Roberto Serena. Io ricordo la maglia, lui i rigori parati

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Stagione 77-78, un compagno dei biberon Garibaldina spiega che: “basta andare davanti allo stadio, poi qualcuno ti porta dentro”. Abitando fuori città, serviva a poco. Chi mi accompagnava al campo, si preoccupava anche di farmi entrare. La domenica che dormii dai cugini, la concertammo solo per verificare il metodo. Funzionò, ma non scegliemmo con cura l’adulto. Il nostro andava in curva ospiti, nello spigolo verso la tribuna. Ci vuole allenamento per capire qualcosa in curva. Non avendone, mi posizionai dietro la porta. Fu il primo incontro ravvicinato con il numero uno del Piacenza. Lo vidi per 45 minuti sulla schiena di Roberto Serena.

Buondì Roberto, quel giorno pensavo fossi uomo fatto e finito, invece eri appena maggiorenne. Hai cominciato in biancorosso col professionismo?

Si, avevo 17 anni e giocavo in una piccola società bresciana dove mi notò Canevari. Arrivai a rimborso spese, il contratto venne dopo. In quella stagione ho giocato le ultime partite. Dopo la nostra sconfitta in casa con l’Udinese, il campionato non aveva più niente da dire, così mi collaudarono.

Il titolare era Ferioli, dicono fosse bizzarro. Sicuro è uno che se lo fermi per strada, ti può raccontare di aver fatto tunnel a Maradona. Serve essere pazzi per stare in porta?

Diciamo che serve per la decisione di stare al centro del bersaglio. Fatta la scelta, meglio essere lucidi.

L’anno dopo comincia Lazzara, poi entri e non esci più. L’anno successivo idem: comincia Busi, poi ci sei sempre tu. Nella 80-81 sei titolare, ma a ottobre arriva Pinotti. Vai in panca, per poi riprendere posto. Secondo me non eri troppo simpatico ai tuoi omologhi. Li fregavi sempre.

Ero determinato a giocare, ma ho sempre avuto buoni rapporti con tutti. Nicola (Pinotti) è stato quello che mi ha regalato il primo paio di guanti. Non li avevo mai visti. Giocavo a mani nude o, se pioveva, con dei guanti tessuto. Servivano perché la palla di allora assorbiva, diventava viscida.

Te ne vai in prestito a Civitavecchia. Lasci le chiavi di casa ai tuoi amici piacentini Pinotti e Veneziani. Sempre perché volevi giocare?

In carriera ho scelto solo in quell’ottica. Anche dopo aver vinto campionati, ho rifiutato di salire di categoria. Ci potevo stare, ma il rischio della panchina non lo volevo correre.

Ti hanno messo portiere perché eri scarso in mezzo al campo?

Avendo un fratello più grande, mi portava lui all’oratorio. La regola era che il giovane giocava in porta e non fiatava. Fosse un cancello, fossero due mucchi di vestiti, fossero i pali, dovevo prendere pallonate.

Ho giocato col Frulo 10 anni. Mi ha dato il numero di cellulare solo quando abbiamo smesso. Non era antipatia, è allergico ai portieri, il suo compreso. A te è capitato di trovare compagni cui sentivi di non piacere?

Hai giocato in porta, sai che te ne freghi di queste cose. Devi essere determinato, il ruolo lo richiede. Non si vince con le parate, si vince con le reti. Ma tu devi parare, è dato per scontato.

Sei il primo numero uno dell’era Garilli. Vinci la C2, poi ci lasci e non ci incrociamo più. O meglio, ti ho ritrovato a Fiorenzuola. Eri lì anche l’anno dello spareggio per la B.

Da Piacenza son andato via perché con Rota non mi incastravo molto a carattere. Mi trasferii al Barletta, dopo son sempre rimasto nei gironi centro-sud. Avevo un procuratore, probabile avesse conoscenze mirate. Decisi di avvicinarmi a casa. Andai di persona a Mirafiori, ed è stata la mia fortuna. Conobbi Villa che mi portò in Val d’Arda. Ci sono rimasto fino al triplice fischio dello spareggio con Pistoia.

Senti, e sui rigori come te la cavavi?

Direi abbastanza bene. Ne ho parati di importanti anche in biancorosso, su tutti quello col Novara, 1 a 0 per noi. E quando li agguanti, non li dimentichi.

Di solito chiedo due cose: mi piace sapere se uno si perde per le strade di Piacenza, e se ha figli che giocano.

Mia moglie è di Piacenza, abito qui da tanti anni, perdermi lo escludo. Ho una figlia, il calcio non era tra le sue aspettative professionali. E per me è stato un bene. Sarei stato troppo apprensivo.

Non hai passato a nessuno la tua esperienza?

Sono stato nelle giovanili biancorosse fino a quando è andato tutto a rotoli. Poi ho dato una mano a Marco Gatti con la LibertaSpes e abbiamo vinto il campionato di Promozione. L’anno dopo però, diventando Piacenza, si allenavano da professionisti. Col lavoro non riuscivo più a seguire, ho mollato. Sono andato alle giovanili del Pro, c’era un bell’ambiente. A volte purtroppo le cose vanno come non devono.

Ultima cosa: pronostico per Piacenza Olbia e per Juventus- Entella.

Noi vinciamo e loro passeranno 90 brutti minuti. I giovani bianconeri non perderanno l’occasione di mettersi in mostra.

Grazie Roberto, sono passati quarant’anni da quella partita vista in curva Sud. Di spalle saprei ancora riconoscerti.

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