
Piacenza, pur non essendo in scadenza elettorale, nel 1994 nuova sperimentò quasi subito la legge per l’elezione diretta dei sindaci. Si votò il 28 giugno e fu eletto sindaco il professor Giacomo Vaciago che restò in carica fino al 18 aprile del 1998. Da allora il voto locale si basa su questa legge, la numero 81 promulgata il 23 marzo 1993. Alle spalle trent’anni di applicazione con una modifica nella durata del mandato passato da 4 a 5 anni. Da allora i cittadini di Piacenza hanno eletto direttamente 5 sindaci e, con la stessa legge lo hanno fatto anche i cittadini di tutta la provincia.
Si può dire che agli inizi degli anni ‘90 il terremoto politico che travolse i partiti diede vita a un mutamento sostanziale nella scelta degli amministratori. Uno di questi cambiamenti fu la legge dei sindaci… C’è qualcosa di miracoloso nel fatto che una legge elettorale abbia resistito tanto a lungo e forse è la più longeva. Almeno per ora.
Trent’anni e non sentirli? È così? … e perché quel cambiamento?
Conflittualità, la cifra a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta
Vale la pena descrivere il clima politico piacentino che si era creato nel corso degli anni precedenti in particolare all’inizio del nuovo decennio immediatamente dopo le amministrative del 6-7 maggio 1990. In corsa ben 12 liste votate con il sistema proporzionale. Difficile mettere in piedi un governo locale. Troppe le sigle, troppi i veti, troppi “aghi della bilancia” pronti a mettere sul piatto i consiglieri eletti per avallare o bocciare una giunta. Di quale segno non importava.
Tutte le parti erano soggette a questa situazione.
Dopo estenuanti trattative il 31 luglio (quindi tre mesi dopo il voto) si diede vita a una coalizione (definita rosso-grigio-verde) che includeva, oltre ai partiti tradizionali: l’allora Pci (poi Pds), il Psi, i Verdi per Piacenza, Lista Pensionati ed Eco del Gotico-Lega Nord. Fu scelto sindaco il socialista Franco Benaglia e fu anche la prima volta che il consiglio comunale elesse il sindaco senza la presenza delle opposizioni che disertarono la seduta. Infatti i gruppi Dc, Pli, Psdi e Pri non si presentarono alla chiamata.
A questa coalizione si era arrivati dopo che il Psi aveva avuto anche un approccio con gli ex alleati di pentapartito senza trovare accordo. A quel punto si scelse di avviare la trattativa con il Pc/Pds. Ma la navigazione si preannunciava difficile e tormentata. Pronostico corretto. Tempo due anni e si segnalarono i primi scricchiolii tanto che si susseguirono due crisi e tre sindaci.
Nel 1992 il sindaco Benaglia, con un cambio di maggioranza avallato dal consiglio comunale e deciso dai partiti, fu sostituito da un altro accordo politico e da un’altra figura, la prima donna sindaca: Anna Braghieri, insegnante e nota esponente della Dc piacentina; anche questa esperienza (sostenuta da Dc, Pds e Psi) durò per breve tempo, tra i banchi del consiglio comunale si decise di cambiare formula e così fu eletto sindaco il liberale Filippo Grandi per guidare una maggioranza formata da Dc, Psi, Pli, Psdi, Pri e Pensionati. Il ritorno al pentapartito allargato.
Esempio di maggioranze deboli con ripetuti screzi tra le parti che non ressero alle pressioni. Poi si arrivò all’epilogo a inizio gennaio 1994 quando metà dei consiglieri comunali – recandosi uno a uno dal segretario con le dimissioni in mano – decretò lo scioglimento del consiglio comunale.
Il nodo: ridimensionare il potere della partitocrazia
L’inizio del 1994 porterà dunque allo scioglimento del consiglio comunale di Piacenza con la nomina di un commissario prefettizio (Corrado Perricone) in carica fino all’elezione del sindaco. Fu così che con la nuova legge venne eletto Giacomo Vaciago, figura della società civile attorno a cui si aggregarono partiti dell’area di centrosinistra (Pds, Alleanza democratica, Federazione dei verdi e La rete). Non si schierò a fianco della candidatura di Vaciago sindaco l’allora Partito popolare (erede della Dc) che sostenne come candidato Stefano Ferrari. La creazione di un partito unico, il Pd di oggi tra Ds (ex Pci, ex Pds) e gli esponenti dell’area cattolica espressa nell’ex Dc era ancora di là da venire.
Interessate sottolineare come, già diversi mesi prima del voto durante le crisi politiche vissute dalle amministrazioni a Piacenza aveva preso avvio un laboratorio politico: Alleanza per Piacenza, si chiamava.
In quel gruppo si era avviata la discussione sui progetti a tutto campo necessari per il rilancio della città, per superare la stasi amministrativa, ma anche l’indolenza progettuale nella quale versava da anni. Fu quello un laboratorio che fu il nucleo da cui nacque la candidatura del professor Vaciago.
Era un fatto nuovo. Era la prima volta in cui i cittadini “senza partito” scendevano in campo per organizzarsi in politica e sostenere una figura esterna ai partiti (senza la definizione di indipendente di questa o quella sigla) per la candidatura a sindaco della città.
Si trattava dell’affacciarsi di un gruppo civico. I “civici” da allora diventeranno una costante presenza in tutte le elezioni comunali.
Un imperativo dominava al tempo dei primi passi dell’elezione diretta del sindaco: la figura del candidato – meglio se non espressione dei partiti – era il cuore della legge. Sarebbe risultato tanto più vincente quanta più capacità di dialogo e di empatia con gli elettori avrebbe mostrato e quanta più indipendenza avrebbe dimostrato rispetto alle sigle partitiche della coalizione che lo sostenevano evidentemente in un delicato equilibrio di rapporti. Agli inizi degli anni Novanta era indispensabile esprimere con chiarezza un affrancamento dai partiti e concentrarsi sulla capacità progettuale, l’appeal politico e anche personale del candidato. Dunque, se civico, era meglio.
Dati alla mano, questo elemento avrebbe fatto la differenza. L’obiettivo di quel momento era mettere in secondo piano il ruolo dei partiti, vista la crisi profonda che attraversavano. Per il sistema politico si avviò anche un percorso nuovo facendoli diventare quasi dei comitati elettorali (forse troppo) organizzati in occasione del voto stretti intorno alla figura del candidato.
Superare il sistema dei partiti
Occorre riavvolgere il nastro e tornare al clima generale che portò alla trasformazione del sistema elettorale in senso maggioritario che riguardò comunali, provinciali, regionali e politiche.
Da non dimenticare la pressione forte da parte della società civile in contrasto con un sistema politico congelato, autoreferenziale e staccato dalla realtà.
Quando venne votata la legge elettorale dei sindaci il clima politico si era molto sfarinato. Le alleanze di governo (dal nazionale al locale) erano costruite nei palazzi dopo il voto e cristallizzate intorno a uno schema che aveva il potere come unico collante e che spesso inciampava in crisi, rimpasti per poi ricadere in nuove crisi e nuovi rimpasti nei quali spesso i distinguo più che dal merito nascevano da conflittualità personali rivestite di significati politici.
La convinzione diffusa era che il potere dei partiti fosse eccessivo rappresentando quella che fu definita partitocrazia. In quel periodo dai cittadini arrivava a gran voce la richiesta di poter avere voce in capitolo sull’elezione dei propri rappresentanti istituzionali togliendo questo compito alle segreterie dei partiti come era stato fino a quel momento.
Il sistema dei partiti su cui si sono rette le istituzioni evidenziava molte crepe mostrando un sistema di potere sempre uguale a sé stesso che, di anno in anno, tracciava un solco sempre più distante dall’opinione pubblica. Si parlava di un mondo chiuso, ripiegato, lontano dai bisogni dei cittadini. In quel momento storico i partiti erano sotto accusa, molti finirono nel setaccio della magistratura, si azzerarono gruppi dirigenti, si sciolsero alcune formazioni e ne nacquero di nuove. Si misero in moto così movimenti referendari per le riforme elettorali che compresero anche quello per il voto delle amministrazioni comunali.
Da allora in poi il peso dei partiti si ridusse enormemente anche sulla spinta di movimenti locali, ma anche per la trasformazione del contesto politico nazionale che, proprio a partire dal 1994, si concentrò sulle figure dei leader politici mandando in soffitta la struttura partito come si era conosciuta precedentemente.
I partiti iniziarono sempre di più a diventare “liquidi” “leggeri” accantonando il modello che si era delineato dal dopoguerra. Un percorso che facilitò la nascita di formazioni personali che alle elezioni si presentarono portando il nome del leader nel simbolo. Fenomeno che si è andato accentuando e rafforzando nei due decenni del 2000 appena trascorsi.
Nel decennio dei Novanta era cresciuto il movimento della Lega Lombarda (poi Lega Nord) allora premuta da spinte autonomiste quando non secessioniste e in netta contrapposizione con il sistema politico romanocentrico. Significativo ad esempio, proprio nelle elezioni del 1994 che elesse sindaco Vaciago il risultato della Lega Nord che ottenne 7.793 voti pari all’11,79 per cento.
Elezione diretta: i ripensamenti di oggi
Trent’anni e non dimostrarli, si diceva. O forse sì?
Tre decenni dopo la legge sull’elezione diretta dei sindaci c’è chi, nel 2024, analizzando l’andamento delle amministrative della scorsa primavera, ha lanciato l’idea che il doppio turno non fa più allo scopo. Secondo questa opinione andrebbe cancellato, si dovrebbe fare a meno del ballottaggio e darla vinta subito al primo giro.
È girata infatti la convinzione che portare due volte i cittadini a votare, scegliendo tra i due che hanno ottenuto il risultato migliore come succede da 30 anni, “falserebbe” il dato elettorale. Si adducono due motivi concatenati: al ballottaggio conquista la poltrona di sindaco chi ottiene anche un solo voto in più ma su una base elettorale che risponde al secondo richiamo dell’urna sempre più esigua rispetto al primo turno. Quindi il candidato vincente viene scelto da un numero inferiore di cittadini rispetto alla prima tornata. È la democrazia, verrebbe da dire. E il concetto potrebbe valere per tanti aspetti della vita.
La discussione, che ha animato il maggio elettorale, come spesso accade in politica di questi tempi, appena accesa si è subito spenta. Almeno per ora.
Per tornare a Piacenza, dal 1994 ad oggi i dati dimostrano che si sono registrate in trent’anni diverse alternanze tra coalizioni: quasi una volta sì e una no, la scelta dei cittadini è caduta ora sul centrosinistra ora sul centrodestra. Unica eccezione il caso dei due mandati di Roberto Reggi che fu eletto la prima volta il 12 giugno 2002 e il 23 maggio 2012 per il secondo mandato.
Quanto al tema della scarsa affluenza alle urne pare non sia un problema di legge elettorale se alle Europee svolte a inizio estate in Italia ha votato meno del 50 percento degli iscritti alle liste elettorali e il sistema di voto in questo caso era il proporzionale in cui ciascun partito correva con il proprio simbolo.
Si può pensare che il punto debole in questa partita siano – ancora una volta – i partiti, la loro mancanza di comunicazione con i cittadini e quel “parlar d’altro” che di giorno in giorno, di anno in anno, si fa sempre più chiacchiericcio, litigio e non programma serio.
Antonella Lenti




