
C’è un’inclinazione a Piacenza che, dato il ripetersi continuo, può
essere considerata una regola. Ed è ferrea. Prima di dare seguito a
qualche decisione occorre lasciarla decantare per un lungo periodo
di tempo. Le decisioni non devono essere avventate, tanto meno
frutto dell’impulso del momento e, figurarsi poi delle mode che
mutano così velocemente.
Le decisioni è meglio farle maturare per bene e per questo – come
fosse un caro salume così prezioso per la cultura piacentina –
occorre stagionare come si deve il prodotto. Capita talvolta che i
tempi si allunghino un po’ troppo, anni che si sommano in
decenni. Tanti sarebbero gli esempi pronti, à la carte, da
sciorinare pescando nella memoria.
Di tanto in tanto assistiamo a una rinfrescata di un argomento che
emerge dal cassetto dei ricordi e poi, dopo una breve
effervescenza, viene di nuovo riposto diligentemente in attesa di
tempi più favorevoli che spesso faticano a mostrarsi.
Per restare alle due attualità che hanno radici sufficientemente
lontane basti citare la pedonalizzazione di piazza Duomo (in
freezer dagli anni Ottanta e “sperimentata” solo in queste
settimane) e il più recente e anelato Parco urbano della Pertite su
cui oltre trentamila piacentini, nel lontano 2011, nel referendum
comunale hanno espresso la volontà che fosse definitivamente
trasformato in parco pubblico urbano. Pura speranza, quasi
teneramente ingenua,
Quella decisione – praticamente unanime – con il 32,6% dei
votanti pari a 30.237 elettori, se non ottenne il quorum necessario
(fissato a 45mila cittadini) rappresentò senza dubbio per
l’amministrazione di allora e naturalmente per tutte quelle che
sarebbero arrivate dopo, un impegno reale, concreto a cui tenere
fede.
Così la interpretarono i tanti cittadini che si espressero in quel
senso e soprattutto le associazioni, i comitati che furono il motore
di quell’iniziativa. Pura speranza, quasi teneramente ingenua.
Siamo ancora qui a discuterne con un nulla di fatto e prospettive
diverse dalle attese: un andirivieni di percorsi in salita, di schiarite,
di volta in volta tornate in ombra. Se non che il destino dell’area
demaniale dismessa è stata iscritta nel Piano urbanistico generale
da poco adottato dal consiglio comunale e in attesa di definitiva
approvazione dopo l’esame delle osservazioni su cui è aperta la
procedura. Ma tutto sembra ancora nella dimensione di un
desiderata. Null’altro.
Sono trascorsi 15 anni dall’idea di parco urbano (sarebbe il terzo
dopo quello della Galleana e di Montecucco) e le condizioni
ambientali della città non possono dirsi migliorate. Anzi, di piante
e di ossigeno ci sarebbe un gran bisogno. Complice il
cambiamento climatico con le sue “isole di calore” che stringono
alla gola tutta la città, trasformata in una insostenibile fornace,
reclamerebbe una crescita esponenziale di alberi dato che –
secondo chi studia il fenomeno – gli alberi (dove sono presenti)
sono in grado di abbattere notevolmente le temperature e forse di
contribuire a creare quell’escursione termica tra notte e giorno che
aiuta il refrigerio.
È vero che l’area della Pertite ha un suo potenziale naturale già
ora, ma non può ancora essere promossa e diventare il polmone
verde cittadino che ci si aspetta da tanto tempo. Parole e poi
ancora parole, ma i fatti non si manifestano. Nelle pieghe
dell’incertezza poi – di tanto in tanto – si svelano particolari che
portano a ridurre le speranze riposte nella possibilità di fare della
Pertite il “Bosco in città”. Considerazioni amare che si ripetono
sulle pagine Facebook dei protagonisti del sogno verde per la
Pertite.
Tende a rassicurare la dichiarazione in consiglio comunale
dell’assessora all’urbanistica Adriana Fantini: “Il Comune non ha
previsto né concordato con l’Agenzia del Demanio altre
destinazioni d’uso (parco) per l’ex Pertite”, ma a raffreddare gli
animi ha aggiunto un dato di fatto reale: “la Difesa può disporre
dell’area per usi militari o con essi compatibili senza richiedere
l’autorizzazione del Comune poiché ne è proprietaria” .
Perché si parla ora dell’area Pertite?
Forse tre sono le questioni affiorate con chiarezza sul tappeto che
hanno acceso una luce rossa di allerta agli occhi dei sostenitori del
parco urbano nell’ex area demaniale. La prima una doccia fredda
prodotta dall’accordo tra Comune e Demanio del 2024 in cui si
parlava di parco fotovoltaico nell’area che Piacenza pensa bosco e
che successivamente è stata smentita. L’altra questione investe il
tema della bonifica delle costruzioni dell’area e poi il PUG nel
quale la Pertite è fra le aree che andranno rigenerate “favorendo la
concomitanza di iniziative pubbliche e dell’imprenditoria
immobiliare privata”. C’è poi un altro aspetto della bonifica che
riguarda una parte dell’area che il comune ha chiesto di avere
nella disponibilità. Considerazioni che suonano come campanelli
d’allarme per chi aveva sognato che l’intera area fosse destinata a
parco.
Accordo Comune Agenzia del Demanio
È stato esaminato in filigrana un accordo tra Comune e Agenzia
del Demanio siglato nel 2024 in cui si parla di valorizzazione di
11 aree demaniali tra cui è inserita anche quella dell’ex Polveriera
Pertite, un’area di 270mila metri quadrati. Il Piano di
valorizzazione della Pertite pubblicato sul sito dell’Agenzia del
Demanio prevedeva un impianto fotovoltaico a terra “Energy
Park”. L’ipotesi è stata prontamente smentita dall’Assessora
Fantini, tanto che dalla scheda è stato tolto il riferimento: nel 2024
non se n’era accorto nessuno? Così si domandano undici
associazioni ambientaliste (Associazione Ambiente e Lavoro,
Associazione Parco delle Mura, APS La Cura del bosco ETS, CAI
Club Alpino Italiano – Piacenza, FIAB amolabici, Friday For
Future – Piacenza, Italia Nostra sezione di Piacenza, Legambiente
Piacenza Circolo “Emilio Politi”, Lipu Piacenza, Touring Club
Italiano – Piacenza, Velolento Piacenza) che hanno preso
posizione sulla vicenda.
Il Piano urbanistico generale
A preoccupare è soprattutto la frase inserita nel PUG in cui
sull’area Pertite si dice che viene considerata “tra quelle da
rigenerare ma favorendo la concomitanza di iniziative pubbliche e
dell’imprenditoria immobiliare privata”. Questione questa che
porta una riflessione generale. Infatti, ogni volta che si ha a che
fare con progetti di rigenerazione di porzioni urbane pubbliche,
sembra un percorso obbligato dover contare su investimenti privati
perché, se non ci fossero anche lo stesso recupero diventerebbe
insostenibile sul piano finanziario. A uno sguardo più ampio su
Piacenza questo potrebbe diventare un problema, sia per l’enorme
quantità di aree dismesse che ha in sé la città, sia per la prospettiva
se è vero, come è stato sottolineato in più occasioni, che è
l’intervento residenziale e commerciale che traina sempre il
recupero delle rigenerazioni non avendo a disposizione l’intera
disponibilità finanziaria per intervenire in autonomia. Creando, in
questo modo, un doppio rischio. Da un lato avere un eccesso di
nuove costruzioni e dall’altro non intervenire lasciando
inutilizzate le zone classificate come da rigenerare. Un bel tema su
cui riflettere.
Quanto alla Pertite le associazioni lamentano che: “Nel giro di un
paio di anni – spiegano nel loro documento – a seguito delle
pressioni del Comitato della Pertite e delle associazioni
ambientaliste per riuscire ad ottenere il Bosco in città, il Comune
ha via via evidenziato una serie di intoppi tali da rappresentare
l’obiettivo del parco come una vera e propria ‘missione
impossibile’. Dapprima ipotizzando una cifra incredibilmente alta
(50 – 60 milioni di euro) per demolire e smaltire gli immobili
presenti nell’area militare, senza avere un progetto e quindi una
idea di quanti edifici e per quali funzioni sarebbe stato necessario
recuperarli”.
La bonifica dell’area – Ma sempre per la bonifica si mostra un
altro elemento critico. L’argomento è stato oggetto di un recente
dibattito in consiglio comunale nel quale l’assessora
all’urbanistica Adriana Fantini ha evidenziato che per un utilizzo a
parco dell’area è necessaria un lavoro di bonifica che comporti la
rimozione del terreno e quindi il conseguente taglio degli alberi
presenti e la successiva piantumazione. “Affermazione che lascia
davvero di stucco per almeno due motivi – scrivono le associazioni
pro-parco – primo perché è tutto da dimostrare che un’ulteriore
bonifica, così radicale, sia necessaria; secondo perché la
cancellazione integrale dei servizi ecosistemici che l’attuale bosco
produce in una città inquinata come Piacenza suggerirebbe, senza
alcun dubbio, soluzioni alternative. Piuttosto che tagliare le piante,
per esempio, sarebbe preferibile interdire l’accesso al bosco,
consentendo la bonifica solo nella radura. Infatti, l’ipotesi del
disboscamento è semplicemente impensabile e contraddittoria, per
una comunità di migliaia di cittadini che da anni chiedono il parco,
proprio per conservare il patrimonio arboreo esistente”.
Boschi urbani, occasione perduta? – Percorsi difficili, quasi
impossibili, ostici da comprendere perché appaiono contradditori
con le linee guida e i profili programmatici che, se non realizzati
restano solo parole vuote. Un esempio? Durante la discussione del
percorso di stesura del Piano Urbanistico generale in diverse
occasioni, alla presenza di tanti professionisti chiamati a parlare
delle nuove filosofie di sviluppo urbano, grandi riflettori sono stati
puntati su un nuovo sbocco: cinture verdi – li hanno chiamati
boschi urbani – che per mitigare il calore, l’eccesso di cemento
sono stati descritti come la svolta a cui non si può girare le spalle.
Oltre ad essere un modo per riempire di contenuti anche una legge
regionale – detta a consumo di suolo zero – che per ora ha un
orizzonte al 2050. Un tempo tanto lungo che rischia di essere
troppo lontano visti gli effetti ambientali che stiamo subendo di
anno in anno. L’area della Pertite a parco non era forse già un
accenno di bosco praticamente in città?




