Urbanistica, si alla sfida ambientale, “… ma si proceda con giudizio”

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Svolta verde nel futuro di Piacenza? Le linee guida del Piano
urbanistico su cui puntano l’accento gli amministratori comunali
lo potrebbero far pensare. In primis per il fatto che l’area della
Pertite poterebbe entrare nel Piano urbanistico se il consiglio darà
il via libera finale alla proposta arrivata dalle osservazioni. Da
registrare intanto il sì degli uffici all’osservazione del Comitato
dei cittadini che da anni dà battaglia per l’acquisizione di quei
preziosi 270mila metri quadrati, un polmone verde oggi recintato
da mura militari e di cui in questo primo esame il Comune
riconosce la funzione di grande parco. Si potrebbe commentare
con un “era ora”. Ma questa scelta vale qualcosa di più. Per tutti.
In questo pensiero uno spazio grande lo tiene la speranza (forse
ingenua) di riuscire a invertire una rotta che negli ultimi decenni
ha dato fiato alle vele della cementificazione incontrollata di cui la
logistica (a Piacenza e in tutta la provincia) fa la parte del leone.
Ed è sotto gli occhi di tutti, basta farsi un giro verso le Mose, ma
anche in altre aree da Castel San Giovanni a Monticelli. Logistica
che cresce insieme all’estensione enorme dei suoi capannoni.
Ecco, di questo sviluppo nel Pug se ne dichiara la china. È un
risultato. Anche se il costruibile resta intorno ai 970mila metri
quadrati è una potenzialità “indefinita”. Infatti nessuna nuova area
di espansione è prevista. E questa è una novità rispetto al passato.
E potrà essere tanto più positiva se questo bagaglio resterà intonso
negli anni a venire.
Niente più cementificazione dunque? Solo rigenerazione del
patrimonio già esistente? Non è proprio così esplicita l’intenzione
e infatti si lasciano aperti due spazi d’intervento che – anche
attraverso le osservazioni al piano – hanno aperto uno spazio che,
se non conflittuale dà spazio a un acceso contradditorio.
Nulla di nuovo, su queste questioni accade sempre. L’edilizia resta
un motore economico importante, il settore pesa storicamente sia

per il numero delle imprese di costruzione, sia per la quantità di
estrazione dei materiali, ha pesato anche per la produzione dei
laterizi che hanno attraversato una crisi pesante nel recente
passato.
D’altro canto, le situazioni emergenziali poste dall’ambiente e
dalla sovrabbondanza di cementificazione denunciata dagli
osservatori ecologisti spingerebbero in direzione diversa con un
tono più drastico, almeno nelle attese. Basterebbe concentrarsi di
più sul patrimonio dismesso che oggi esiste ed è inutilizzato. Del
resto negli anni scorsi un ex presidente di Confindustria locale,
Francesco Rolleri, aveva lanciato questa opzione di utilizzo delle
industrie dove adesso sono presenti solo immobili fatiscenti,
strutture produttive abbandonate e tra queste anche le aree militari.
Rimasta solo un’idea, per ora la strada non è stata imboccata.
Che cosa può cambiare un PUG
La speranza iniziale è riposta nel Pug che sta per essere discusso
in consiglio comunale ed ha iniziato il suo percorso con l’esame
da parte degli uffici delle osservazioni proposte da associazioni e
cittadini, ed è di queste che ci si confronterà in consiglio
comunale.
Il Piano urbanistico di Piacenza discende dalla legge regionale
conosciuta come “zero consumo di suolo” (ma il piano non
interpreterà già ora in modo così drastico l’espressione visto che la
prospettiva è al 2050). Certamente vuole puntare sulla
rigenerazione urbana volendo cogliere, in questo modo, il doppio
obiettivo: recuperare aree abbandonate e dismesse che creano
ferite nel tessuto urbano cittadino da un lato e mettere sul mercato
alloggi che al momento mancano. Per nuove famiglie certo, ma
anche per studenti fuori sede dopo che la città negli ultimi
vent’anni ha accelerato sulla presenza universitaria. Iniziata negli
anni ‘50 con la sola facoltà di agraria della Cattolica, oggi conta
sul Politecnico, sul corso di medicina in inglese e sul corso di

infermieristica dell’università di Parma. Giovani, nuovi cittadini
che vivono a Piacenza, anche se temporaneamente.


Rigenerazione, riutilizzo… e ambiente? In tutto questo come si
colloca la sua valorizzazione? Questo è il tema in questione. È
così che funzioneranno i piani urbanistici di nuova generazione?
Sfida ambientale sì… ma con giudizio… si potrebbe tradurre così
il messaggio lanciato dall’assessora all’urbanistica Adriana
Fantini nel corso della recente riunione in commissione comunale
dedicata alle diverse centinaia di osservazioni presentate sul piano
e di cui si è dato ampio risalto su Libertà in questi giorni.
Quanto peserà sulla realtà futura l’attenzione ambientale alla sfida
che si è detto di voler cogliere? Quali limiti avrà di fronte?
Il diritto di edificabilità si può spostare
È su questo aspetto il punto di mediazione che fa breccia nel Pug.
In particolare, su due questioni importanti. La prima riguarda il
tema della perequazione che permetterà ai titolari di un diritto
edificatorio su una determinata area che il Pug ora destina a verde
pubblico, di poterlo “trasportare” altrove nel territorio comunale
cedendo gratuitamente al Comune l’area uscita dalla possibilità di
costruzione. In sostanza non potrai costruire in questo punto ma ti
diamo la possibilità di costruire in un’altra zona.
Sono varie le zone di questo tipo che non hanno avuto l’avallo da
parte del Comune. Infatti, alcune aree classificate da anni ma
senza la presentazione di un piano attuativo entro i tempi fissati
dall’entrata in funzione della nuova legge regionale, sono andate
in scadenza dopo un periodo prefissato. Alcune di queste sono
state discusse negli anni scorsi e accolte dal Comune, altre no.
Quelle respinte, quindi impossibilitate ad essere edificate,
potranno portare con sé la dote dell’edificabilità esportabile in
altra zona cittadina. Una strada che il Comune ha adottato
proponendola ai titolari delle aree stesse forse anche per ovviare ai
ricorsi che in altre zone dell’Emilia-Romagna si sono verificate

durante l’adozione dei PUG e per non dover risarcire gli stessi
proprietari.
Un requisito, quello della perequazione, che viene attribuito
all’area degli orti di via Campesio su cui si sono impegnati per
alcuni anni abitanti e ambientalisti perché restasse area verde e
non spazio residenziale per la costruzione di alcune palazzine. Ora
in cambio della cessione gratuita di detta area il diritto edificatorio
potrà essere trasferito in altra zona “dove sia possibile
l’applicazione dei diritti edificatori trasferibili generate da aree
classificate come verde pubblico con diritti edificatori trasferibili”.
Una scelta subito contestata da Legambiente che chiede di
eliminare la concessione “dei diritti edificatori e gli incentivi
volumetrici”, sia per gli orti di via Campesio sia per altre aree
indicate dal Pug come possibili portatrici in altre zone della città
dei “diritti edificatori” che non hanno potuto trovare accoglimento
sulle aree proposte in prima istanza. Ma l’esportazione del diritto
di edificabilità non sarà concesso automaticamente. Sarà
sottoposto a verifica. Per i diritti edificatori – hanno segnalato gli
uffici – si devono rispettare limiti prefissati. Saranno possibili
insomma se questi produrranno un reale miglioramento della
qualità urbana e ambientale preesistente nel luogo in questione.
Anche se non ci sarà carta bianca, ma controllo, resta sempre il
fatto che l’espansione residenziale rimane come opzione della
città di domani.
È una necessità rispondere ai fabbisogni abitativi, produttivi,
commerciali eccetera, lo sappiamo tutti. Ma viene un altro
interrogativo e riguarda quello che, tra qualche decennio, sarà
necessario per le aree urbane così densamente urbanizzate ed
abitate. Alcuni quartieri della città – nati nel periodo del boom
economico ma anche tra gli anni 80 e 90 – avrebbero bisogno di
rigenerazione. Il punto è quanto potrebbe remunerare un
intervento di questo genere? E da dove prendere i finanziamenti?
Chi li concederebbe?

E non è romanticismo e un mero desiderio bucolico di ritorno alla
natura. No, riguarda l’aria che respiriamo, riguarda gli
“scompensi” climatici che registriamo ogni anno. Anche a
Piacenza.
Riguardo a questo elemento l’ambiente e i cambiamenti climatici
che si inserisce direttamente sulla pianificazione urbana e in
generale del territorio tutto c’è un’impressione di fondo che
aleggia in chi legge i contenuti di materie come l’urbanistica,
talvolta per i profani molto tecnici e difficilmente traducibili nel
concreto. L’impressione è che gli specialisti (tutti coloro che
hanno attinenza con la pianificazione e la difesa del territorio) non
si parlino tra loro. Inutili i richiami come quello dei geografi (del
resto a scuola non si studia più la geografia) che segnalano come
tutta l’Italia sia una piattaforma a rischio degli eccessi dei
cambiamenti climatici per il fatto che ha 8mila km di coste molto
soggette agli uragani, agli sconquassi che di anno in anno
crescono d’intensità. Questo ha una relazione stretta con la
cementificazione dei terreni oltre che delle coste e la necessità,
sempre più impellente, di scegliere una via “de-paving” come si
dice oggi per tornare a far emergere il terreno dalle coltri di
cemento e asfalto. Il terreno non tornerà coltivabile, ma potrebbe
assorbire le ondate di pioggia torrenziale.
Tutto questo però non si vede in un orizzonte che contempla
ancora la quantità interpretandola come una particella della
qualità. Sarà davvero così?

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