
Mentre fanno ancora eco le riflessioni ascoltate al convegno “Verso la Piacenza del futuro” ci è parso interessante avviare una verifica su come le associazioni datoriali e i sindacati confederali intervenuti si stanno muovendo nel contesto considerato.
In redazione, mentre si scrutavano gli orizzonti e valutavano le dinamiche della verifica, la memoria è andata a giovedì 27 giugno quando, nel Castello di Agazzano, l’Assemblea del Gruppo Giovani Industriali di Piacenza ha eletto Greta Gatti nuova presidente. Classe 1993, laureata in Management Internazionale alla “Cattolica” di Piacenza, amministratrice delegata di Steel Spa e TTP Srl, succede a Lorenzo Marchi (Fornaroli Polymers): la prima donna ad arrivare a tanto in Confindustria. Si potrebbe dire che gli industriali piacentini il futuro se lo stanno preparando in casa.
Conoscere il percorso esperienziale che ha portato la giovanissima Greta Gatti, prima ai vertici delle aziende di famiglia e poi a quelli dei Gruppo Giovani Industriali di Piacenza è diventato il primo obbiettivo del nostro progetto. Non è stato difficile: l’incontro, assolutamente informale, si svolto in Confindustria dove la nostra interlocutrice mi ha raggiunto “di corsa”. Altrettanto di corsa siamo entrati in argomento.
Ci parli del debutto in azienda, quando e come è maturato? Alcune note stampa raccontano del suo debutto in azienda subito dopo la maturità, mentre si lascia l’adolescenza per l’età adulta. È stata forse la famiglia ad invitarla a “darsi da fare”?
“Devo dire che da parte dei miei genitori non ho mai avuto imposizioni, né nel percorso di studi né in quello lavorativo: ho sempre avuto libertà di scelta. Il desiderio di mio padre è sempre stato quello di favorire un passaggio generazionale in azienda, cosa che a mio zio Stefano non è riuscito tant’è che nel 2022 ha ceduto le sue quote a mio padre. Il mio percorso di studi si caratterizza con la frequenza del liceo scientifico tecnologico a cui inizialmente non volevo dare seguito con un percorso universitario. Quindi ho iniziato a lavorare in azienda seguendo la parte amministrativa conseguendo nel frattempo un diploma di contabilità base. Solo successivamente ho deciso di riprendere gli studi frequentando l’Università Cattolica di Piacenza conseguendo la laurea triennale in Economia, indirizzo Management Internazionale, alternando studio e lavoro. L’aspetto finanziario mi ha sempre interessato molto, ho sempre avuto un debole per i numeri: già da ragazzina partecipavo ai campionati di matematica. Nel tempo, con grande impegno sono cresciuta: la costante presenza di un padre, non accentratore, che ha sempre delegato: a volte lasciandomi sbagliare perché crescessi. Cosicché, in azienda mi sono stati attribuiti, via via, compiti e responsabilità sempre maggiori”.
Le stesse note stampa la indicano come componente storica del Gruppo Giovani Industriali di Piacenza, quando ha iniziato a farne parte?
“Sono entrata a farne parte nel 2019 quando presidente era Lorenzo Marchi. Le difficoltà del periodo covid non hanno impedito a Lorenzo di sviluppare un ottimo lavoro favorendo la crescita di tutto il gruppo. Questa esperienza mi ha appassionato tanto favorendo un impegno costante che oggi sfocia nella presidenza”.
Dopo questo preambolo utile a conoscere la persona di Greta Gatti proviamo ora a fare la conoscenza della Presidente dei Giovani Industriali di Piacenza. Prendiamo ancora una volta spunto dal convegno “Verso la Piacenza del futuro”: come vorrebbe che fosse?
“Direi fondamentale partire dal cambiamento del mondo del lavoro: i giovani non hanno più la propensione al lavoro come lo avevano le generazioni precedenti. Vuole avere più tempo libero, apprezza lo smartworking, il lavoro digitale, molto interessato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Inoltre, sia i giovani lavoratori che i giovani manager vorrebbero che si superasse la figura dell’imprenditore accentratore, ma che fosse un team, una squadra a collaborare, contando su una migliore digitalizzazione dei sistemi ad affiancare l’imprenditore. Questo vorrei fosse il futuro. Almeno un rappresentante dell’imprenditore deve essere in azienda, ma ci sia un gruppo di persone che riesca ad accompagnarlo nel lavoro”.
Potrebbe essere un approdo interessante, ma quanto siamo distanti da questo obbiettivo?
“Dipende, nelle giovani aziende o in quelle dove è stato avviato un ricambio generazionale il riposizionamento è in corso attraverso una evoluzione programmata. Nelle altre ci sono più difficoltà ad introdurre metodi innovativi. Complessivamente direi che entrambe le situazioni si equivalgono, 50 e 50 per cento. È comunque una criticità che interessa tutto il sistema produttivo italiano. Quando mi presento a nuovi clienti o fornitori, il fatto che, così giovane, sia amministratore delegato suscita meraviglia. All’estero è differente, si incontrano più facilmente manager di 30/35 anni, comunque sotto i 40 anni”.
Torniamo al nuovo rapporto tra i giovani e il lavoro. Chiedono un lavoro non totalizzante che lasci spazio ad un progetto di vita più sociale, non costretto in gabbie orarie che magari impegnano in alcuni settori, anche il sabato o la domenica. Le aziende sono preparate a queste richieste? Lo smartworking e una migliore digitalizzazione potrebbero aiutare? Aggiungo che gli istituti di ricerca che monitorano il mondo del lavoro segnalano un aumento incessante di dimissioni a favore di situazioni, dal loro punto divista più accettabili.
“La maggior parte delle aziende non sono preparate a questa nuova emergenza: dipende poi dal settore in cui opera e dal ruolo ricoperto dal lavoratore considerato. Se il ruolo è operativo, per esempio magazziniere, la presenza in azienda è assolutamente necessaria, negli uffici invece ci sono ruoli che potrebbero essere gestiti impostando il lavoro per obbiettivi ed allora in questo caso una componente di smartworking potrebbe essere introdotta. In altri casi non è possibile. Di base occorrerebbe un approccio diverso al tema lavoro, un cambiamento a cui la maggior parte delle aziende italiane non è ancora pronta.
Trovo antiquato l’orario di lavoro stretto nelle otto ore lavorative, succede che a volte si riesca a realizzare il volume di lavoro previsto in cinque ore rinunciando a perdere tempo in tre o quattro pause caffè, mentre ci sono giornate in cui occorrerebbero dieci ore lavorative; quindi, a mio modo di vedere, occorrerebbe pensare ad una flessibilità nell’orario di lavoro. Penso che lavorando su obbiettivi e scadenze si possa gestire il tempo di lavoro anche da casa. Ovvio che, se non riesce a realizzare l’obbiettivo nel tempo richiesto ci si chieda se lo smartworking sia servito per il disbrigo dei suoi interessi personali. Negli uffici, la flessibilità oraria ed il lavoro su obbiettivi dovrebbe essere comunque il futuro. Nei reparti operativi invece sarebbe molto più complicato. Ci sono poi settori dove è praticamente impossibile introdurre forme di flessibilità lavorativa fino allo smartworking, vedi la ristorazione. Per altre situazioni sarebbe invece possibile, ma dovrebbe prima cambiare completamente la mentalità lavorativa: probabilmente tra un paio di generazioni”.
Restiamo in tema lavoro e parliamo di formazione al lavoro e sviluppo delle competenze, argomento dibattuto anche al convegno “Verso la Piacenza del futuro”
“Inizierei dal problema istruzione: nelle scuole superiori come nelle università si praticano metodi certamente molto antiquati. Me ne sono resa conto effettuando il percorso universitario mentre parallelamente lavoravo già in azienda riuscendo spesso a correlare la teoria con la pratica. Non è stato così per altri studenti che si sono laureati in Economia senza aver mai visto una fattura, un documento di trasporto o un gestionale aziendale. Già gli istituti tecnici superiori dovrebbero comprendere nei programmi corsi di formazione al lavoro, i cui programmi dovrebbero scaturire da una stretta collaborazione con le aziende, per facilitare gli inserimenti in azienda. In seguito, le stesse aziende dovrebbero organizzare un continuo sviluppo delle competenze”.
Sta diminuendo l’ambizione dei giovani italiani a diventare imprenditori, anche il fenomeno delle startup non ha avuto quella diffusione che ci si attendeva. Secondo una indagine Eurispes, i giovani italiani aspirano in maggioranza a un lavoro dipendente (63,3%), una percentuale molto più alta rispetto ai pari età di altri paesi (25,8% della Polonia, al 20,1% della Germania e al 12,7% della Russia). I giovani italiani, inoltre, non indicano il successo lavorativo e la carriera (30,6% Russia, 27,8% Germania, 20,7% Polonia, 18,6% Italia) tra i fattori più importanti per la realizzazione della propria vita. Come pensa si possa far tornare a crescere la voglia di imprenditorialità tra i giovani?
“Oggi i giovani vivono in una situazione di benessere generale. I genitori spesso sono troppo protettivi evitando in questo modo che si assumano responsabilità: vedo che i giovani la temono. L’imprenditorialità comporta responsabilità ed anche rischi e questo suscita molta incertezza nelle loro valutazioni. La loro attenzione è diretta essenzialmente al livello di retribuzione che possono raggiungere per sviluppare il loro progetto di vita. Vorrei che il progetto di orientamento che Confindustria sta sviluppando nelle scuole superiori comprendesse anche una spiegazione di cosa vuol dire essere imprenditori, di come ci si può arrivare attraverso un percorso di crescita, senza paure, ma con la consapevolezza di cosa si sta facendo per sé e per la società.
E dovremmo spiegarlo direttamente ai ragazzi, noi imprenditori. Mi piacerebbe organizzare un lavoro di gruppo una sorta di project work dove sia possibile dare una risposta alle curiosità, incertezze, paure, progetti… A tutto ciò che inerisce il futuro lavoro. Dovrebbero essere già gli istituti superiori ad avviare un processo di questo genere perché è nel periodo della adolescenza che si manifestano curiosità di ogni genere in una situazione di insicurezza per completa mancanza di esperienza…”
Un progetto davvero interessante che dimostra come la sua giovane età facilita l’interpretazione del mondo giovanile. Mi auguro che, all’interno di Confindustria, sia affidato al Gruppo Giovani il compito di continuare la collaborazione con gli istituti tecnici superiori promossa con grande convinzione e impegno dal gruppo senior…
“E’ una ipotesi su cui stiamo lavorando, probabilmente saremo noi giovani a continuare il grande già svolto facendo tesoro dei riscontri dell’esperienza già accumulata per uno sviluppo volto a valorizzare un rapporto diretto con i giovani studenti”.
In aggiornamento




