
Il presidente dell’Associazione Storica e Archeologica Piacentina critica la poca attenzione verso le norme di conservazione dei complessi storici cittadini: “Speriamo nel nuovo Piano urbanistico”

Pietro Chiappelloni, laureato in Economia e Commercio, da sempre si interessa della storia e della tutela della nostra città. Con il diploma di tecnico del censimento e del recupero del patrimonio architettonico rurale e montano, e un master in sviluppo turistico territoriale e valorizzazione dei beni culturali, è consigliere della sezione di Piacenza di Italia Nostra, in rappresentanza della quale ha partecipato il 10 gennaio scorso all’incontro sull’urbanistica organizzato dalla rivista “L’urtiga”. È presidente dell’Associazione Storica e Archeologica Piacentina, nata da poco più di un anno sull’onda di nuove ricerche riguardo al Fegato Etrusco, e ha deciso di illustrare più approfonditamente le sue posizioni e il suo lavoro già affrontati agli Amici dell’Arte.
Nel tuo intervento hai presentato varie criticità dell’urbanistica piacentina, da edifici di pregio abbandonati a ristrutturazioni poco rispettose del contesto.
I casi che contribuiscono, in modi diversi, a peggiorare la nostra città sono tantissimi. I problemi possono nascere anzitutto dalla mancata conformità degli interventi a quanto prescritto, oppure da strumenti urbanistici fondati su rilievi inadeguati. Mi spiego: il Regolamento Urbanistico Edilizio (RUE) riporta i vari interventi eseguibili, indicando per ogni immobile se sia assoggettabile a ristrutturazione o a restauro o a demolizione e ricostruzione ecc. È evidente che queste tipologie sono ben diverse: ristrutturazione non è demolizione, per esempio. Eppure edifici che dovevano essere soggetti a ristrutturazione sono stati demoliti, come in via Romagnosi o via Pace, e palazzi seicenteschi soggetti a risanamento conservativo sono stati svuotati di tutte le strutture interne antiche, nemmeno il tetto e le travi sono state conservate. Dunque: o gli strumenti urbanistici sono ambigui, o non sono fatti rispettare. Il caso di via Pace è anche un esempio di analisi scorrette. Infatti, oltre al problema del contesto, l’edificio demolito non era del 1952 come è stato dichiarato per giustificare l’intervento: murature analoghe all’adiacente palazzo Appiani, arconi murati, massicce travi di legno, porte d’ingresso ad arco non erano assolutamente novecenteschi. Per questo mi chiedo su che analisi storiche e architettoniche siano fondati gli strumenti urbanistici attuali. Speriamo che il nuovo Piano Urbanistico Generale (PUG) riceva basi migliori. Un caso analogo a cui dare la massima attenzione è quello del “risanamento conservativo” in corso sull’edificio di via Beverora, il cui portico compariva già nella carta del Ponzoni [incisore e cartografo ndr] del 1571 e che conserva gran parte degli elementi originari, dall’acciottolato alle aperture del piano terra alle travature interne. Speriamo che rimangano anche dopo i lavori. E mi spiace dire “speriamo”, quando invece in una città attenta alla sua bellezza e alla sua storia sarebbe certamente così.
All’incontro de “L’urtiga” hai citato un caso in cui i costruttori si erano impegnati a salvare un edificio storico.
Una ventina d’anni fa è stata demolita gran parte dell’antico complesso di Case di Rocco, dopo Sant’Antonio a Trebbia. Fu risparmiata la bellissima casa padronale seicentesca. I costruttori, di fronte alle proteste, dichiararono che l’edificio era un gioiello e l’avrebbero restaurato. Ma a Piacenza non si rispettano nemmeno gli impegni presi pubblicamente, e non hanno mai fatto nulla. Del palazzo si era interessata pure la Scuola primaria di Sant’Antonio, coi bambini che sognavano il suo recupero. La sua salvezza sarebbe importante per la valorizzazione del percorso internazionale di San Rocco, e se crollasse o fosse abbattuto perderemmo anche l’ultima testimonianza dell’insediamento nato a guardia del passaggio del Trebbia.
Altri interventi, invece, non solo hanno privato Piacenza di edifici storici, ma hanno anche cancellato possibilità di sviluppo culturale e turistico di interi quartieri. Mi riferisco all’ex Manifattura Tabacchi oppure all’ex Mercato Ortofrutticolo, complesso per cui era stato proposto un progetto culturale interessante e documentato che poteva riqualificare l’intera zona. Fra l’altro, l’ex Mercato è stato demolito dicendo che era pericoloso e non c’erano pregi architettonici. Falsità enormi, come ho dimostrato.
Ci sono tantissimi altri esempi che meriterebbero approfondimenti: le ristrutturazioni che stanno cancellando l’unitarietà del quartiere INA-Casa, l’incuria di edifici anche tutelati come la Cascina Fratesca, l’indifferenza con cui vengono cancellate testimonianze storiche come il simbolo elettorale del 1948 in via Colombo, la demolizione della Caserma dei Carabinieri Reali a cavallo o dell’ex Camuzzi, che verrà sostituita da un condominio enorme e sproporzionato. Di alcuni di questi casi riparleremo il 25 marzo all’auditorium della Fondazione di Piacenza e Vigevano, nel convegno di Italia Nostra “La tutela di Piacenza e del suo territorio”.





