Rinaturalizzazione urbana e dialogo con il paesaggio

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Riprendo dall’ultimo Edilizia Piacentina 2012 quando concludevo scrivendo che “Ricostruire l’Italia” è anche ricostruire Piacenza, una banalità. Un po’ meno aggiungendo: basta sviluppo “insostenibile”, la vocazione al buon vivere può rilanciare la nostra economia. Naturalmente rivalutando l’ambiente urbano, quello delle nostre campagne e delle valli: finalmente tornando a dialogare con il paesaggio.
La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della legge 14 gennaio 2013 n. 10 recante “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”che entra in vigore dal 16 febbraio mi offre l’opportunità di iniziare dall’ambiente urbano. Obbiettivo principale della norma è l’incremento della piantumazione di alberi nelle aree urbane, per ogni nuovo nato. Verificherà l’attuazione della legge il “Comitato per lo sviluppo del verde pubblico” in fase di formazione presso il ministero dell’Ambiente. Nell’articolo 4 della legge viene altresì ribadito come le regioni, le province e i comuni, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze e delle risorse disponibili, promuovono l’incremento degli spazi verdi urbani, di “cinture verdi” intorno alle conurbazioni per delimitare gli spazi urbani, adottando misure per la formazione del personale e l’elaborazione di  capitolati finalizzati alla migliore utilizzazione e manutenzione delle aree, e adottando misure volte a favorire il risparmio e l’efficienza energetica, l’assorbimento delle polveri sottili e a ridurre l’effetto “isola di calore estiva” favorendo al contempo una regolare raccolta delle acque piovane. Si spera, “cinture verdi” volte più a creare una simbiosi tra città e campagna piuttosto che una delimitazione posticcia. Sarebbe un altro esempio di lottizzazione della città, cemento e asfalto da una parte e verde pubblico dall’altra.
Lo sviluppo dell’urbanizzazione intensiva ha provocato un ambiente urbano artificioso, assolutamente privo di verde di connessione, causando così l’allontanamento del cittadino dall’ambiente naturale. La reazione più diffusa, in termini ambientali, alle urbanizzazioni incontrollate si è fin qui manifestato nella realizzazione di parchi urbani, spesso sotto utilizzati perché quasi sempre decentrati, scomodi da raggiungere e da qualche tempo poco sicuri da frequentare. Ripensare le periferie e le frazioni offrirebbe l’opportunità di riconnettere la città alla campagna ottenendo una sorta di rinaturalizzazione urbana che ben gioverebbe alla vivibilità necessaria per lo sviluppo del  benessere e della socialità.
Dialogare con il paesaggio fuori dal contesto urbano significa principalmente considerare il rapporto fra infrastrutture della mobilità, insediamenti produttivi e paesaggio. E’ un problema che nasce già all’epoca della prima rivoluzione industriale quando il rapido sviluppo dei mezzi di trasporto propose i primi problemi infrastrutturali. A una prima fase romantica, che vedeva infrastruttura e territorio entità complementari all’interno di un progetto unitario di paesaggio, ne seguì presto un’altra che considerava lo sviluppo delle grandi infrastrutture completamente avulso dal rapporto con il territorio. La retorica della modernizzazione ebbe buon gioco cosicché anche nel nostro paese, nel periodo della ricostruzione post bellica, avvenne la rottura definitiva: la moltiplicazione di attori e operatori nonché la frammentazione dei processi attuativi proiettarono i progetti infrastrutturali in una dimensione completamente autonoma dal territorio. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non voglio dilungarmi nell’elencazione di casi di deturpazione paesaggistica e di condizionamento negativo dello sviluppo del territorio. Ci saranno altre occasioni. In questo momento mi preme sottolineare l’urgenza di avviare una nuova stagione che riassegni alla progettazione territoriale e infrastrutturale un reale spessore culturale per ripensare e valorizzare le vocazioni di un territorio ormai segnato da decenni di crescita fuori controllo. Provincia e Comune dovrebbero farsene carico con urgenza.

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