Rizzuto:”A Piacenza serve una classe dirigente capace di osare pensando la città futura”

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Gaetano Rizzuto già direttore responsabile di Libertà

Visione, spirito di squadra, capacità progettuale, coraggio… Piacenza deve uscire dal guado. Sono questi gli ingredienti indispensabili per saper progettare il futuro della città per i prossimi 20-30 anni. Tasselli che Gaetano Rizzuto individua nel tratteggiare il profilo di Piacenza dove ha scelto di vivere dopo una vita nel giornalismo che s’intreccia negli ultimi 23 anni con il quotidiano Libertà, quindi con Piacenza.

Ventitré anni. Un periodo sufficientemente lungo e coinvolgente per entrare nel sentire di un luogo, di una città seppure chiusa, individualista, tradizionale, sonnacchiosa e talvolta diffidente come Piacenza. Traccia un percorso che si sviluppa su alcuni cardini che rappresentano peculiarità e difetti antichi del territorio Piacentino. Tra questi gli steccati che ingabbiano Piacenza nel recinto della paura di aprirsi al nuovo, di cambiare l’esistente perché “dà più garanzie e sicurezza”. Per tutto questo – sottolineano spesso le parole di Rizzuto – serve una classe dirigente capace di osare, di avere il coraggio,  anche di correre rischi per imprimere un ritmo veloce, per riuscire ad aderire, talvolta anticipare la complessità della società di oggi e, in due parole, a non restare fermi: “Gli altri territori corrono e se non acceleri resti indietro”, ma aggiunge “Se la città non è ferma alcuni fermenti ci sono… però ci vuole coraggio”.  

Ravvisa il punto debole nel “Sistema Piacenza che – dice – stenta a decollare come nel passato quando ci sono stati momenti positivi. Cita come tentativo riuscito il Festival del diritto in cui Comune, Fondazione, alcune grandi aziende avevano creduto ed il successo è stato anche nazionale. Poi è finito. “Per fortuna ora ha preso avvio  il ‘Festival del pensare contemporaneo’ che ha avuto un successo straordinario. Si sono stupiti tutti, classe dirigente compresa. Questa è ancora una volta la dimostrazione che se Piacenza offre delle cose che uniscono le forze, in un modo organizzato che fa parte di un sistema, di un insieme, le risposte arrivano. E sono positive per tutti, anche per gli operatori del turismo, dagli alberghi, ai commercianti, ai ristoranti e naturalmente per chi vive in questa città. Bisogna tenere sempre conto che la vocazione turistica in questa città è importante e straordinaria”. Ma è difficile raggiungere l’unitarietà degli obiettivi. A questo proposito Rizzuto ricorda un episodio recente. “Ci sono due cupole famose, quella del Guercino (Duomo) e quella del Pordenone (Santa Maria di Campagna) ebbene gli organizzatori degli eventi hanno lavorato separatamente per anni e facendosi  la guerra. Finalmente qualche giorno fa hanno fatto un accordo per cui con un solo biglietto si può visitare la cupola del Guercino e quella del Pordenone. Una cosa semplice, ovvia (raggiunta dopo 15 anni) e un vantaggio in più per chi arriva a Piacenza per visitare la città e la sua arte. Questo per dire che se i gangli di questa città si mettono insieme ci sono prospettive”.

Aree militari, una sfida da non perdere

Nell’esortare ad avere coraggio il pensiero corre anche all’enorme tema delle aree militari.

“Ancora ferme, abbandonate e senza un progetto di utilizzo. Le aree militari possono rappresentare una grande chance per il futuro di questa città, dice Rizzuto. Ma restano lì, inutilizzate. Per fortuna non possono essere urbanizzate e quindi ci hanno salvaguardato dalla speculazione edilizia, dai palazzoni, ma sono lì abbandonate”. E quindi l’impegno e l’interrogativo di una classe dirigente – sottolinea il suo ragionamento –  dovrebbe essere impegnarsi nel progettare il loro utilizzo.

“Io sono profondamente deluso e mi chiedo, ad esempio, perché un città come Piacenza non sia stato in grado di preparare un progetto per il recupero dell’ospedale militare da presentare per attingere al finanziamento del PNRR. L’edificio cade a pezzi ed è un patrimonio  di questo territorio. Si sono sentite tante idee, grandi progetti come destinarlo all’università di medicina in inglese… e intanto il palazzo cade a pezzi. La Regione era  d’accordo, lo Stato era d’accordo, il Comune era d’accordo. Il risultato è un nulla di fatto. Lo ha annunciato la stessa sindaca lo scorso anno all’inaugurazione dell’anno accademico all’Alberoni: non ci sono i soldi per restaurare l’ospedale militare. Evidentemente non c’era il progetto. Mi risulta infatti che i tecnici della Curia abbiano lavorato giorno e notte per arrivare in tempo e presentare i loro progetti e ottenere ai finanziamenti del PNRR. E ce l’hanno fatta”. 

“Pensare in grande e cercare la massima unione”

Si dice convinto che se quel progetto sull’ospedale militare fosse stato presentato sarebbero arrivati anche i fondi. “Altrimenti mi devono spiegare – dice – perché la Curia è riuscita a presentare 10 progetti ottenendo 15 milioni per ristrutturare le chiese più importanti, dal Duomo a San Sisto. Perché? Semplice: la Curia aveva i progetti finanziabili. E mi chiedo: possibile che il Comune di Piacenza non avesse alcun progetto da presentare?”

La posta in gioco – aggiunge – era pensare in grande per ristrutturare un edificio così importante e storico che ha 140 anni dove puoi pensare a mille attività e che invece  cade a pezzi: ci sono finestre spalancate da cui entrano gli uccelli. È triste sentire come giustificazione “Non ci sono i soldi”. Se hai progetti prendi i soldi. Altrimenti… Viene anche da domandarsi quale potrà essere il futuro per tutte le caserme abbandonate. “Sono convinto – segnala – che questi edifici pubblici debbano avere scopi pubblici. Anche per il vecchio ospedale, occorre già ora avere un’idea di utilizzo quando sarà pronto il nuovo. È adesso che bisogna pensarci ed è questo che intendo quando parlo di visione. Pensare avanti, al futuro della città e invece ci sono aree militari abbandonate al loro destino”. Ricorda quando si parlava “di creare un Polo museale accanto al Farnese con tutti i possedimenti delle caserme fuori dalla città. Mi riferisco a questo quando si parla di progettazione, parlo di cose che cambiano in positivo il volto di una città. Questo è accaduto a Genova quando hanno deciso di intervenire nel vecchio porto… con un investimento di 900 miliardi di lire e l’incarico al maggior architetto italiano, Renzo Piano, che ha reso vivibile un gioiello: il porto al tempo di Colombo. Questi sono i progetti che cambiano il volto di una città. Ecco quell’iniziativa segnò una svolta per Genova, la sua economia e l’affaccio anche a un futuro turistico prima inesistente.”

Conservatrice ma anche intraprendente

Un punto di vista il suo che non nasconde rilievi critici su una città che “stenta a muoversi velocemente, se non a correre”. Complice il fatto che sia una città di anziani?

Forse sì, ma una delle ragioni principali è rappresentata anche dal carattere dei piacentini. “Un misto di lombardo, ligure ed emiliano anche se in misura minore. Dai lombardi hanno preso la managerialità: qui c’è voglia di fare, di costruire, fare impresa.

Emerge però anche la parte conservatrice che contraddistingue i liguri, da qui l’indole conservatrice e risparmiosa. Spesso c’è paura del nuovo con una spinta a non apparire. Emblematici per questo  – indica – sono i bellissimi palazzi piacentini: all’esterno sembrano anonimi e se entri resti incantato perché sono delle regge. Non manca però neppure un pizzico di Emilia che si caratterizza con il pensiero positivo. Piacenza ha queste tre anime che restano separate tra loro e non si compenetrano. Ogni tanto prevale maggiormente la paura del nuovo e quindi si rallenta, di quando in quando emerge il coraggio di fare impresa e ci sono tanti imprenditori che hanno avuto coraggio. Per lo più domina la chiusura e la paura di cambiare come a rispondere a un pensiero spontaneo e ricorrente: perché cambiare se abbiamo sempre fatto così?”

Sottolinea spesso nella lunga intervista che segue la “mancanza di visione” per la Piacenza di oggi. Ricorda invece quelle spinte che aveva conosciuto nei suoi primi anni presenza a Piacenza come direttore del giornale. Erano i tempi in cui si stavano per svolgere gli Stati generali convocati dalle istituzioni maggiori e dalle categorie economiche.

L’incontro con Piacenza e Libertà

Primi passi compiuti in Sicilia come corrispondente dal suo paese, Salemi, per l’Ora di Palermo e poi via via la crescita professionale.

A 26 anni – racconta Rizzuto – ero a Palermo ed ero caporedattore responsabile della prima pagina dell’Ora. “Lì avevo  incontrato tante professionalità, tanti maestri del giornalismo che mi hanno insegnato le tecniche di come si fa un giornale”. Dall’esperienza profonda e potente nella redazione dello storico giornale siciliano Rizzuto, a partire dall’inizio degli anni Ottanta, è approdato alla direzione di tre quotidiani del Nord. Dapprima La Provincia Pavese per sette anni (“ho rifondata trasformandola in tabloid introducendo la localizzazione”)  quindi dal 1987 al 2000 al Secolo XIX,  giornale regionale e nazionale dove ha lavorato per 13 anni (“Era il settimo quotidiano in Italia. All’interno del Secolo ho realizzato sette giornali locali uno per ogni provincia con testata e prima pagina).

Da Genova a Piacenza alla guida del quotidiano Libertà che ha diretto per 15 anni e 4 mesi. “Quella a Libertà – segnala – è stata un’avventura di 15 anni e 4 mesi che io considero per me, per la mia storia professionale, molto positiva. Credo di aver imparato  molto e di aver dato anche parecchio sia al Gruppo Libertà sia al territorio”.

E Piacenza? “Il territorio non mi era nuovo. Avevo avuto modo di conoscerlo negli anni 80 quando amici di Pavia mi avevano portato in Val Tidone e in Val Trebbia. Quindi quando arrivai a Piacenza dopo la telefonata di Donatella Ronconi nel maggio del 2000 avevo già avuto modo di apprezzare la bellezza di questo territorio. Ne ero rimasto affascinato.

Così nel 2000 arrivo a Piacenza  con alle spalle queste due esperienze di peso al Nord e con quella di giornalismo d’inchiesta che mi aveva formato agli inizi in Sicilia. Posso dire di aver avuto un bagaglio completo, avevo fatto tutto nel giornale, il corrispondente del paese, di una zona del terremoto della valle del Belice a 20 anni capo di una redazione locale in provincia di Trapani.

Nel Duemila ero nel pieno della maturità professionale e umana. Avevo 50 anni, avevo una famiglia con due ragazzi che dovevano crescere, una moglie che insegnava e che aveva fatto sacrifici per me, per seguirmi durante tutti gli spostamenti avuti nella mia carriera. E non era facile perché i trasferimenti nel mondo della scuola non si ottenevano molto facilmente. Il progetto che Donatella Ronconi, la presidente di Editoriale Libertà, mi aveva illustrato già a maggio del 2000 mi era piaciuto molto e comprendeva televisione, internet e il rilancio del giornale che andava completamente riformato. La sfida era per me entusiasmante con il compito di imprimere profonde innovazioni al sistema Libertà”.

Qual è stato il primo impatto con Piacenza?

 “Arrivavo da Genova dove col giornale eravamo stati protagonisti della discussione intorno al piano territoriale da cui uscirono grandi cose. A Piacenza gli Stati generali erano già stati organizzati ed era tutto deciso. Mi sono chiesto cosa potevo fare, oltre che dare spazio sul giornale? Ho deciso così di seguire i lavori, che si svolgevano nell’arco di tre giorni, con una diretta televisiva. Questa iniziativa è stata dirompente. Posso dire una scossa tellurica. Ora tutti sapevano quello di cui si discuteva. Era diventato un evento per Piacenza: accrescendo l’attenzione era cresciuta anche l’importanza dell’iniziativa. Ne parlavano tutti. E, ancora di più, i contenuti del Piano che ne era uscito sono stati sottoscritti nel Patto per Piacenza da tutti i 47 sindaci della provincia arrivati, con tanto di gonfalone per la cerimonia alla cappella Caramosino di palazzo Farnese. Si era messa nero su bianco una progettualità concreta, le idee su cosa fare per Piacenza e il suo territorio. Era stata una cosa straordinaria, direi epocale soprattutto per la solennità con cui si era compiuto questo atto pubblico”. È da quel momento – segnala Rizzuto – che è nato un percorso per la città che Libertà ha sempre sostenuto. Due anni dopo, nel 2002, si arriva al progetto Vision 2020 a cui era stata coinvolta l’Università Cattolica, altri personaggi del mondo dell’economia. Quello era diventato un progetto costruito dai professori… ed è una critica che faccio a Vision 2020.

Critiche sui contenuti quali sono i punti deboli?

“Conteneva troppe cose, era un grande volume con troppe idee, troppi progetti. Secondo me il Patto per Piacenza avrebbe dovuto contenere 3-4 cose realizzabili. A conti fatti sono state concretizzate pochissime cose che si contano sulle dita di una mano. Cose importanti come l’Hospice, l’asilo sul Facsal che unisce le generazioni bambini e anziani, ma alcune idee forti di sviluppo sono rimaste lettera morta. Per quanto riguarda la città del ferro in parte si sta sbloccando ora. Tuttavia credo che da quell’esperienza si è capito che insieme si possono fare le cose. Questa unione di obiettivi si è poi rivista anche nel 2015 con l’Esposizione universale a Milano a cui Piacenza ha partecipato con la sua famosa zolla. In quell’occasione tutto il territorio era unito – dalle università alle categorie economiche – con l’obiettivo di dare questo semplice  messaggio: esiste un territorio che si chiama Piacenza e che ha molte cose da dire e raccontare, da esportare. Ecco l’esperienza di Expo 2015 la si può considerare un po’ figlia del Patto per Piacenza e di Vision 2020”.

E dopo?

“Poi si perde tutto”.

In che senso?

“Se si valutano singolarmente i soggetti economici, istituzionali si evidenziano sicuramente tante positività. Il punto debole resta sempre la mancanza di visione: pensare al futuro di questo territorio. Questo è importante, considerato che quello che era stato immaginato 20 anni fa con Vision 2020 non si è realizzato. Anzi, si può dire che Vision 2020 è stata una sconfitta.

Sono amareggiato e un po’ deluso perché quelle speranze accese all’inizio del 2000, quando si aprì un confronto fruttuoso nel tessuto istituzionale, imprenditoriale e culturale, si sono spente. Ora mi sembra che il sistema Piacenza abbia tirato i remi in barca. L’impressione è che ciascuno prosegua per i fatti suoi. Di fatto vedo finito, esaurito lo spirito di lavorare insieme per  una visione di futuro comune. La città di allora camminava e quasi correva, aveva voglia  di raggiungere degli obiettivi e c’era lo spirito giusto per scegliere. In quel momento forse non sono state fatte le scelte giuste che si potevano fare”.

Quali le ragioni da ricercare? Mancanza di possibilità, mancanza di coraggio?

“Sì, mancanza di coraggio. Questo è un territorio – dopo 23 anni posso dirlo – che deve avere più coraggio. L’ho detto più di una volta: ha tutte le carte in regola, le potenzialità per competere e superare i territori vicini a noi che magari sono più organizzati. Qui c’è tutto: agricoltura fiorente, industria all’avanguardia che esporta. C’è la fortuna di avere tre università che sono cresciute in questi anni, c’è una storia secolare. Una città che ha storia, ha cultura e tradizione, ha un territorio e vallate che altre province non hanno e dal punto di vista turistico ed enogastronomico può rappresentare un approdo naturale per le province di Milano, Lodi, Pavia per citarne alcune”.

Quali sono le ragioni di questa situazione?

“Oltre a poco coraggio si manifesta anche un grosso problema di classe dirigente. Certo la classe dirigente c’è, ma non lavora insieme. Si realizzano progetti comuni solo su poche cose nonostante sia ormai certo e dimostrato che quando questa realtà si mette insieme vince”.

Alcuni esempi più importanti?

“Ha vinto la scommessa del Guercino alcuni anni fa quando ha saputo vendere un’idea forte a livello nazionale e sono arrivati migliaia di turisti che hanno scoperto questa città. Perché chi arriva a Piacenza resta affascinato. Ma accanto a questa attenzione, all’interesse per questo territorio c’è un sistema Piacenza che non dà risposte: esempio? Ci sono i bar chiusi, i ristoranti chiusi…  questo significa che il sistema Piacenza non sa rispondere… A questo proposito porto un esempio. In contemporanea con l’iniziativa del Guercino a Treviso era stata organizzata una grande mostra nazionale. Treviso, come dimensione è una città paragonabile a Piacenza, ebbene a Treviso in occasione di quell’evento tutta la città era mobilitata 24 ore su 24 per accogliere i visitatori. Era esattamente l’opposto di quello che stava avvenendo in piazza Duomo a Piacenza durante in occasione dell’apertura della salita al Guercino”.

Nonostante le ombre sono molte le persone provenienti da altre zone del Paese che, conosciuta Piacenza, la scelgono come luogo di residenza. Anche per il direttore Gaetano Rizzuto è stato così…

“Questa città attrae e mi ha attratto; dopo aver concluso il mio lavoro a Libertà avrei potuto tornare a Pavia, a Genova dove ho vissuto per 13 anni.

Con mia moglie abbiamo deciso di stare qui perché Piacenza, rispetto alle altre, è la più vivibile nonostante il clima, lo smog, è una città vivibile, a misura d’uomo. Le scuole funzionano, le università stabiliscono un contatto stretto con gli studenti, si mangia e si beve bene, la burocrazia è meno soffocante. Qualità della vita vuole dire tutte queste cose messe insieme.

Nella scelta ha pesato anche la posizione strategica, si può raggiungere Milano in poco più di mezz’ora, sei al centro della pianura padana.  Non da meno va considerata la qualità dei rapporti che la città a misura d’uomo riesce a garantire. Partecipo mi sento una parte attiva e ben accolta sul territorio.  Ho molti impegni da volontario e mi piace donare il mio tempo le mie conoscenze, le cose che so fare, alla comunità”.

Provincia attrattiva per qualità della vita ma i giovani continuano a uscire per studio e lavoro. Cosa ne pensa?

“L’università Cattolica si muove, ci sono fermenti positivi nella facoltà di agraria, in quella di economia… sono in crescita e attraggono studenti da fuori. Anche la scommessa del Politecnico è stata vinta. Pur essendo una piccola sede con 1.500 studenti. Funzionerebbe anche la facoltà di Medicina in inglese, ma bisogna dare i locali e i locali giusti, come dicevo avrebbero potuto essere nell’ospedale militare, ma così non sarà. Quello dei giovani, comunque, è un problema generale che non riguarda solo questa città. I dati ci dicono che 40mila laureati ogni anno se ne vanno dall’Italia”. 

Le università ci sono. Attraggono, ma restano molto staccate dal tessuto urbano. Non è mai arrivata una spinta culturale…

“Credo che una delle ragioni sia da attribuire alla mancata realizzazione di campus universitari. Ci sono tre piccoli campus: il Politecnico, la Cattolica, e poi il collegio Morigi, ma restano staccati. Ad esempio Pavia, una città di 70 mila abitanti ha una popolazione universitaria di 25mila studenti. Tutto questo è nato con i grandi collegi che sono stati realizzati negli ultimi 20-30 anni. I ragazzi se vengono a Piacenza, oggi, impazziscono nella ricerca di una casa. Le città universitarie si dotano di collegi che col tempo diventano anche luoghi culturali importanti di aggregazione e si aprono alla città. Qui invece sono corpi separati… Ora c’è l’iniziativa avviata dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano per la realizzazione dello studentato nell’ex convento Santa Chiara. La Fondazione ha un ruolo importante per Piacenza e negli ultimi 20 anni ha inciso positivamente sulla realtà.

Ha riconsegnato luoghi abbandonati come il palazzo XNL oggi polo delle arti contemporanee, il Teatro Gioia e oggi il progetto Santa  Chiara per il contributo che darà alla vita culturale e sociale di questo territorio.  Voglio anche ricordare l’Emporio solidale, un vanto. Sono poche le città che possono vantare una struttura così.

Le cose positive si fanno, ma le si realizza quando ci sono progetti, coesione intorno all’obiettivo e le persone giuste che le portano a termine. Anche il progetto di Santa Chiara è destinato a diventare un luogo rivissuto riconsegnato alla città”.

All’inizio di questa conversazione parlava dei traguardi raggiunti da Genova con un percorso unitario, però Piacenza è una città di provincia con dinamiche diverse…

“Per raggiungere obiettivi ambiziosi è necessaria una solidità culturale che forse qui manca. Servono tanti strumenti, tante cose insieme una condizione che penso si fosse creata nel 2000 e poi ancora nel 2002. Sono convinto che questo territorio abbia in sé capacità e strumenti per progettare il proprio futuro. Ma questo non può avvenire per singole scelte. È riduttivo. Segmentare le decisioni per esempio pensando al piano del traffico, al piano dello sviluppo della logistica… non funziona così…”

Lei ha citato la logistica. Il Piacentino è noto per aver una enorme quantità di territorio occupato proprio dalla logistica che praticamente è presente in ogni comune. È una strada senza uscita?

“Se l’esercito dello Stato unitario ha scelto Piacenza per il Polo di mantenimento Nord, se le ferrovie hanno scelto Piacenza per i principali nodi ferroviari, è per la posizione geografica del territorio. Piacenza è al centro della Val Padana. La logistica ora sta portando effetti negativi, ma ormai non la si può cancellare, ma deve essere governata. Bisogna sviluppare il trasporto ferroviario che sostituisca il trasporto su gomma. E poi di recente ho letto sul Sole 24Ore che Piacenza è prima in Italia per produzione di rifiuti e molto probabilmente questo dato è legato alla logistica. Un primato di cui faremmo volentieri a meno”.

Un impegno serrato nel volontariato, un modo per esserne parte della comunità in cui ha scelto di vivere?

“Curo e dirigo la rivista sia locale che nazionale dei Maestri del lavoro, per il Cineclub ho fondato una rivista che pubblica, valorizza i fotografi  piacentini dilettanti”. Ma c’è anche l’impegno per il Progetto Vita, do una mano alla dottoressa Daniela Aschieri…”.

E poi c’è il suo impegno con l’associazione Libera

“Sì, nel 2018 ho creato, con il coinvolgimento delle scuole piacentine, una redazione di giornalismo d’inchiesta e pubblichiamo un giornale. L’obiettivo è far crescere nei ragazzi il concetto della legalità. Oggi mi ritrovo alla mia età con una redazione di una ventina di ragazzi – sono soprattutto ragazze dai 16 ai 19 anni. Sono straordinarie, hanno il gusto del giornalismo d’inchiesta, la voglia di dare un contributo alla legalità di cui anche Piacenza ha bisogno per le vicende che abbiamo vissuto sulla mafia e su ‘ndrangheta. Anche per questo la redazione ha una sede simbolica nel capannone di Calendasco sequestrato alla mafia intitolato a Rita Atria. Ecco, con loro mi rivedo quando avevo 17-18 anni e iniziavo la mia storia professionale con l’Ora di Palermo dal mio paese, Salemi. In loro me stesso 50 anni fa”. Ma ora sarà ripresa anche un’altra iniziativa a cui tengo moltissimo… le gru della pace”.

Come si sviluppa e quali sono gli obiettivi delle gru della pace?

“Sono presidente dell’associazione fondata diversi anni fa quando con Libertà avevamo iniziato questo progetto nato per caso dal fotografo Massimo Bersani e da sua moglie che è giapponese. Proposero di portare anche qui la tradizione di Nagasaki che coinvolge i bambini nella costruzione di gru di carta che poi sarebbero state messe nel parco della pace della città giapponese. Alla fine come ambasciatori di pace contro le guerre nucleari e la bomba atomica sono stati coinvolti ogni anno mille bambini di tutta la provincia di Piacenza ma non solo. Nel corso del tempo anche altre zone dell’Emilia Romagna e della Toscana hanno avviato questo progetto che ha molto successo sia tra i bambini sia tra le insegnanti. A febbraio, con il sostegno convinto di Libertà si riprende”.

Antonella Lenti

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