La speranza di novità è cool… E vince sul “Fatemi riprovare”- Katia Tarasconi e Patrizia Barbieri, due storie due stili

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Dritta al cuore, nuovo sindaco, sindaca nuova.
Così Katia Tarasconi prometteva nel suo slogan elettorale che
ancora campeggia sulle vetrine del corner elettorale di largo
Battisti. Esprimeva un auspicio di novità, una speranza di novità e
anche di freschezza. Gli elettori lo hanno colto e premiato.
Gli elettori che il 26 giugno hanno scelto di andare a votare per il
ballottaggio infischiandosene della moda di disertare le urne per
essere in linea con il trend che li fa arcistufi della politica e
indolenti ad esercitare il loro diritto.
Il risultato ha premiato Tarasconi, la sua comunicazione “gentile”
(come ha sempre sottolineato) con il 53,46% dei voti. Un risultato
che riconosce il lavoro fatto dalla nuova sindaca insieme a tutto il
gruppo che l’ha sostenuta. Presenza capillare che si è sciolta nella
città toccando tanti cittadini per discutere di prospettiva, di servizi.
E’ parso anche un gesto di fresca e vitale vicinanza rivolto alle
persone. Anche questo un modo nuovo.
Door to door per ascoltare più che per declamare.
La chiave che ha aperto la porta comunale per Tarasconi, per i
partiti che la sostengono e per la sua civica che eguaglia in
consiglio comunale i seggi assegnati nientemeno che al Pd. E’ la
prima volta dal 1994, la data che segnò l’avvio dell’elezione
diretta del sindaco, che una civica ottiene un tale rilevante
risultato.
Anche sull’altro fronte la civica di Patrizia Barbieri e Massimo
Trespidi ha fatto il pieno di voti ed è il raggruppamento più votato
di tutto il consiglio.
Alcune considerazioni anche sull’approccio di Patrizia Barbieri a
questo capitolo elettorale 2022. Il messaggio comunicativo

iniziale “Il mio partito è Piacenza” non ha colto nel segno e
portava in sé un significato “divisivo”.
Quel messaggio di autonomia dai partiti infatti è apparso stridente
quando al contempo, gli stessi partiti (Lega, Fratelli d’Italia e
Forza Italia) davano il sostegno alla candidatura Barbieri
formando la coalizione. C’è da chiedersi se questo non abbia dato
il via, nelle dinamiche interne, a una sorta di competizione che ha
messo in corsa il “partito Piacenza” targato Barbieri e Trespidi e i
gruppi politici dell’area del centrodestra. Anche questo elemento,
oltre alla frattura consumata con l’associazione dei liberali, asse
del Terzo Polo, può aver determinato lo scarso e sicuramente
inatteso risultato già del primo turno.
La scelta di porsi come una candidatura svincolata dalle segreterie
può essere risultata sgradita ai partiti. Barbieri in questo modo ha
inteso rinverdire un patto con i cittadini stretto nei momenti bui
della pandemia, dei lutti che la città ha subìto. Argomento
utilizzato anche per dare forza alla mancata realizzazione del
progetto iniziale, rallentato dalla situazione eccezionale. Troppo
poco per una sindaca uscente chiedere ai propri cittadini di
riprovare per concludere un lavoro non finito.
Così Patrizia Barbieri si è fermata al 46,54%.
Accanto alla scelta di differenziarsi dai partiti che la sostenevano
scegliendo un profilo civico-civico nella fase finale della
campagna elettorale – forse a segnalare l’affanno che si avvertiva
– si è spinta ad annunciare alcune nomine per la giunta di là da
venire. Una mossa che non ha pagato. Uno schema superato che
nel disincanto che si avverte di questi tempi non ha avuto
significato. Da ascrivere come errore anche il richiamo a presunti
poteri forti incombenti sul futuro della città con cui ha voluto
schiacciare l’occhiolino ai cittadini critici, distanti e ostili al
mondo della politica. Non ha ottenuto però il risultato sperato.
Resta il fatto che la mancata riconferma di un sindaco uscente è
una sonora bocciatura che certamente brucia.
E non poco. Non solo per Barbieri, anche per chi l’ha sostenuta.

Il richiamo a un orizzonte nuovo fatto da Katia Tarasconi ha vinto
su un’incolore richiesta o via libera a ritentare un percorso non
riuscito.
Oltre alle valutazioni sulla sindaca che entra e sulla sindaca che
lascia c’è un terzo fattore deve essere considerato nelle analisi. Ed
emerge con tanta forza da questa tornata elettorale, è il
disinteresse, l’indifferenza apatica dei cittadini rispetto alla cosa
pubblica che si traduce in assenteismo.
Più in generale la crescente diminuzione dei votanti è un problema
democratico che rischia di riportare la selezione della classe
dirigente a un sistema esercitato da pochi per pochi.
Un fatto che resta pesante come una pietra scagliata che rompe e
deforma lo schema democratico. Un fattore relativamente nuovo
nella nostra tradizione elettorale visto che fino agli anni Novanta
eravamo campioni di partecipazione al voto. Poi improvvisamente
basta. Si potrebbe pensare che questa trasformazione sia andata di
pari passo con la frantumazione del sistema dei partiti come lo
abbiamo conosciuto nel Novecento.
Via via, sul finire del secolo scorso, e ancor più in questi primi
vent’anni del nuovo, i partiti si sono trasformati in aggregazioni
fluide incapaci di progettare, di anticipare e di cogliere le tendenze
sociali, ma al contrario si sono messi all’inseguimento degli umori
dei cittadini per un uso prettamente elettorale. L’elenco potrebbe
essere lunghissimo. Piattaforme liquide buone per una stagione
finendo per trasformarsi in comitati elettorali da sciogliere
immediatamente dopo il voto per reinventarsi in una nuova forma.
Dapprima l’inappetenza al voto è iniziata con le elezioni maggiori,
europee e politiche e regionali. Ora l’indifferenza dei cittadini è
dilagata anche sulle elezioni comunali.
Paradossale se ci si pensa bene. La scelta del sindaco dovrebbe
essere un confronto vitale perché è lì che si decide delle scelte, dei
servizi, della qualità nel loro posto di vita che è giusto i cittadini
pretendano da chi si propone di governare. Non partecipare a una

scelta così importante per chi vive la città ha un sapore quasi
autolesionistico.
La scelta del sindaco non parla di politica astratta, di massimi
sistemi, di desiderata stralunati. No, è direttamente proporzionale
alle iniziative che verranno adottate nel corso dei cinque anni di
mandato e che avranno una rilevanza diretta sulle nostre vite
quotidiane.
Scelte sul funzionamento della città che riguarda i servizi alla
persona (bambini o anziani), come affrontare la pesante cappa di
smog che respiriamo, investe progetti culturali che ci aiutino a
uscire dal recinto e coltivare la mente, oltre all’ordinaria
amministrazione come tenere in ordine le strade, le aiuole, i
parchi, le scuole, gli asili… se in sostanza riconoscere e dare
concretezza ai diritti dei cittadini di vivere in una società urbana
civile e organizzata, moderna e contemporanea. Progetti che
mettono in campo visioni diverse tra cui scegliere al momento del
voto. Non aderire alla chiamata significa scegliere di non sentirsi
parte del contesto in cui si vive e scegliere di stare fuori campo.
E’ assurdo che chi è deputato a pretendere, a esigere che nel luogo
in cui vive si realizzino progetti e servizi se ne infischi al punto di
non contribuire a scegliere chi dovrà concretizzarli.
E’ come se nella partita elettorale massicciamente una parte in
causa dicesse “io passo, io non gioco”.
Che lo abbiano detto in tanti già il 12 giugno e poi ancora di più il
26 giugno, ha qualcosa di surreale. “Passo, io non gioco. Fate
voi”. Come se a una fetta consistente di cittadini non riguardassero
le sorti di una società civile che resta tale nel momento in cui il
suo governo si basa sulla scelta da parte di una libera decisione di
chi la vive, la abita e la popola. Oscillando di volta in volta in
direzioni diverse, contrapposte premiando un progetto o l’altro.
Siamo entrati appieno nel tempo del disinteresse, nel tempo
dell’io, nel tempo dell’abbasso il collettivo, nel tempo
dell’illusione di contare a colpi di post e di social o di chat.

Il distacco, anzi la frattura tra il sistema democratico che, laddove
è stato conquistato tanto faticosamente si pensava non scalfibile, è
scritto da tempo negli umori di cui trasudano i social. Anche ora, a
decisione avvenuta, dopo l’elezione della nuova sindaca il fiume
in piena del risentimento è in impetuosa azione. Non si sa contro
chi, non si sa perché ma prosegue la sua corsa. Alla fine a
Piacenza, i votanti del 26 giugno (32.259 su 76mila una
percentuale che si attesta intorno al 42%) li si può definire una
sparuta minoranza ma questo non rende meno importante e meno
incisiva la decisione di chi ha risposto alla chiamata.

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