Sparuta Presenza,
25 stagioni di tifo

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Davide Scotti

di Cesare Raimondi – La campagna abbonamenti del Piacenza Calcio è in essere. Il primo passo verso l’estate che finisce. Luchino è carico, questa sarà l’ultima tessera comprata a 10 euro. Seguirà l’ingrossamento del pomo d’Adamo, la voce arrochita e l’addio alle compagnie attempate.
Da quando vado allo stadio con lui, ci siamo proposti rituali scaramantici. Il mio: arrivare al pelo, parcheggiare nello stesso posto, prendere la stessa rampa di scale. Il suo: guardare il settore ospiti ancor prima del campo, cercare la bandiera del Golo, e soprattutto segnalare che ha scorto tra la folla “L’elegante sagoma di Scotti”.
Luca non sa che Davide Scotti è coautore di un tomo importante. Se non in termini letterari, è l’ argomento trattato che lo rende tale: la sicurezza sul lavoro. Conosco Davide per aver condiviso l’orbita attorno alle solite gradinate. Lo chiamo e gli propongo l’indagine a base di 10+1 domande.
1) Davide ho qui la copia de “Il libro che ti salva la vita” Col tuo coautore cercavate una formula stuzzicante per motivarci alla lettura?
“Il titolo è volutamente provocatorio. Di fatto il libro offre al lettore, la possibilità di aprirsi a una idea di sicurezza, sul lavoro e non solo. Utilizza un linguaggio semplice, diretto e in qualche modo innovativo. È un testo unico nel suo genere con un target generalista”.
2) Nemmeno da dire, ti riuscisse di salvarmi, questo giro lo offro io. Qual è il percorso che ti porta ad affrontare un argomento così intenso?
“Da quasi 20 anni lavoro in un industria particolarmente pericolosa, quella petrolifera. Negli ultimi 10 ho contribuito ad avviare un processo di cambiamento culturale, attraverso una programma di leadership applicata alla sicurezza. Un cambiamento che ha avuto molto successo, portandomi ad esplorare linguaggi anche non convenzionali, tra cui cinema, teatro, musica e appunto letteratura. Il tutto messo a servizio di una tematica, solitamente comunicata tramite poco motivanti obblighi, doveri, e prescrizioni”.
3) Leggendo le cronache quotidiane, ho come la sensazione ci sia ancora molto da sistemare nel segmento della sicurezza sul lavoro. Il libro è del 2014, avrai raccolto dati e testimonianze. Si può tracciare il bilancio dell’impegno?
“Dall’uscita del libro ad oggi è passata molta acqua sotto i ponti. Di fatto è iniziato uno straordinario percorso di cambiamento sociale. Grazie al coinvolgimento diretto di centinaia di cittadini e professionisti, divulghiamo questo metodo a tutti i livelli, dalle scuole alle aziende. Ci piace definirci Ambasciatori della Sicurezza, e identificarci nel movimento di Italia Loves Sicurezza, che ho ideato tre anni fa”.
4) Mi sto costruendo una discreta fama in ospedale, nei panni del debole di polso. Svengo spesso. Lo premetto per dirti che data la crudezza, di alcuni passi del libro non ho visto la fine. Pertanto: “A me non succede” è la forma da sconfiggere?
“Ogni giorno in Italia 3 persone perdono la vita sul lavoro e 9 sulle strade, coinvolti in vari tipi di incidente. Sono i numeri più alti d’Europa e ancora li avvertiamo come una normalità. Siamo animali sociali, è nella natura cercare il piacere immediato e allontanare il dolore.
Attraverso una miglior comunicazione possiamo aiutare le persone ad avere un “focus” diverso sulle potenziali conseguenze delle loro azioni. Ho vissuto 8 anni in Gran Bretagna, dove impiegano una comunicazione molto cruda, che genera effetto shock. L’ obiettivo non è far vivere male chi vede il messaggio, ma stimolare quella sana paura per le conseguenze”.
5) Ero alla prima esperienza lavorativa. Decisi di accorciare i lacci delle scarpe perché continuavano a slegarsi. Utilizzai il taglierino in dotazione, col risultato di conficcarmi la lama in un polso. Nel libro ho trovato che anche le persone intelligenti si fanno male sul lavoro, ed è stato di grande conforto. Qual’è l’errore più grave che commettiamo?
“Non sentirti troppo rincuorato, è la realtà: nessuno è escluso dagli infortuni. Distrazione, sottovalutazione, improvvisazione, puoi chiamarlo in diversi modi, ma tutto è riconducibile al fattore umano. L’aspetto mentale, l’attenzione e la consapevolezza delle potenziali conseguenze sono elementi fondamentali sui quali lavorare.
6) Nel tuo profilo di autore si dice alla fine: tifoso del Piacenza Calcio. Posso chiederti qualcosa anche di pallone? Mi hanno chiesto di raccontare le dinamiche dei tifosi piacentini che frequentano la rete, ma non so come fare.
“Certo che dobbiamo parlare del Piacenza! Sono un rappresentante diplomatico della piacentinità e del Piacenza Calcio nel mondo. Appena c’è un “where are you from?” ne parlo subito. A proposito di rete, il primo forum non ufficiale sul quale i tifosi potevano interagire, lo creai nel 1999 in Scozia, dove vivevo. Oggi i social permettono di alimentare la passione biancorossa, hanno sostituito i bar. È bello, ma credo che il tifo sia soprattutto offline, allo stadio. E mi piace notare il rinnovato entusiasmo in Curva Nord. Le nuove leve si prendono la briga di portare avanti la storia del tifo biancorosso. In loro rivedo l’entusiasmo di 25 anni fa, quando fondammo la Sparuta Presenza”.
7) Infatti arrivi da un’esperienza niente affatto virtuale. Eri uno di quelli indicati nelle cronache sportive come: “una sparuta presenza di tifosi piacentini al seguito”. La Sparuta, una chicca preziosa, al pari della rovesciata di Piovani, del tacco di De Vitis, del goal di Pani. Quest’anno sono 25 stagioni, il tempo vola quando ci si diverte?
“Davvero, quanto tempo. Nel 1993 creammo quello stendardo con lo spirito di andare ovunque andasse la squadra. Poi sono partito per studiare all’estero, per lavorare all’estero. In questi anni sono stato più via che qui. Ma loro ci sono sempre stati, nonostante tutto, dappertutto”.
8) Parlane bene, parlane male, l’importante è che se ne parli. Scomparso Andreotti, ho perso fiducia nel suo assioma, e ho smesso di utilizzare le pagine online dedicate al Piacenza. Tu le guardi?
“Ti racconto una cosa che può capitare solo in rete. Protetto dall’anonimato di un “nickname” qualcuno “posta” su un gruppo Facebook un messaggio strano: vuole regalare la propria collezione di maglie biancorosse. Lo invitano a meglio specificare, lo contattano in privato, ma la comunità virtuale si forma l’idea di un “fake”, un provocatore insomma. Gli sto dietro, instauriamo un rapporto. E’ calabrese, abita a Cosenza, ma è nato qui. Ha 13 anni quando conquistammo la prima serie A, e diventa tifosissimo del Piace. Comincia a raccogliere maglie, oltre un centinaio. Mi impose richieste da collezionista, stabilì inderogabili garanzie. Il percorso è stato lungo, ma alla fine mi ha scelto per essere il destinatario. Ne sono molto orgoglioso, presto le metterò in mostra.
9) Durante le giornate FAI ho visitato palazzo Scotti di Sarmato, l’allora distretto militare. La guida diceva che il cognome Scotti deriva da Scottish, famiglie scozzesi di commercianti dell’epoca. Tu hai percorso la tratta Scozia Piacenza in senso inverso. Hai conosciuto quell’ondata di italiani che si ritagliava una carriera in kilt? Mi vengono in mente i fratelli Bonetti, Bruno, Gattuso, Capitan Riccio…
“Nel 1997 quando sono partito, era molto gettonato Marco Negri. Però il colpo che non sai, fu portare il nostro Dede Valla a giocare in Scozia. Era a Voghera in C2, disse di essere interessato ad un’esperienza oltre confine. Mi sono divertito a fargli da agente, trovandogli ingaggio nel “Cove Rangers” nella Highland League. Bei ricordi quell’anno!
10) Ad un console piacentino posso forse evitare una domanda sul cibo?
“Mi piace mangiare bene. Nei viaggi di lavoro, affronto le specialità del luogo senza timore. Ma avverto un fastidioso tremito alle mani se sto lontano per troppo tempo da un buon piatto di pisarei e un bicchiere di gutturnio!”
11) Siamo all’ultima, che non è domanda. Ci risentiamo con più calma per approfondire il tema sicurezza?
“Allora andiamo a cena e ne parliamo per bene”.

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