Se la salute è l’obiettivo per la sanità serve una rivoluzione.

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L’esperienza drammatica che viviamo da mesi non dovrebbe lasciare equivoci: l’unica via sanitaria possibile è pubblica. Il tema è immenso. Se al centro c’è il concetto di salute diffusa la strada però non è così in salita. Servono molte risorse e spese bene, quelle stesse risorse che in 20-30 anni sono state sacrificate.

Almeno due sono i binari da percorrere se si vuole iniziare la (mezza) rivoluzione puntando all’obiettivo della salute diffusa. Uno riguarda la delega regionale alla gestione della sanità l’altro porta dritto a rivedere la consistente privatizzazione che è venuta crescendo in questi decenni divenendo in certe zone l’asse portante del sistema.

Parlando della delega regionale sulla sanità sono evidenti le enormi falle intollerabili di fronte alla necessità di affrontare con decisione, preparazione e strumenti adeguati la pandemia. Lo spezzatino della gestione sanitaria ha messo in rilievo oltre a inefficienze e mancanza di coordinamento generale, sacche di difesa di piccoli poteri decisionali che ha spesso trasformato in farsa un dramma costellato di morti.

Perché la salute deve muovere la sanità

  • Un primo grande cambiamento per rendere credibile quel proposito farsetta che ci raccontiamo da mesi (“nulla sarà più come prima”) è iniziare a pensare in termini di salute prima che di sanità. La salute è il bene più prezioso per ciascuno di noi e un popolo in salute (anche anziano, e a maggior ragione se anziano) è una garanzia di benessere collettivo (e di minor spesa a conti fatti se sono i soldi a muovere le scelte è un elemento da considerare). La sanità viene di conseguenza, è una subordinata uno strumento per mantenere in salute le persone.

Ripensando invece a quello che è successo in questi mesi, alle scaramucce nonsense che hanno contrapposto vari poteri in nome della sanità si è di fatto calpestato il diritto alla salute che sia senza mediazioni, senza secondi fini, e soprattutto senza bandierine di parte che francamente sono fuori luogo. Con buona pace del diritto alla salute.

Lo spezzatino della sanità non giova

  • Un secondo grande cambiamento sarebbe mettere mano alla parcellizzazione della sanità per ricucirne i pezzetti in un unico canovaccio che si muova nella stessa direzione e abbandoni le spinte uguali e contrarie che creano stallo, confusione e irrazionalità. La riforma del Titolo V del 2001 fu spinta verso il federalismo, bandiera issata dalla Lega di allora (quella di Bossi), voluta dal centrosinistra del tempo con l’obiettivo di soddisfare (così sembrava dalla narrazione del periodo) i desiderata di un popolo che non aveva Roma nel cuore. Anzi.
  • Il peso dei bilanci della sanità
  • La sanità (in questo caso è giusto parlare di sanità) aveva al tempo anche grossi problemi di bilancio e di rientri da sforamenti incontrollati. La gestione regionale (non ovunque evidentemente) fece rientrare in parte quel bubbone della spesa complice – va detto anche se a qualcuno non piace parlare di questo argomento – la politica di tagli robusti ai finanziamenti erogati dallo stato e così di anno in anno si è andati verso il maquillage dei bilanci comunicati sempre come una necessaria e indispensabile “razionalizzazione” della spesa sanitaria che si sa era zeppa di sprechi. Tempo e denaro sprecato ad esempio il servizio infermieristico a domicilio che rientra nella continuità assistenziale di chi – cronico – viene dimesso dall’ospedale? Con l’esperienza dell’oggi sembra di no. Ma allora tutti zitti. In fondo che dire di fronte a un progetto così serio di razionalizzazione… non si corre il rischio di poter passare per quelli che vorrebbero l’irrazionalità al potere? No. Quando mai.
  • L’imperativo era diventato spendere meno e spendere con intelligenza evitando gli sprechi con buona pace del diritto alla salute.

Le privatizzazioni toccasana

Secondo il principio della sussidiarietà quello che non può fare il pubblico lo faccia il privato. Così come è accaduto per tanti servizi pubblici locali (dal sociale fino alle biblioteche o ai trasporti) è avvenuto anche nella sanità. Anzi questa strada è diventata “La strada maestra” per alcune regioni. Prima fra tutte la Lombardia.

Anno dopo anno si sono create così le eccellenze. Ricerca sulle grandi malattie, grandi chirurgie che tengono testa alle migliori del mondo. Ma se alla base mettiamo il concetto di salute ci vuole anche altro. Non ci sono categorie di buoni e cattivi in questo discorso. E’ un fatto l’impresa privata (anche se sanitaria) è finalizzata al profitto stanno in piedi così eccellenze e professionalità… performance che non contemplano l’indispensabile quotidianità della cura di chi, anziano accumula bisogni di assistenza a tutto tondo che solo un sistema pubblico può garantire. Per il privato sarebbe un segmento diseconomico. Ci deve pensare la sanità pubblica e quando questa viene lentamente e anno dopo anno svuotata? Succede il patatrac. La pandemia ha messo a nudo il problema. Ora si faccia qualcosa.

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