Associazione UNACITTA’: “Periferie, iniziare a pensarle come veri luoghi di comunità”

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Periferie. Come dire marginalità, solitudine e poi ancora povertà contrapposta a ricchezza che alberga in altre aree urbane centrali. Allargando il campo viene alla mente anche il vecchio (e dimenticato) tema dell’ascensore sociale che non funziona più da molto tempo… e che certo non sta in periferia. E un’altra sfida nella sfida. Per ripensare le periferie occorre tenere conto dei cambiamenti climatici in atto, dagli sbalzi di temperature alle alluvioni: “Dove inventare una nuova urbanistica in tempi di cambiamenti climatici se non nelle periferie da ridisegnare?” È il suggerimento di Giulia Fini, ricercatrice in arrivo dal Friuli.

Periferie. A detta di quasi tutti (a parole) è il tema dei temi che porta a chiedersi come mai sia stato possibile non interrogarsi prima e mettere a punto una visione d’insieme che evitasse di realizzare spazi tanto impersonali da diventare dormitori, vuoti di contenuti e che facessero comunità insieme al resto dei piccoli, medi e grandi luoghi urbani, tutti accomunati da un problema da risolvere, è proprio il caso di dirlo, grande come tante case e importante come quella funzione dell’abitare che non significa occupare uno spazio, ma va più a fondo perché significa crescere, confrontarsi, dialogare con persone e territori circostanti. Per le città moderne raggiungere questo obiettivo pare come avvicinarsi a un eldorado sconosciuto… Piacenza compresa.

FRANCESCO CACCIATORE

C’è tutto questo e altro nella discussione intorno alla fisionomia delle città del futuro ascoltata nell’approfondita analisi che si è sviluppato su più piani, politico, economico e anche filosofico organizzato dall’associazione “Unacittà” che ha ricordato Francesco Cacciatore a due anni dalla scomparsa che, di questi temi, come politico e amministratore era particolarmente appassionato. Un problema, quello delle periferie non solo urbane ma anche umane di cui rilevava la profonda valenza con il progetto di rivolgere al cambiamento e al riequilibrio sociale una società sempre più diseguale e ingiusta. Una realtà che aveva disatteso le grandi aspettative della gioventù – ha ricordato Vittorio Silva, amico e collega di Cacciatore – improntata a quell’entusiasmo che faceva pensare di poter incidere sui cambiamenti sociali. “Avevamo la convinzione di poter cambiare il mondo. E c’era ancora questo nel suo desiderio e nella voglia di impegnarsi per cambiare la città. “Sulle periferie – ha spiegato l’architetto  Baracchi, presidente di Unacittà – ci deve essere uno sguardo a largo respiro, che coinvolge la società tutta, uno spaccato della quotidianità che si svolge non solo nelle città “codificate” ma anche ai “margini”. Quella proposta nei giorni scorsi è stata l’edizione zero ma la volontà di tutti è far seguire, nel tempo, altre iniziative su temi mirati”.

Periferie, aree sterminate su cui riflettere

All’interno delle periferie ci stanno anche aree sterminate di “non luoghi” sperduti concentrati ad uso del consumo globale e della necessità di stiparne gli oggetti, i prodotti. Quali – e dove saranno – gli interstizi a disposizione delle esigenze umane schiacciate ora dall’incedere da un’urbanizzazione irrazionale che fagocita terreno e spazi vitali? Si parla di spazi che sembrano introvabili.

La voracità con cui si manifesta l’espansione urbana è incredibile ma basta vederla su una carta per capirne la dimensione. Non si parla solo degli anni del boom, ma anche di questi ultimi 20 anni quando è esplosa letteralmente arrivando a lambire i bordi delle città antiche che, con la loro bellezza e varietà stilistica, avrebbero dovuto insegnare come si costruisce una città che comprenda anche spazi e luoghi di relazioni, di contatti tra chi la vive.

Sul tema non si può negare che tra analisi, considerazioni, progettualità di cui astrattamente si parla e la realtà delle cose – corrono veloci come anche repentine sono le fratture che incidono pesantemente il tessuto sociale – si è creato un abisso che diventa, strada facendo, sempre più profondo.

Il tema delle periferie a parole sta a cuore agli addetti ai lavori. Agli urbanisti che progettano, agli amministratori che hanno il compito di governare l’esistente pensando al domani.

C’è un dubbio che, man mano che ci si addentra nel discorso si fa più grande fino a diventare insolubile. Quando si parla di questi argomenti, oltre al fatto che gran parte dei ragionamenti per quanto profondi e interessanti colgano solo l’attimo e restino lettera morta. E poi si affaccia un interrogativo: di cosa si parla quando ci si riferisce a una città da migliorare, da rigenerare? Non si arriva molto lontano se tutto resterà concentrato sui “cubi” ovvero le costruzioni che potranno trasformarsi in qualcosa di maggiormente adeguato all’oggi, ma se non contemplano anche chi le abiterà, i servizi di cui avrà bisogno non solo per la sopravvivenza fisica ma anche per la sua crescita come cittadino di una comunità urbana, sarà tempo sprecato insieme alle risorse necessarie per il restyling di interi quartieri. C’è da chiedersi se in questo percorso di immaginazione si tenga conto che in quei cubi, in quegli spazi dovranno “trovare casa” tante vite, tante storie, tante esigenze di persone che, in mancanza di un profilo di città nuova che si concretizzi anche all’esterno di quei cubi, non si potrà completare una qualsiasi idea di miglioramento. Tanto più in una società in cui si accrescono le differenti culture e, di conseguenza, le differenti necessità.

È un momento di passaggio per tutto e tutti. Anche la ridefinizione del ruolo di una città rientra in questo quadro.

Il mondo in primo piano e Piacenza sullo sfondo

Durante la mattinata di studio si è parlato poco di Piacenza che le sue “belle” periferie le ha. Sia quelle residenziali sia quelle commerciali. Fermandoci a queste ultime, è apparsa sconvolgente l’immagine che ha tracciato Eugenio Gazzola presentando il filosofo Rocco Ronchi (università dell’Aquila) quando ha ricordato che  “L’intero centro storico di Piacenza può stare tutto all’interno del grande insediamento logistico di Ikea”.

Una valenza socio-politica rappresentata anche dai tanti interventi che si sono susseguiti durante il convegno. Tra questi da ricordare l’avvertimento di Andrea Riccardi fondatore della Comunità di Sant’Egidio a Roma ed ex ministro “Il problema – ha ricordato – è far crescere il tessuto umano e farlo crescere dal basso. Perché se continua ad albergare il vuoto in esso è la criminalità a trovare spazi di agibilità”. Oggi – ha poi sottolineato – le periferie urbane, popolate da anziani e giovani, presentano un problema drammatico rispetto ai decenni passati quando un tessuto sociale esisteva. Le zone periferiche che sono cresciute in questi anni si sono drammaticamente  frammentate e diventando un deserto di aggregazione. Tutto questo è il frutto di un profondo cambiamento culturale in cui domina l’io e in cui la solitudine viene esaltata.

Detto questo la domanda cruciale è che fare? Come sostituire ai palazzoni anonimi, senza verde, senza servizi, senza spazi culturali e pubblici un micro tessuto sociale per ripartire con un valore collettivo che esca dalla gabbia individuale?

Stabilire un rapporto tra città e contado

Le periferie secondo la visione di tanti dei presenti sono la sfida futura che non si può perdere. Pena l’evaporazione del rapporto con la maggior parte della popolazione delle città. Lo dicono i dati senza ombre di malinterpretazione. Come dire che è necessario abbattere gli steccati tra le parti storiche e quelle moderne che hanno avuto una costante espansione dal dopoguerra ad oggi e che, tanto spesso, sono avulse dal corpo urbano complessivo.

Lo ha ricordato Pier Luigi Bersani quando ha riportato alcuni numeri significativi ed eloquenti. Nel 2030  – ha detto – il 60 per cento delle popolazioni vivrà nelle aree urbane e quindi nelle periferie, le uniche parti di città che sono cresciute. Per questo è necessario stabilire un corretto rapporto tra la città e il contado che oggi non esiste.

E qui Bersani mette in campo anche un’altra idea. La necessità di cambiare visione rispetto al tema delle aree interne e appenniniche. Luoghi considerati di consumo ambientale e tempo libero, due elementi però che non possono “reggere” da soli il territorio. Ecco dunque che è necessario fissare l’attenzione sulla governance che tenga insieme città e contado e che imposti un rapporto equilibrato tra città e campagna. Va tenuto conto infatti che se prima la campagna forniva l’alimentazione e la città i servizi istituzionali oggi il rapporto non è più questo. C’è il tema dei fondi delle risorse – che peraltro investe anche tutto il quadro del ridisegno delle periferie – e si spinge a proporre anche l’autonomia fiscale. È necessario centrare il ragionamento su questo perché se si vuole fruire di una dimensione ambientale delle aree appenniniche e poi non si può avere il cantoniere cade tutto il discorso. Simone Cola, Presidente dell’associazione architetti Arco Alpino punta il dito contro la politica dei “Borghi”. Secondo il suo punto di vista rientrano nell’idea che basti avere interventi simbolici. Quindi è necessario dire basta a interventi spot. I Borghi – ha richiamato – non sono altro che un’invenzione retorica”. Non è da meno la considerazione di un altro aspetto quello della povertà e delle disuguaglianze sociali che stanno “modificando l’Italia” secondo la visione di Bersani. I due milioni e mezzo di poveri presenti in questo paese è difficile che non abbiano a che fare con le periferie e quindi il problema si sposta anche su politiche sociali quali il lavoro, la sanità, la scuola. È tutto questo di cui si deve parlare quando si affronta il tema della rigenerazione delle periferie.

Una descrizione dalla quale si tratteggia anche una parte della realtà di Piacenza quando la memoria corre agli anni dei nuovi insediamenti urbani periferici – dalla Besurica al quartiere della Farnesiana – per i quali sono stati necessari anni per dare a quei luoghi spazi di condivisione e di rapporti sociali. Restando, comunque ancora molto separate dal corpo centrale della città storica. Anche per quanto riguarda il collegamenti. Uno degli aspetti, quello della mobilità urbana, cerniera indispensabile per unire le parti di un tutto che si presenta sfilacciato è stato toccato in particolare dall’intervento dell’onorevole Paola De Micheli. Se fino a questo momento l’attenzione si è concentrata sulla riqualificazione dei centri delle città, è sempre più indispensabile oggi ragionare sulle periferie. L’apporto degli urbanisti, degli architetti è importante pur in un contesto di leggi regionale diverse per ogni regione.

De Micheli ha segnalato anche un altro segmento di cui tenere presente nella riconsiderazione e riorganizzazione delle periferie, il tema demografico. Argomento fondamentale nella nuova definizione degli spazi cresciuti a dismisura in questi anni tanto da porre Piacenza ai primi posti del rapporto tra presenza di grande distribuzione e abitanti. 

La demografia incide sui nuovi parametri

Ma c’è anche un altro dato che spicca in questo ragionamento. La quantità di abitanti che avrà Piacenza nel 2042. Una rilevazione fatta dalla Provincia da una proiezione dei dati del 2022. Ebbene gli scenari sono molti flessibili a seconda della presenza o meno di nulla, media o alta immigrazione. Tutto questo certamente incide sulla ridefinizione della città stessa oltre che della provincia. Se Piacenza nel 1881, anno del primo censimento aveva 40mila abitanti per lo più concentrati nel centro storico oltre alle frazioni, oggi i 102mila abitanti di Piacenza sono per lo più concentrati nelle periferie attorno al centro e nelle frazioni. Di anno in anno le residenze nella città antica sono calate anche per la scelta di concentrare qui attività terziarie e per una ragione di costi andati lievitando costantemente. È evidente che anche questo entra nella dibattito intorno alla riqualificazione delle periferie urbane.

Riguardo alla demografia, secondo le proiezioni regionali, nel 2042 la popolazione piacentina riuscirebbe a superare solo di poco (circa mille residenti) i livelli pre-pandemici (nel 2019 si attestava a 286.433 unità), mentre nello scenario ad alta immigrazione – nell’ipotesi cioè di una ripresa dei fenomeni migratori conosciuti nel primo decennio 2000 – toccherebbe quota 305mila (+7,6%, pari ad oltre 21mila abitanti in più rispetto al 2022).

Al contrario, senza migrazioni si verificherebbe una perdita di 40mila residenti. Nel 2042 avremo circa 4mila maschi in più (+2,8%, 143.237), mentre le femmine saranno numericamente le stesse del 2022 (+0,1%, 144.254). Dal punto di vista delle classi di età, i bambini e i giovani di età compresa tra zero e 14 anni saranno invece a quella data circa 2mila in meno (-5,1%, 33.355), ed inoltre si ridurranno di quasi un migliaio le donne in età feconda (15-49 anni, 53.360).

Le fondazioni delle città storia antica o dittatoriale

Ha parlato chiaro il filosofo dell’Università di Perugia Flavio Cuniberto che, con il suo spiegare, ha dissolto qualsiasi contorno romantico intorno al luogo urbanistico di cui in epoca moderna si parla spesso e a lungo. Attenzione – ha avvertito – l’idea di città è legata al tema della fondazione che è più di costruzione. Oggi non risulta che vengano fondate nuove città. Si espandono, inglobano sobborghi possono diventare metropoli, megalopoli ma nulla a che vedere con la fondazione. “Nel mondo contemporaneo – ha sottolineato – è una specie estinta. A parte i casi in cui sono stati protagonisti i regimi autoritari e dittatoriali”. Da qui la citazione di Brasilia fondata a fine anni 50, Canberra in Australia fondata nel 1908, ma anche di Latina fondata durante il regime fascista e alcuni casi nell’ex Unione sovietica. Due diversi miti hanno spinto alla fondazione di città. Da un lato il mito dell’antichità per quanto riguarda il fascismo e dall’altro per il regime sovietico il mito e la tensione verso la definizione di un mondo nuovo. E quindi l’interrogativo che pongono le parole del professore possono non trovare risposte. Quale ragione d’essere, quale percorso moderno può avere oggi una città? Quali sono le condizioni indispensabili e necessarie da ricercare perché una città dell’oggi abbiano coerenza e dialogo con la vita che vi si svolge? Da scoprire.

Si è detto anche nel corso di quel convegno, molto interessante e istruttivo tanto da innescare (dopo) tante riflessione e domande, che il modello di città antica che è arrivata fino a noi attraverso trasformazioni, distruzioni legate alla guerra, ma anche alla necessità di mostrare un nuovo volto nel periodo in cui, durante il fascismo, furono pensati abbattimenti e ricostruzioni che volevano lasciare un segno tra il secolo liberale (‘800) e quello nascente che avrebbe dovuto distinguersi anche nell’estetica della città. Gli esempi sono evidenti davanti ai nostri occhi, in piazza Cavalli con i palazzi Inps e Ina, con il liceo Gioia, quello scientifico per citare gli edifici più noti che hanno sostituito interi isolati di palazzi considerati, per l’estetica del tempo, espressione di un’epoca “decadente”.

In un orizzonte più generale ci sono anche periferie che hanno scalato le classifiche come il quartiere Isola di Milano, la Bolognina oppure il Pigneto a Roma. Non sono più luoghi di marginalità – ha ricordato Giulia Fini ricercatrice in Tecnica e Pianificazione urbanistica componente del consiglio direttivo INU Friuli- Venezia Giulia.

Rifare le periferie? Fondamentale per Fini un pensiero guida di Danilo Dolci “Si cresce solo se sognati” diceva e le periferie – ha segnalato la studiosa –  non sono sognate, immaginate. Le periferie restano per lo più luoghi in cui i diritti nella città sono in tensione. Si deve uscire prima di tutto da questo schema, è il suo suggerimento. Ora tutto sta a vedere quali risorse saranno messe a disposizione, quali idee avranno le gambe per partire. Per ora intervenire sulle periferie e sulle marginalità che contiene resta un’espressione culturale.

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