
Quando il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha fatto visita all’istituto Volta nello scorso 7 novembre, alcuni studenti hanno tentato di far sentire la loro voce, denunciando l’assenza di un vero dialogo con lui. Un’iniziativa che, però, è stata stroncata sul nascere. A raccontare i retroscena sono i veri protagonisti dei fatti, Francesco Massari e Lorenzo Turturro, coinvolti in due distinti ma contemporanei tentativi di protesta.
“Avevamo saputo dell’arrivo del Ministro solo pochi giorni prima – racconta Francesco Massari – e ci era stato detto che la giornata si sarebbe svolta in modo rigido: spille della scuola sui vestiti, atteggiamento composto e nessuna possibilità di intervento spontaneo. Alcuni studenti selezionati avrebbero presentato la scuola e i progetti, ma non era previsto alcun confronto diretto con Valditara. Questo è ciò che più ci ha fatto riflettere: perché escludere il dialogo?”.
Massari ha quindi deciso di tentare un piccolo gesto simbolico per farsi notare. “Ho disegnato un punto di domanda rosso su un foglio e l’ho mostrato alla fine del suo intervento, sperando di creare uno spazio di confronto. Non ho fatto rumore, mi sono solo spostato al centro dei gradoni per attirare l’attenzione. Il Ministro mi ha appena guardato e poi ha ignorato il gesto. Poco dopo, la vicepreside mi ha tolto il foglio, ribadendo che il programma non poteva essere modificato”.
Parallelamente, Lorenzo Turturro e altri due compagni stavano organizzando un’altra forma di protesta. “Tutto è nato il giorno prima – racconta – perché oltre alla rigidità dell’evento, c’erano anche altri problemi evidenti, come il numero elevato di insegnanti precari nella scuola, una situazione che riguarda tutto il Paese. Abbiamo quindi preparato un cartellone con la scritta: ‘Se la scuola è il futuro, perché ci date un presente così precario?’. Inizialmente volevamo mostrarlo in Aula Magna, ma poi abbiamo temuto che ci avrebbero allontanati prima ancora di riuscirci”. Per evitare ripercussioni dirette sulla scuola, il gruppo ha deciso di firmare l’uscita anticipata. “Uscendo, però, siamo stati fermati da qualcuno dall’interno che ci ha strappato il cartellone dalle mani senza dire una parola”.
Dopo il ritiro del suo foglio, Massari è stato invitato a rientrare in classe. “Ero nervoso, soprattutto per l’indifferenza totale di Valditara, che nel frattempo proseguiva la visita come se nulla fosse accaduto. Riflettendoci, avrei cercato di coinvolgere più persone in un’azione collettiva”.
Turturro e il suo gruppo, rimasti senza cartellone, hanno pensato di bloccare l’ingresso principale della scuola, ma si sono resi conto di essere troppo pochi per farlo. “Ci siamo fermati fuori, dove abbiamo incontrato la preside e la vicepreside. Ci hanno identificati e rimproverati con toni molto duri, nonostante fossimo su suolo pubblico e ormai liberi da ogni vincolo con la scuola. Alla fine, ce ne siamo andati e abbiamo parlato con un poliziotto, che ci ha messo in contatto con il Dirigente scolastico dell’Emilia-Romagna. Ci ha chiesto di inviargli una mail con le nostre motivazioni, promettendo di inoltrarla al Ministro. Non abbiamo mai ricevuto risposta”.

La vicenda ha avuto risonanza mediatica, ma gli studenti assicurano che non era loro intenzione rivolgersi ai giornali fin dall’inizio. “Abbiamo deciso di contattarli solo dopo essere stati cacciati dalla scuola e minacciati di conseguenze disciplinari – spiega Turturro – più che altro per tutelarci”. Dopo un confronto con la preside, i rappresentanti d’istituto hanno proposto di scrivere una seconda lettera ai giornali per “correggere” alcune dichiarazioni della prima. “Di fatto – continua Turturro – questa seconda lettera è stata scritta, ma non è mai stata inviata ai media. È rimasta solo sul sito della scuola, dove probabilmente è ancora visibile”. Massari aggiunge un’altra riflessione: “La prima lettera sembrava un attacco più alla nostra scuola che al sistema scolastico in generale. Questo ha generato una reazione volta a difendere la reputazione dell’istituto, ma il nostro intento non era criticare il Volta, bensì ottenere ascolto da chi prende le decisioni. Non è mai stato nei nostri intenti politicizzare la questione: tant’è che poco dopo è stato rifiutato il contatto con un membro del PD proprio per evitare strumentalizzazioni”.
Il gesto di Massari ha trovato alcuni sostenitori tra i compagni. “C’è chi ha apprezzato e chi mi ha ringraziato per aver tentato di rompere il muro di silenzio, ma ho sempre voluto assumermi la responsabilità da solo”. Turturro, invece, parla di una reazione più fredda. “Molti professori hanno apprezzato, ma tra gli studenti ci sono state più critiche che sostegno. I rappresentanti non hanno preso una posizione chiara: non so se volessero distanziarsi da noi o se invece fossero infastiditi dal fatto di non essere stati coinvolti. Ma, in ogni caso, quante persone si sarebbero davvero unite alla protesta? Ci ho provato, ma molti si sono tirati indietro per paura delle conseguenze”.
Se Valditara avesse accettato il confronto, Massari sapeva già di cosa avrebbe parlato. “Avrei posto l’accento sulla necessità di corsi curricolari di educazione all’affettività e alla sessualità, che oggi mancano o sono trattati come attività facoltative. L’assenza di una vera educazione in questo ambito contribuisce alla diffusione di misoginia e al tragico aumento dei femminicidi. Ma, oltre a questo, avrei voluto incoraggiare i miei compagni a porre domande, in un clima di apertura e dialogo”. Turturro avrebbe invece puntato l’attenzione sulla precarietà del corpo docente. “Abbiamo parlato con molti professori, che ci hanno spiegato le difficoltà e le ingiustizie dei concorsi. Per noi studenti, però, il problema è concreto: cambiare insegnante ogni anno impedisce di costruire un buon rapporto con loro e con le materie. Dopo cinque anni di superiori, ho avuto pochissimi punti di riferimento. E so che non è solo un problema della mia classe”.
A distanza di tempo, entrambi riconoscono che il loro tentativo non ha portato a cambiamenti concreti. “Ho la sensazione che tutto sia già stato dimenticato – ammette Turturro – sia dagli studenti che dagli adulti. Se ci fosse un’altra occasione simile, forse ci riproverei, ma sarà difficile”. Massari condivide questa riflessione. “Se ne è parlato molto in quei giorni, ma senza conseguenze reali. Nessuna azione concreta, nessuna volontà di portare avanti il discorso. Sono comunque soddisfatto di ciò che ho fatto, ma se ci fosse stato più dialogo e meno incomprensione, forse avrebbe avuto un peso maggiore nel tempo”.
Sofia Moglia




