
Ho cenato alla Pirêina negli orti. Speravo di poter mangiare climatizzato nella Pirêina standard, vista la temperatura in strada, ma il tatto del gestore (Sgionfa mia, at mangi fὂra) mi ha convinto. Ed è stata la prima sorpresa di serata: c’era fresco negli orti di via Borghetto. In più sono belli, c’è spazio, i tavoli stanno larghi, si può godere di intimità, immersi nell’ambiente vivace. Nelle sere estive (da martedì a sabato) la Pirêina porta la sua cucina negli orti. Cucina che non ha bisogno di presentazioni. Nemmeno Carlo, il gestore ufficiale, del resto. Ti accoglie all’ingresso come un mezzobusto da telegiornale. Seduto all’improvvisata cassa, coniuga utile e dilettevole: butta un occhio all’attività, schiva la frenesia dei suoi in sala, chiamati a placare la fame della clientela. Il menù mette caldo solo a leggerlo. Quando quelli dietro ordinano gli anolini, ho la certezza di essere nella genuina Piacenza. Con ventinove gradi, ad avere voglia di brodo rovente, puoi solo essere del sasso da generazioni. Seconda sorpresa: la carta dei vini. Scopro che la cura Davide, il figlio, e…mi piace. Dietro ci sono curiosità, ricerca, assaggi. Qualcosa conosci perché il 90% di quello in lista è della zona. I produttori che conosci, sai che si cimentano con piccole produzioni e spesso ottengono bei prodotti. Per quelli sconosciuti chiedi e ti delucidano senza l’ausilio di lessico AIS. Davide li ha bevuti prima di te, sa dire cosa ti attende. Scelgo di esplorare un paio di “metodo classico” locali. Ce ne sono sei, tutti di decoroso assetto. Spicca Sheila di Podere Pavolini, caruccio, ma li vale. Comincio con antipasto di formaggi, salumi e gnocco fritto. Domando al cameriere se posso avere la burtlêina anziché il gnocco. La richiesta passa al gestore, che comunica col solito tatto (Sgionfa mia) l’impossibilità di accontentare la richiesta. Tutto buono. Il locale gioca in casa con coppa e salame di “Salini”; stagionati, profumati, il salame gocciolante. Completa il servizio la pancetta, davvero pancetta, e un crudo con una bella faccia. I formaggi, Grana a parte, sono di “Al Capriss”, Alseno, uno erborinato, uno semi-stagionato. Come indica il nome del caseificio, tutto parte dalla capra. Li ho accompagnati col pane perché preferisco così, però anche il robo fritto era piacevole. Di primo arrivano i tortelli, di cui è inutile parlare. Sono un marchio di fabbrica che non si appanna. Di secondo prendo il cavallo crudo e la scelta pare quasi dettata. Ordinare stracotto e polenta, temo possa incrinare il naturale equilibrio degli orti al solo pensarlo. Si incrina invece la sedia di quello dietro. Volo scongiurato, ma il vicino ha capito di aver esagerato con le portate. Saltato il dolce a malincuore (sono pieno, non preoccupato per la seggiola), passo alla cassa. Senza fronzoli, una riga sul conto effettivo porta la cifra al tondo. Sono trenta a testa: poco, considerando cosa si è bevuto. Carlo, che non si era mai mosso in serata, si alza per i saluti. A differenza di tanti famosi mezzibusto, indossa i calzoni. È l’ultima sorpresa.




