Renato Mola, il centravanti che costruì la Galleana

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Ero soddisfatto del risultato. Vado per lavoro nel bresciano. Bastano due chiacchiere al bar per trovare Renato Mola. Quelli giovani come me, e magari anche quelli più giovani, potranno chiedersi: “E chi è Renato Mola?”. Ma è una domanda da porre sottovoce. Renato è il centravanti che ha costruito la Galleana. Non a fratazzo e cazzuola s’intende. Nella stagione 68/69, l’unica in cui veste il biancorosso, si vinse il campionato di C. Lui mise a magazzino 16 reti. Raggiungere la serie B, innescò uno scatenamento di eventi, tra cui la fabbricazione dello stadio nuovo. Scrivevo che ero soddisfatto del risultato. Poi chiamo a casa Mola. Risponde il bomber, chiedo se posso fare qualche domanda. Perplesso risponde: “Ancora?”
Come ancora? La perplessità stavolta è mia. Renato spiega che il giorno prima lo hanno intervistato insieme a Piovani. Sono arrivato tardi. Sto già preparando le scuse per il disturbo, quando aggiunge “…e Baronchelli.” Non ho cuore di indagare se quest’ultimo fosse calciatore o ciclista, ma è un buon segno. Da noi Baronchelli non ne sono transitati, quindi è affare di Brescia.
Dico che sono piacentino, che vorrei mi raccontasse quella stagione lontana 50 anni. Si riprende tutto il sacco di perplessità: “Ma guardi che di Piacenza non ho più niente”.

Renato, non ha tenuto nemmeno i ricordi? A me servono solo quelli.

Allora quelli ci sono.

Cominciamo con i generici, parliamo della carriera?

Parto nel Brescia. Arrivo in prima squadra, poi vado alla Tevere Roma. Da qui al Marzotto Valdagno dove in tre anni mi faccio conoscere bene. Soprattutto dal Piacenza, cui segnavo sempre. Canevari, il direttore sportivo, quando venne a comprarmi me lo disse: “Ti vogliamo perché ci fai troppi goal”. Vinciamo il campionato, sono un beniamino, mi sento sicuro della conferma. In estate sono coi compagni davanti alla Galleana per la foto di inaugurazione. Nel mercato invece mi cedono al Foggia. L’impatto fu disastroso. Volevo tornare e lo dissi. Maestrelli la sera mi chiudeva a chiave in camera. Temeva la fuga. Dopo Foggia gioco un anno a Livorno, dove ci fu mezzo fallimento societario. Trasferito quindi a Legnano, chiudo lì. In Toscana, nonostante i guai economici, fu una bella stagione. Piovani mi diceva che in sede, ci sono ancora esposte mie vecchie foto.

Ma la Marzotto Valdagno era la squadra di quello che confezionava abiti? Uno tipo il signor Mapei di Sassuolo?

Sì era la squadra del conte Paolo. Mi aveva venduto al Vicenza con cui disputai un torneo all’estero. Allora era merce rara attraversare i confini. Giocai bene, segnando contro Eintracht Francoforte e PSV Eindhoven tra l’altro. Nel mentre i commercianti di lane si fecero dispetti industriali. Il conte se la prese e negò il trasferimento. Mi toccò di tornare indietro.

Molina era la mente, Mola il braccio armato. Il ’68 significa rivoluzione: Mister Molina era un rivoluzionario o un grande interprete del catenaccio italico?

Eravamo una squadra grintosa e il campo di Barriera Genova, bello compatto, era diventato il nostro fortino. C’erano poi grandi interpreti come Pestrin, Stevan, Robbiati. Ho 75 anni, ma se vuole posso dirle a memoria quella formazione.

E la dice:

Ferretti, Grechi, Bozzao, Zoff, Favari, Bordignon, Stevan, Robbiati, Mola, Pestrin, Fracassa o Calegari

In biancorosso mette a segno 16 reti. Qual’è stata la più bella? Ricordo …

Qui Renato si trasforma in stopper. “Mi scusi, lei non può ricordare, non ha l’età.” – Avrei aggiunto di aver letto un pezzo d’epoca, ma lo lascio proseguire. – “Il più bello è stato al Sant’Elena col Venezia, una rovesciata in zona Cesarini. Sono arrivato solo secondo nella classifica dei cannonieri. Se non mi fossi fermato 2 mesi, l’avrei vinta. Tenga presente che non calciavo rigori e punizioni. I calci da fermo erano di Pestrin.

C’è una foto molto bella sul libro dei 90 anni del Piacenza. Voi calciatori entrate in campo su una passerella in legno, ai lati vi cinge la folla gaudente. Nel mucchio spicca l’antenato del due aste, che allora si chiamava solo cartello, con una parola: “MOLA”. Mi racconta dei festeggiamenti promozione?

Che momenti… Eravamo sotto la galleria della Borsa. La piazza Cavalli, piena ingolfata, aspettava. Quando uscimmo, sentii proprio che ci volevano bene.

Si ricorda dove abitava?

Noi che venivamo da fuori eravamo all’albergo Cappello. Mi dicevano che c’è una banca in quell’edificio.

Il “mi dicevano” indica che sente ancora qualcuno?

Ho perso contatto con tutti. Il mio riferimento era capitan Favari. Andavamo molto d’accordo. Posso chiederle una cortesia? Mi piacerebbe poter salutare i piacentini di quella squadra. Me li trova?

Posso provare, magari ci raduniamo per il Centenario. Non è più tornato “sul luogo del delitto”?

In città dice? Si, tanti anni fa per una partita tra vecchie glorie del Piacenza e della Juventus. Giocammo alla Galleana, fu la mia ultima volta in maglia biancorossa.

Grazie Renato, vengo ancora a trovarla.

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