
La sezione piacentina di Slow Food ha scelto come locazione il ristorante BelRespiro di Agazzano per organizzare una panoramica sul Verdicchio. Non ero mai stato al locale in riva alla Luretta, però avevo una segnalazione tenuta di conto: hanno anolini buonissimi. Il Verdicchio è un vino rigenerato. Si imponeva nelle pizzerie, per prezzo e forma di bottiglia fuori dalle righe, è diventato imprescindibile nelle cantine di chi vuol bere pregiato. La lungimiranza di alcuni vignaioli, passati dalla produzione quantitativa a quella qualitativa, ha innescato un meccanismo virtuoso che ha trascinato a rivalutare uve e territori, incoraggiato altri produttori a ricercare eccellenza. Sono di parte, ma se i piacentini avessero creduto nelle potenzialità della Malvasia locale, con la stessa energia degli Jesini per il loro Verdicchio, avremmo bevuto meglio. Comunque il parallelo tra Malvasia e Verdicchio è mio e finisce lì. Luca Bersani e Vittorio Barbieri, rappresentanti di Slow Food Piacenza, illustrando la degustazione non vi fanno accenno. Del resto attinenza non c’è. I portavoce dell’onorata istituzione enogastronomica affrontano il problema di acustica in spazio aperto, suddividendosi i tavoli cui raccontare di Verdicchio. Di noi si occupa Luca; ci spiega perché serva una distinzione tra Matelica e Jesi. In fondo son solo quaranta minuti di macchina a separare le cittadine, eppure è indispensabile. Ci illustra quali sono le caratteristiche dei vigneti, la longevità dei vini, la storia delle aziende che hanno influenzato la produzione. Chiude con la spesa prevista per comprare in cantina. Si spazia da 10 a 45 Euro pro bottiglia (pezzi rari esclusi) e siccome Slow Food si occupa di pura divulgazione, gli interessati all’acquisto dovranno poi passare, o contattare, le cantine prescelte. Il ventaglio della degustazione lo hanno organizzato per coprire zone di provenienza, vini base, riserve, gioventù, invecchiamento, novità, storia. Di spalla agli assaggi hanno previsto un menù composto da: batarö con trittico salumi DOP Azienda Agricola Rocchetta di Fossili – Corte Brugnatella; pisarei emulsione di burro agrumato, acciughe “masculine da magghia” e ciccioli; Melanzane al forno a legna, polpette di pane e acciughe, concasse di pomodori e caciocavallo podolico. Si comincia con Matelica 2020 di Stefano Zoli. Piace molto, ma essendo il primo non mi sbilancio. Segue Matelica 2020 Collestefano, diverso, forse più facile dirne bene, per quello preferisco Zoli. Arrivano i salumi. Il vicino dice che la pancetta è un po’ giovane, per me da volar via. La coppa è di quelle buone, il salame a vista lo pensavo più esplosivo. Confesso: è la prima volta che mangio batarö fuori dai confini di Sala Mandelli, Trevozzo, Pianello. Mi sentivo come uno che a Spezia vuol cenare con capriolo in salsa di mirtillo, invece è andata bene. Servono i pisarei al condimento fuori protocollo, gran piatto. Lo accompagnano il “di Gino”, Fattorie San Lorenzo, Jesi 2020, e la riserva sempre jesina, sempre 2020 di Brunori. Si tratta di vini differenti tra loro, molto differenti dai primi due. Cominciano ad essere troppi per collocarli a mente. E il dibattito al tavolo non aiuta: “A me piacciono il primo e il terzo”, “Preferisco secondo e quarto”, “Questo qui è più profumato…”, già, ma quale è questo qui? Quando portano gli ultimi due bicchieri arrivo preparato. La riserva 2018 de “La Staffa” è stata una recente, piacevole, scoperta. Col titolare ci siamo scambiati mail, quattrini e bottiglie nel periodo lockdown. Della riserva di Villa Bucci non si può discutere. Il mio vicino, quello della pancetta, prima dice che è un vino troppo intenso per pasteggiare. Poi lo beve, vede che lo guardo e aggiunge: devo ricredermi. Appetitosa la melanzana, sono abituato a inghiottirne la buccia, stavolta ho rinunciato. La cottura a legna chiede qualche sacrificio. A fine giochi salta fuori una settima prova: un giro di Matelica 2018 della cantina Cambrugiano. La bottiglia che mi è piaciuta meno. Ne parlo con Barbieri, mi redarguisce: “L’unico di serata a stagionare nel legno, è proprio buono.”. Lo riassaggerò a palato pulito. Intanto ad Agazzano è scesa di un bel po’ la temperatura. Complice la disinvoltura etilica, chiedo a Chiara, co-titolare del BelRespiro, se posso andare fuori menù e assaggiare gli anolini di cui mi dicono così bene. Gentilissima, li porta per tutto il tavolo, serviti in tazze da the spaiate. Il profumo del brodo catalizza l’invidia altrui. L’anolino è superiore. Rispetto a quelli di mamma, diapason ufficiale, c’è il ripieno “liscio”, ma te ne accorgi solo perché son troppo buoni. Complimenti sinceri, estesi a tutti gli organizzatori per la bella serata.




