Sanità piacentina in chiaroscuro: screening e liste d’attesa tra alti e bassi 

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Eppur si muove. Tra difficoltà, inciampi di percorso, domande in
crescita e risposte che non sempre arrivano puntualmente, la sanità
piacentina si è confrontata con la città, con i rappresentanti della
città a tu per tu con la direttrice dell’Ausl Paola Bardasi
accompagnata da alcuni dirigenti dei servizi sanitari dell’ospedale
di Piacenza entrati nel dettaglio per rispondere ai numerosi quesiti
dei consiglieri. Ne è uscito un quadro che porta a riflettere su tanti
aspetti. Il primo fra tutti è il valore della sanità pubblica.
Lo ha portato all’attenzione nel dibattito la sindaca Katia
Tarasconi. Per mettere in evidenza l’importanza
incommensurabile del sistema pubblico del nostro paese Tarasconi
ha posto un semplice ma efficace spunto di riflessione. Sarebbe
utile – ha detto – per chi fruisce dei servizi conoscerne il costo.
Per esempio chi fa la risonanza magnetica sa quanto costa? Credo
di no, però la fa e non deve pagarla. Ecco, sapere quello che costa
un esame diagnostico potrebbe essere utile per avere la
dimensione dell’importanza che ha per tutti un sistema sanitario
pubblico. Ve lo dico – ha aggiunto Tarasconi – perché ho provato
sulla mia pelle un sistema nel quale per avere le cure dovevi
mostrare la carta di credito che dimostrasse di poterle pagare.
Talvolta noi non ci rendiamo conto – ha sottolineato – del valore
che ha il sistema sanitario pubblico.
Nel dibattito seguito all’esposizione della direttrice Bardasi non
sono mancate le critiche, sono prevalse le domande, le richieste di
conoscere la situazione su specifiche problematiche portando in
molti casi il sentire dei cittadini “quello che vi comunichiamo –
hanno segnalato alcuni consiglieri – è una sensazione diffusa tra i
cittadini”.
Toni pacati ma fermi a difendere un lavoro complesso che
consiste nell’armonizzare 4 mila dipendenti in corsia pronti ad

affrontare ogni giorno i bisogni di salute dei cittadini in un
contesto non certo roseo da tanti punti di vista (carenza di
personale, finanziamenti non adeguati alla bisogna, concorrenza
privata, rallentamenti al soddisfacimento delle richieste di visite e
interventi). Comunque la si declini, per i costi che le nuove
tecniche comportano insieme ai farmaci di nuova generazione
oltre agli spazi indispensabili per la ricerca (è lì che si migliorano
gli standard), oltre a una corretta retribuzione per tutti gli operati
(sempre più insistenti le lusinghe che provengono dal privato e
dall’estero), la sanità pubblica ogni giorno di più ha di fronte salite
verticalissime che, a lungo andare se si prosegue così, potrebbero
diventare insormontabili.
E quindi che si fa? C’è il privato. Già ma se i soldi pubblici
mancano vengono meno anche le convenzioni con i privati in quel
caso accessibili solo se il paziente è solvente. Addio sistema
pubblico. E questa è la realtà che viviamo ogni giorno tutti. Chi è
già paziente, di più di chi non lo è. La realtà è un’altra per il
momento: chi è malato è ancora preso in carico, è esentato dai
ticket che riguardano la sua malattia e non gli si chiede denaro per
avere in cambio quello che ottiene. Sia per i costosissimi esami
diagnostici sia per i farmaci di cui ha bisogno.
Semplicemente, per fare un esempio concreto che conosco, una
scatola di 60 pastiglie ormonali adiuvanti a seguito del tumore al
seno costa sui 70 euro (se è farmaco equivalente) e viene
distribuito dalla farmacia dell’ospedale. Va assunta ogni giorno di
continuo per 5-7 o 10 anni. È solo una goccia nel mare, ma se
moltiplicata per milioni di persone il conto è presto fatto, per
tacere di tutti gli esami che chi attraversa questo percorso è
costretto a fare nell’arco di anni. Tutto non a pagamento. Se

l’attività sanitaria si concentra – e sarà sempre più così nei
prossimi anni – sulle fasce più anziane, in aumento
demograficamente e portatrici di problemi sanitari cronici che
intercettano anche il sistema del sociale, dall’aula del consiglio
una finestra è stata aperta anche sul disagio giovanile che si

manifesta anche in vere e proprie patologie psichiatriche. I bisogni
degli adolescenti – il cui disagio cresce e lo si misura
quotidianamente – è stato sollecitato da parte di alcuni consiglieri
comunali. Hanno chiesto l’impegno ad affrontarlo con decisione
anche per dare risposte alle famiglie che tante volte non sanno
come affrontare i problemi gravi dei loro figli. Dall’Ausl la
rassicurazione che gli investimenti su questo sono in crescita (1
milione e 300mila euro regionali in più) rivendicando anche una
novità assoluta in Emilia Romagna rappresentata dalla “Casa lilla”
inaugurata lo scorso anno che si occupa di giovani con problemi di
alimentazione e anoressia. Alle viste poi un piano regionale di
prevenzione all’interno del quale confluiranno tutte le iniziative.
“Giorno dopo giorno si lavora in silenzio”
Tra slide di dati, spiegazioni e illustrazioni dei programmi ma
anche con un racconto puntuale sulle criticità. A queste si fa fronte
– ha segnalato la direttrice Bardasi – e non da oggi. E in certi casi
incassando miglioramenti ma ugualmente non ci fermiamo qui.
Su questo e tanto altro si è sviluppato il primo confronto tra
consiglio comunale-Ausl, un prossimo appuntamento sarà
interamente dedicato al progetto del nuovo ospedale.
Tra le novità rilevanti emerse nel corso della seduta un discorso a
parte merita quello dell’università di medicina a Piacenza, ma
anche la collaborazione con Parma nella designazione dei nuovi
vertici apicali dei reparti che, via via, si vanno compiendo. Numeri

su cui Bardasi ha insistito forse per arginare la preoccupazione
che, in vista della realizzazione di un nuovo ospedale di là da
venire si possano allentare le briglie del miglioramento dei servizi
del sistema esistente che fa perno sull’ospedale del capoluogo e su
quelli periferici. Il rinnovamento “nella trasparenza” (un concetto
più volte ribadito da Bardasi) è andato avanti e va avanti, “I
numeri sono qui a dimostrarlo”, ha ripetuto. E il suo ragionamento

nasce dai numeri a rappresentare risultati colti e altri ancora in
affanno.
L’università accende un po’ di speranza…
Mentre si parla delle debolezze e delle risalite del sistema
piacentino, giovani medici crescono. Anche qui i numeri
inquadrano. 90 gli iscritti al quarto anno di Medicine and Surgery.
Svolgono 150 ore di frequenza in area medica e chirurgica. La
loro presenza è in 9 reparti. Sono: Geriatria, Medicina interna,
Medicina Semintensiva, Chirurgia generale, Chirurgia d’urgenza,
CAU Fiorenzuola. Nel 2026 sono 190 gli studenti frequentanti.
È sull’università che punta l’attenzione il prof. Domenico Cuda,
tra i dirigenti aziendali al fianco della direttrice Paola Bardasi. “È
con l’università – ha sottolineato – che rinverdiamo la sanità della
città. Questi ragazzi cominciano ad invadere già ora le nostre
corsie, otto di loro faranno la tesi proprio in Otorino. Sono in parte
italiani, in parte stranieri. Alcuni torneranno nei loro paesi
d’origine, ci sono indiani, iraniani, ma altri resteranno e
rappresentano la medicina del futuro e dobbiamo agevolare il più
possibile questo aspetto”. Da chiedersi se Piacenza saprà cogliere
questa sfida.

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