Il terremoto che ha sconvolto l’Emilia, provocando decine di vittime e danni per un paio di miliardi di euro, ha tra i suoi risvolti più agghiaccianti quello dei tanti capannoni delle zone produttive crollati come castelli di carte, con la morte di molti lavoratori. Inevitabile, quindi, porsi la domanda su cosa potrebbe accadere a Piacenza nel caso di un sisma della stessa intensità.
A poter fornire una autorevole risposta è il presidente del Gruppo Paver (nonché presidente della Camera di Commercio) Giuseppe Parenti, sia perchè la Paver Costruzioni S.p.A. è oggi uno dei principali complessi produttivi nel campo dei prefabbricati in calcestruzzo per l’edilizia e l’arredo urbano, sia perchè uno degli stabilimenti dell’azienda si trova nel ferrarese e sia perchè conosce nel dettaglio le questioni legate al polo logistico piacentino.
Parenti ha un’esperienza diretta perchè uno degli stabilimenti della Paver, come detto, si trova a Poggio Renatico in provincia di Ferrara, a brevissima distanza da paesi devastati dal sisma come Finale Emilia, San Felice sul Panaro e Mirandola: “Questo stabilimento – spiega Parenti – è a soli 7 chilometri da Sant’Agostino, uno dei centri più colpiti dalle scosse. A soli 30 metri dalla nostra struttura, una torre antica fatta di mattoni è andata completamente rasa al suolo. Anche noi abbiamo subito incrinature e spostamenti (per i quali abbiamo deciso di apportare interventi di consolidamento) ma nessun crollo, per cui l’attività è ripresa dopo un giorno. La paura però c’è stata, enorme, anche tra gli operai costretti ad abbandonare in tutta fretta il luogo di lavoro”.
Cosa accadrebbe alle strutture piacentine se un terremoto simile colpisse la nostra zona industriale e logistica, che occupa alcuni milioni di metri quadri? “Tra l’80 ed il 90% dei capannoni sono stati costruiti prima del 2005, anno dell’emanazione della normativa antisismica (entrata del tutto in vigore dopo deroghe e proroghe protrattesi fino al 2009, ndr), per cui in caso di un analogo terremoto i rischi di crolli sarebbero i medesimi visti nel modenese e nei dintorni, in quanto fino a pochissimi anni fa certi requisiti non erano richiesti dalla legge”.
C’è anche da tener presente un altro elemento preoccupante: i crolli possono teoricamente verificarsi anche per altri motivi, e anche nel caso di capannoni la cui struttura soddisfi le norme antisismiche. Siccome nelle verifiche previste ad oggi non si considera l’accatastamento interno, può infatti accadere che il contenuto degli stoccaggi automatizzati (che a volte occupano anche i sottotetti) possa cadere per la scossa e, qualora il peso sia notevole, travolgere le strutture di sostegno, aumentando comunque il rischio di crolli. Questo può essere anche il caso di numerosi insediamenti dell’estesissimo polo logistico piacentino, dove gli accatastamenti sono largamente diffusi per la natura stessa del tipo di insediamento.
A volte può contare perfino il caso, perchè strutture vicinissime tra loro possono essere state costruite con identici criteri ma su terreni molti diversi, dal sottofondo più compatto o più morbido, con esiti di una scossa diametralmente opposti. Un dato però è certo: “Dove le norme attuali sono state applicate, come nel caso della decina di strutture prodotte con i nostri materiali nella zona del terremoto, i danni – ricorda Parenti – sono stati molto limitati e non ci sono stati crolli”.




