature di singole annate e varietà. Abbiamo iniziato a produrre anche vini bianchi, ed esplorando il territorio piacentino abbiamo scoperto alcune varietà dimenticate molto interessanti nel bobbiese, che abbiamo lavorato per qualche anno.
Lavorando nel mondo del vino sia come formatore sia come produttore, come pensi si siano influenzate le due esperienze?
Credo siano state un giovamento ognuna per l’altra. Il formatore ha aiutato il produttore a mantenere un approccio aperto verso le altre zone di produzione, oltre che una certa severità di giudizio sui nostri vini: se un vino non ci piace non lo imbottigliamo, ed è capitato. Il produttore ha aiutato il formatore a conoscere di più il lato tecnico, che può essere quel qualcosa in più da trasmettere e raccontare a chi ti ascolta.
E come è nato “Vini di Confine”?
I fattori principali sono stati due. Il primo è che io non ho mai avuto un’azienda di proprietà e quindi mi sono sempre adattato a ciò che era già presente alla Cascinotta, non sentendo però le uve come mie al 100%. Le esplorazioni nel bobbiese con nebbiolo, dolcetto e altri vitigni minori avevano già questo senso.
Inoltre, come collaboratore Slow Wine coordinavo l’area dell’Emilia Romagna e dell’Oltrepo Pavese: avevo scoperto il crinale tra Val Tidone e Val Versa, che mi aveva colpito particolarmente. Ho riconosciuto una potenzialità inespressa quando la frequentavo da degustatore, ho cercato quindi di tornarci come produttore. Tra l’altro è una zona di tre vitigni a cui sono particolarmente affezionato…
Ecco appunto, dimmi di più sui tre vitigni (Malvasia di Candia, Pinot Nero e Riesling renano nda)
Sono tre sfide, difficili da coltivare e difficili da gestire in cantina. Con il riesling il rapporto è molto personale, è stata una gioia scoprirlo, nelle sue capacità evolutive e molteplicità espressive, è una gioia essere riuscito a vinificarlo. Per la Malvasia poi credo ci sia ancora tanto da esplorare, ma che potrebbe essere il vino di punta del territorio piacentino. In passato si immaginava solo nella sua versione più semplice e immediata, frizzante e dolce, dagli anni 80’ ad oggi sempre più realtà hanno iniziato a produrlo come vino fermo. Si è iniziato a capire che può essere differente nei profumi, a seconda della zona e del metodo di vinificazione, e che ha la struttura per durare anche quindici e più anni, evolvendosi in bocca e al naso in modo sorprendentemente piacevole. E’ una continua scoperta che il mondo del vino piacentino sta facendo insieme, con la sua pluralità di voci, e sono molto felice che come territorio stiamo imparando a valorizzarlo.
Concludendo, cosa dobbiamo aspettarci da questi vini di confine?
A livello di stile produttivo quello della Cascinotta: dopo un avvio nebuloso nel 2020, dal 2023 è diventata ufficialmente la linea sperimentale dell’azienda, con vini ed etichette ovviamente diversi, ma a farli siamo sempre io e Giuseppe. Poi sulle singole bottiglie quello che spero è che siano vini capaci di esprimere nel modo migliore possibile il territorio e la varietà di provenienza, oltre che l’annata. Una testimonianza agricola di un luogo di confine, che possa essere seguita lungo gli anni al passare delle stagioni.




