Il polo logistico piacentino, la genesi

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Il progetto di realizzare un Polo logistico a Piacenza prese corpo nei primi anni Novanta sulla base di alcune considerazioni che avevano come punto di partenza la realtà economica della città. Se ne parlò per la prima volta durante l’elaborazione del programma elettorale che supportò la candidatura di Giacomo Vaciago.
L’idea di un Polo logistico a Le Mose iniziò a farsi strada sulla base della convinzione che avrebbe rappresentato un elemento positivo per il settore dell’autotrasporto che a Piacenza aveva una rappresentanza consistente di operatori e puntando poi sul fatto che la zona di Le Mose offriva una grande potenzialità strategica. L’idea – che era stata portata alla discussione da Carlo Merli in contatto con gli autotrasportatori locali – cominciò a concretizzarsi nei mesi successivi e si iniziò ad accendere anche l’interesse degli operatori del settore. Intanto si compirono i primi passi per verificare la fattibilità del progetto anche se poi si vedrà che saranno tante le azioni e gli attori in campo per renderlo fattibile. E non senza stop and go.

Si avviarono i primi passi del progetto

I primi passi del progetto videro la creazione di una società che raggruppava gli autotrasportatori. Nacque così Piacenza Intermodale in essa entrano a far parte una ventina di associati e ne fu promotore Tito Fugazza. La necessità di poter avere un unico interlocutore con cui discutere il progetto di Polo logistico era stata avanzata dal Comune. In quella fase nulla era ancora deciso e si era in un momento di studio nel quale s’intendeva mettere sul tavolo per analizzarle attentamente tutte le potenzialità dell’idea e gli ostacoli che si sarebbero potuti evidenziare. Pareri positivi, pareri negativi si allineano in attesa di una decisione concreta.

Lo sviluppo della Cina l’Europa il suo mercato finale

Nel frattempo sullo scenario macroeconomico iniziarono ad avvertirsi modificazioni di grande significato e che avrebbero dato fiato all’idea di un Polo logistico nel Piacentino. A spiccare su tutto fu il decollo dello sviluppo industriale della Cina e il conseguente flusso di merci che in questi anni d’inizio globalizzazione videro l’Europa come un grande bacino di consumo di prodotti finiti e acquisto di semilavorati. Sempre in quel periodo in Italia si assisteva all’avanzare massiccio della grande distribuzione. E come anello conseguente si faceva largo la necessità dello stoccaggio delle merci.
Chiaro-scuri su una prospettiva di un Polo logistico piacentino che poi, improvvisamente, si sbloccò. Il contatto arrivò casualmente a Milano durante la presentazione del Rapporto di previsione del settore del mobile in Europa e Usa che il Centro di ricerca di cui era socio Mino Politi (in quel periodo neo assessore allo sviluppo economico del Comune di Piacenza) aveva i contatti anche con Ikea.
In quel momento le intenzioni di Ikea di realizzare il più grande centro logistico del Sud Europa (comprendeva anche Svizzera, Baviera, Austria se parte della Francia fino a Lione) coincisero con i progetti di Piacenza di avviare il Polo logistico. I rappresentanti di Ikea quindi vennero a Piacenza per effettuare un sopralluogo e si convinsero – come rivelarono in diversi incontri – dell’importanza di Piacenza nello scacchiere Mediterraneo-Nord Europa.

L’avvio degli iter burocratici: vendita e acquisto terreni

La decisione da parte di Ikea fu presa prima ancora che si fossero completate le procedure burocratiche necessarie per rendere concreta la decisione.
Primo impegno da assolvere per il Comune procurarsi le risorse finanziarie con la vendita dei poderi del Comune che a tempo sommavano a un valore di mercato di circa 20 miliardi di lire. Un’impresa non facile visto che l’alienazione era stata tentata varie volte senza successo.
Senonchè poco tempo prima una legge varata dal Parlamento avrebbe favorito quel tipo di vendite.
A questo punto il Comune decise di creare una società pubblico-privata per la gestione delle aree. La chiamò Piacenza Sviluppo ad essa vennero conferiti i terreni e nacque con partner la Confindustria locale e la stessa Piacenza Intermodale. Lo scopo della società era attrarre investimenti a Piacenza selezionando gli investitori migliori in termini di occupazione e allo scopo di governare il nascente Polo logistico.
Quindi si arrivò all’azione concreta: furono indette le aste e furono vendute tutte le aree e con parte di quella somma furono comprati dall’Ausl i terreni di Le Mose (comprese le aree per la nuova Fiera) e il podere di Montecucco. L’acquisto fu veloce e con quell’incasso anche i conti dell’Ausl si alleggerirono del rosso che avevano accumulato.
Ma le difficoltà non potevano dirsi concluse. Un polo logistico non può non avere i binari per contare sul collegamento ferroviario. La procedura non fu facile né veloce. La presenza di Piacenza in questo settore si era manifestata improvvisa e sullo sfondo si stagliavano gli interessi del preesistente polo logistico parmense. Alla fine, anche per la coincidente necessità di concludere gli accordi per l’Alta velocità e grazie alla personalità di Vaciago, molto rispettato negli ambienti istituzionali di Roma, si arrivò ad ottenere il collegamento ferroviario con il polo di Le Mose.

Il ricorso e lo stop dal Tribunale di Piacenza

Mancavano ancora le varianti urbanistiche. Prima di arrivare alla conclusione e all’attuazione del progetto sul percorso arrivò anche un ricorso al Tribunale di Piacenza da parte di un privato che si sentì danneggiato dall’operazione. Questo fatto portò allo stop da parte del Tribunale: un mezzo terremoto che determinò l’affossamento di Piacenza Sviluppo da cui uscì Confindustria e le dimissioni del segretario generale del Comune. In pista invece rimasero gli autotrasportatori di Piacenza Intermodale guidati da Tito Fugazza. Le cose poi proseguirono e per portare a conclusione il Polo Logistico fu utilizzato uno strumento urbanistico definito PIP (Piano integrato produttivo). Punto focale del PIP è che i terreni produttivi furono dati concessione per 60-90 anni anziché in proprietà.
Quindi furono assegnati tutti i terreni con asta pubblica a IKEA, Piacenza Intermodale e al più grande operatore logistico di Anversa. Una volta assegnate le licenze di edificazione partirono i lavori, poco prima della scadenza del mandato amministrativo. Si era nel 1998. Mentre era in corso la campagna elettorale fu presentato un altro ricorso, questa volta al TAR, da parte dello stesso privato rappresentato da un’associazione di categoria con pochissimi associati. Il ricorso ritardò solo di qualche mese i lavori.

Piacenza e la sfida della competizione territoriale

Una situazione stagnante, quella piacentina, nella quale si poneva l’urgenza di attrarre investimenti dall’esterno puntando sul fatto che in quel momento erano state messe sul mercato le aree di proprietà dell’Ausl a Le Mose. Il punto di partenza per questo progetto poggiava sostanzialmente su una scuola di pensiero che in quegli anni si andava diffondendo e che faceva perno sul concetto di attrattività territoriale perché, con l’avvicinarsi dei mercati globalizzati, si sarebbe sempre più sviluppato il confronto e la competizione tra territori che puntavano alla crescita economica, produttiva e anche culturale. Si era negli anni immediatamente dopo la caduta del muro (1989) e la sfida della globalizzazione era intesa come una grande opportunità. Seguendo questa linea di progettazione e affiancandosi a quello che in Europa era stato fatto a Barcellona con l’elaborazione del primo piano strategico (datato appunto anni Novanta) anche la politica locale si stava dando strategie e obiettivi alti. Motore dell’iniziativa politica di quel periodo fu Alleanza per Piacenza, un movimento – mai diventato partito – che era nato dalla società civile e che aveva elaborato un programma ambizioso con l’obiettivo di dare slancio allo sviluppo della città che usciva da un lungo periodo di instabilità politica, diversi i sindaci espressione di varie maggioranze, esperienze poi tutte fallite che portarono al commissariamento del comune e successivamente alle elezioni nel 1994. Competizione elettorale diversa dalle altre in cui debuttò il nuovo sistema elettorale. Stranamente ancora utilizzato oggi nonostante l’inclinazione prettamente italica di formulare un sistema elettorale dopo l’altro giubilando, di volta in volta, quello appena licenziato. L’elezione diretta del sindaco comunque resiste.
Le elezioni videro il prevalere del centrosinistra: fu eletto sindaco Giacomo Vaciago espressione proprio dell’area culturale e politica che fu Alleanza per Piacenza. E’ in questo contesto che hanno preso corpo diverse iniziative per dare concretezza al programma sulla base del quale Alleanza per Piacenza aveva aggregato una vasta area di centro sinistra.
Tra gli obiettivi di quel programma come si diceva vi era l’attrazione degli investimenti esterni per rispondere sia ai problemi posti da un alto tasso di disoccupazione, sia per arginare il fenomeno del pendolarismo soprattutto verso Milano, ma anche per dare slancio a un progetto culturale di città che la rendesse capace di competere con i territori vicini visto che scontava soprattutto la vicinanza di Milano. Da qui tra gli elementi programmatici di quel periodo storico (inizio Novanta) si segnalano alcuni obiettivi strategici tra cui il potenziamento del polo Universitario della Cattolica e il tentativo di portare il Politecnico di Milano a Piacenza, vista la forte specializzazione locale in campo meccatronico ed energetico.
Accanto a questo un altro impegno: il rilancio degli investimenti, partendo dalle infrastrutture ferme da anni come la riqualificazione del patrimonio pubblico, il termovalorizzatore (per affrontare il problema rifiuti in quel periodo si svolgeva spesso anche il pendolarismo dell’immondizia), la realizzazione delle interconnessioni autostradali, il polo fieristico, le varianti anticipatrici e un nuovo PRG, il completamento tangenziale, parcheggi per pendolari e ospedale).

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