
Ha deciso di scegliere il male minore, perché di fronte al tumore, ogni cosa ha un altro sapore. Lei ha deciso di sottoporsi alla chemioterapia, lei oggi è viva. La giornalista Antonella Lenti ha affidato il suo pensiero al quotidiano Libertà per il quale lavora, per una riflessione su alcune giovani donne colpite dal cancro che hanno rifiutato la chemio. Di loro oggi si parla al passato. Il fatto è di qualche settimana fa. Antonella ha scoperto il suo tumore nel 2011. “Ci ho pensato su e il primo pensiero è stato: mi faccio curare o non mi faccio curare? – ci ha detto – quando ho scoperto che avevo un nodulo al seno sono stata tentata di non fare nulla. Mi sono chiesta: sono disposta a sottopormi a quel dramma che è la cura? Poi passato lo shock iniziale di avere il cancro, mi sono fatta vedere e sono stata presa in carico dai medici che mi hanno illustrato quello che era meglio fare e ho cominciato la chemio”.
E’ da lì che è partita l’avventura, affrontata consapevolemente, con tutti gli effetti collaterali che la chemio, la terribile rossa, avrebbe provocato sul suo corpo. “E’ devastante, mi hanno raccontato che dopo la seconda avrei perso i capelli, avrei fatto ogni 26 giorni il nuovo ciclo, gli odori sarebbero cambiati, mi avrebbero dato fastidio, infatti sentivo odoracci ovunque, avevo nausea, vomito e febbre. Però non ho mai pensato di smettere, perchè ad ogni ecografia il nodulo si ridimensionava, segno che era efficace. Con la chemio ho scelto il minore dei mali”.
Ha scelto di percorrere la strada indicata dalla medicina, quella tradizionale, quella che al momento dà i risulatati, il primo e il più evidente è quello che oggi Antonella racconta la sua esperienza. “Io penso di avere avuto in dono questi 5 anni legati alla scelta della cura, perché fino a prova contraria, scientificamente, non ci sono altre cure. Nel mio percorso non ho visto l’aggressività medica nel dire “tu devi fare questo o quello”, ci sono approfondimenti per cui se una persona ha patologie particolari la chemio non viene fatta, la cura viene sempre più personalizzata”.
E’ davvero la paura di provare dolore, di soffrire che porta a rifiutare la cura? Si domanda nella sua riflessione. Un umanissimo terrore dal quale si cerca di fuggire, a scapito della vita. “La paura del dolore è terribile – conferma Antonella – ma bisogna affrontarlo se capita. Io ho sempre affrontato tutto, non mi piace nascondermi in nulla. Sono contenta di aver fatto questa scelta anche se ti porta a conseguenze davvero pesanti. Come quando devi fare una scelta di qualsiasi tipo si valutano pro e contro: ce la posso fare ad affrontare questo impegno, mi sono domandata. Ce la posso fare a mettermi di nuovo alla prova, una prova di forza e di carattere ma anche di umiltà perché ti devi mettere nelle mani di altri che possono aiutarti”.
Oggi, a quasi 5 anni dalla malattia, tra controlli ed esami periodici, vede ogni cosa con occhi diversi perchè dall’altra parte c’era anche la possibilità di non esserci più.
“Prima del cancro non avrei mai pensato di essere così, non ho mai pensato alla morte. Oggi ho una certa frenesia di vivere, perdo la pazienza, vorrei avere il tempo di girare il mondo; sento la fretta di vivere e non voglio perdere tempo sulle stronzate. Non mi sono lasciata andare alla disperazione mai, e di questo mi sono stupita perché non avrei immaginato. Grazie alle associazioni di cui faccio parte ho imparato a vincere la sfida; è come se fossimo in trincea verso un nemico che sta lavorando dentro di noi. La disperazione è solo un elemento a favore del nemico”.
Nella sua scelta Antonella ha deciso di affidarsi, e in un certo senso di delegare, alla scienza una parte della sua vita, perché il cancro non sparisce da solo; quel dubbio umano e legittimo se farsi o meno scorrere nelle vene la chemio rossa si è dissolto. “Capire che c’è una fase della malattia in cui la delega alla scienza va data, è fondamentale – ha detto – perchè il problema di fondo è la sconfitta del cancro. Poi è vero che la ricerca non è fatta come si dovrebbe, prova ne è che sempre più giovani si ammalano di cancro, probabilmente si dovrebbe fare qualcosa in più, ma questo tocca agli Stati. Cosa gli Stati pensano di fare per la salute dei cittadini? Mi sembra molto poco. Ma questo non va giocato sulla pelle di chi è malato”.
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