Logistica, dici Piacenza e pensi logistica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti milioni e milioni di metri quadrati di terreno occupati con un conseguente aggravio di traffico e quanto ad occupati ad alta qualificazione professionale quel progetto iniziale sembra non decollato. Se la logistica è diventato il settore che dà alla produzione le gambe per irraggiarsi globalmente nei territori su cui insiste qualche problema lo crea.
A Piacentini ne parla Mino Politi, economista che fu tra i primi a dedicarsi allo sviluppo della logistica a Piacenza.

“Mi fa sempre piacere rispondere a domande sul Polo logistico piacentino – dice Mino Politi – a patto che, sia ben chiaro, io mi sento “esperto” della nascita del polo di Piacenza essendo stato assessore allo sviluppo economico della giunta Vaciago. Mi considero invece un semplice cittadino informato dei fatti – dalla lettura della stampa locale – con riferimento allo sviluppo successivo del Polo, ai suoi problemi e al mercato della logistica in genere. E le mie opinioni su questo secondo aspetto possono essere anche un po’ faziose, per via del mio ruolo nel suo decollo. Per rispetto di chi dovesse leggere questa intervista ci terrei che fosse ben chiara questa premessa”. Dalle sue parole una serie di valutazioni e di progetti che non sono stati poi concretizzati secondo il disegno iniziale. Alcuni elementi restano ancora sulla carta tra questi la possibilità di attrazione di aziende qualificate che possano “abitare” luoghi dismessi della città e anche quell’intermodalità che renderebbe più leggero l’impatto sul territorio della presenza logistica. Intermodalità incompiuta anche per il fatto che il trasporto su ferro da incentivare si fa diseconomico se non si sviluppa su convogli di almeno 750 metri di lunghezza. “E’ anche per questa ragione che si fa la Torino-Lione perché questi treni intermodali non possono transitare nella galleria esistente…” E quei treni sembra siano indispensabili se si vuole spingere sulla rotta del più ferro meno gomma.

Quali considerazioni vi furono alla base di quella scelta logistica iniziale?
“Innanzitutto bisogna collocare il problema nel contesto in cui si è sviluppato e in quegli anni inizio Novanta- lo sviluppo della settore Trasporto e Logistica ha arrestato un preoccupante declino demografico, riportando la popolazione sui livelli di metà anni ‘60 (288 mila), dopo il minimo del 1998 (266mila: i cantieri della logistica aprono a inizi 1998), grazie al forte incremento dell’occupazione, cha passa dai 4mila addetti circa del 1998 ai 10.000 di oggi”.
A questo proposito però, quando si parla di occupazione si fa leva sulla dequalificazione del lavoro legato alla logistica… è stata dunque solo un “innesto numerico di manodopera”?
“In realtà i posti di lavoro qualificati sono oggi più di quello che si crede. E’ sufficiente guardare ai dati elaborati nelle varie analisi pubblicate. E non si considerano mai gli occupati indiretti e l’indotto che gravita intorno al settore. E comunque dare un lavoro alla manodopera dequalificata, che pure esiste, mi sembra una buona cosa in una società che vuole essere inclusiva. Anche perché mi risulta che gli stipendi netti siano più che dignitosi, a differenza che in molti altri settori. Poi è compito dei sindacati contrastare eventuali situazioni sbagliate”.
Fu una scelta giusta? Si dovrebbe rifare?
“A Piacenza, dopo il primo grande lotto, il secondo ha preso una piega più da impresa immobiliare che logistica. Il Polo di Castel San Giovanni è stato governato bene sul piano imprenditoriale. Lì si vede che c’è un governo. Forse c’è un marketing delle imprese da attrarre, che favorisce mediamente un’occupazione più qualificata. A Piacenza è mancato quel governo. Nel progetto iniziale questo era previsto (Piacenza Sviluppo e Piacenza Intermodale erano i pilastri), ma s’è perso per strada, anche se ne conosco solo in parte le ragioni. Questo problema, comunque, è da tempo all’attenzione degli amministratori locali e si spera che abbia una soluzione”.
Quali sono oggi le possibilità aperte?
“Ora Piacenza ha nuove grandi opportunità con quello che è chiamato il Polo del Ferro. Non vanno sprecate e a maggiore ragione serve un Comune molto attivo e un governo del Polo molto imprenditoriale. Bisogna avere coscienza che si possono creare molti nuovi posti di lavoro qualificati, se si opera bene. I poli logistici ben organizzati sono attrattori di nuove iniziative imprenditoriali. Non solo a Le Mose, anche nelle tante aree dismesse che abbiamo in centro e in periferia. E in sinergia con il Polo Universitario”.
Logistica attrattore di traffico e quindi inquinamento. Non pare una scelta sostenibile per un territorio tra i più inquinati
“E’ mia opinione che sia a Piacenza, sia negli altri poli, non si sia fatto quasi nulla sul piano ambientale, che sarebbe stato possibile e molto poco sul piano delle buone pratiche urbanistiche”.
A quali scelte ambientali sta pensando e cosa intende per buone pratiche urbanistiche?
“Penso ad esempio alla creazione di cinture boschive mangia CO2 e poi l’altro elemento davvero significativo che riguarda la proprietà o concessione delle aree della logistica. Mi chiedo se non si sarebbe potuto continuare come era stato fatto inizialmente per il primo lotto di Le Mose e assegnare le aree in concessione per 60-90 anni scaduti i quali, quando le aziende assegnatarie avessero abbandonato la logistica le aree sarebbe tornate al comune per un utilizzo diverso. Questo è quello che succede in Europa per le aree pubbliche. Quanto al tema dell’inquinamento certo, il Polo Logistico inquina come tutte le attività che attraggono traffico, ma è distante quasi sei chilometri da piazza Cavalli. Ci sono tanti altri punti d’inquinamento più vicini al centro della città”.
Ad esempio?
“L’A21 è a meno di un chilometro, la Centrale Elettrica a un chilometro, il Cementificio e l’Industria Chimica a 2, la Tangenziale sud e l’A1 a circa 3. Il termovalorizzatore a 3,5…. In ogni caso, concentrare, come in Nord Europa, in grandi poli le attività logistiche evita un’urbanistica anarchica tipica dell’Italia e la realizzazione di tanti piccoli poli sparsi ovunque. E favorisce l’intermodalità ferro-gomma, come a Le Mose. Portare più traffico su ferro aiuta a ridurre l’inquinamento. E si spera nella rivoluzione della mobilità elettrica nell’arco di 10-20 anni. Anche biometano e gas naturale liquido sembra che riducano le emissioni di CO2 del 90%”.
Il consumo di suolo però è innegabile, milioni di metri quadrati di area agricola occupata da capannoni…
“Lamentare il consumo di territorio agricolo in uno spazio delimitato e peraltro attraversato da due autostrade (A1 e A21), tre assi stradali (Via Emilia, Caorsana e Tangenziale Sud), due assi ferroviari (Milano-Bologna storica e nuova linea dell’alta velocità) e aree industriali preesistenti … mi fa pensare provocatoriamente che in questo spazio l’agricoltura andrebbe semmai vietata”.




