
Mia nonna era di Casa Roveda. In famiglia sentivo parlare di Casa Roveda con timbro enfatico. Da piccolo mi figuravo fosse come la Casa Bianca di Washington, come la Casa Rosada di Buenos Aires. È qualcosa di meno. Casa Roveda, Val Tidone, siamo sempre andati lì a prendere il vino. Il babbo aveva un ex commilitone diventato vignaiolo, che gli preparava la damigiana. Mi piaceva accompagnarlo all’acquisto, ascoltare le loro storie (anche se si ripetevano spesso). L’ex commilitone diventato vignaiolo, disse che l’unico vino buono di Piacenza si faceva in Val Tidone.
Era convinto, oggi lo sarebbe meno. La piccola Val d’Ongina ad esempio offre ottimi autori, gente che esce dalle righe tracciate dal frizzantino e dalla scodella macchiata. Ho conosciuto Fabrizio Illica, vignaiolo proprio lì. Mi ha invitato a una cena in cantina. Fabrizio ha una bella sala attrezzata, si accorda con un cuoco (c’era uno dell’ex Osteria del Teatro) che gli prepara il menù, a cui abbina i suoi vini. Il tutto incastonato in un contesto suggestivo, attorno hai Castell’Arquato, Veleia, Vigoleno. La Illica vini potrebbe produrre il Vin Santo, avendo vigne dentro la zona, ma oggi non interessa.
Hanno già un ventaglio completo in produzione: bianchi, rossi, passito, metodo Martinotti, Metodo classico. Tutto biologico certificato, tutto con quella punta di sperimentazione che genera prodotti d’identità garantita. Quando l’offerta è ampia, cerco di darmi un obiettivo. Quando nella scelta c’è un metodo classico, lo punto. Quello di Illica incuriosisce, un bianco dal nero, dove il nero è Barbera. Non è un’invenzione, ma ci vuole cognizione e pure coraggio per buttarsi nell’impresa. E poi quando leggo il nome: 1919 Il Centenario, anche se non è riferito al Piacenza Calcio, mette allegria. Fabrizio ne stappa una per bagnare la visita. Mostra il bel giallo carico, la fila di bolle che si arrampica a centro bicchiere e aggiunge: “Se vedessi che colore ha il mosto ti spaventi, è marrone. Per fortuna mentre matura, qualcosa di buono succede.”
Intasco il turacciolo. Sul sughero c’è scritto che la vita è troppo breve per bere vini mediocri. Fabrizio però non usa mai mediocre per il vino. Usa un più simpatico “potabile”. Mi porta in cantina, dove illustra tutto con rigore. Gli chiedo cos’è la concia, lo vedo scritto su una botte. Risponde: ”At vol savèi tropp”, però mi anticipa che sta lavorando a un bianco di bianchi. Dall’espressione capisco che è lui il primo a volerlo bere. Alla Illica sono molto ospitali. Gradirebbero vedermi andar via storto, ma li muro. Ci congediamo su una bottiglia di Archeus, il loro passito. Quando si stappa, sembra stiano scrollando una pianta di albicocche. Saluto, ringrazio, e carico il mio acquisto di 1919. Quando finirà l’emergenza, torno. Garantito.




