Il calciatore Leonardo Martin Miglionico ricorda i suoi anni in biancorosso

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C’è stato un tempo col Piacenza tutto italiano. C’è stato un tempo in cui il Piacenza apriva le frontiere. La rete osservatori divenne mondiale. Graziano Bini, responsabile degli osservatori mondiali, lasciava perplessi. Sui campi di gioco non si era distinto per visione illuminata. Il Bini lavoro produsse quel filone argentino che raggiunse Piacenza. nei primi anni 2000. Inaugurò Obolo “El Terible”. Le perplessità dell’ambiente aumentarono. L’anno dopo arrivò un’ala destra. Ala destra che è poi diventata Hugo Campagnaro, difensore centrale. Entusiasmo per l’acquisto azzeccato, se ne tesserarono altri due: Rafael, fratello di Hugo, e Miglionico. Chiuse il ciclo Simon “L’è Bon”. Qualche anno fa incrociai la diretta tv di Racing – Lanus, serie A argentina. Tra le sagome in campo intravidi il campione del mondo Camoranesi. Poi l’inquadratura virò in soggettivo. Moto d’orgoglio nel riconoscere Leonardo Martin Miglionico. Ne sono passati bei giocatori con la maglia del Piacenza. Martin arrivò in biancorosso nel 2003. Giocava solo con la Primavera a dispetto delle 23 primavere. Mi piacque da subito. Usciva un po’ pertica dal rapporto altezza/peso, ma aveva quella grinta speciale. Dicevano fosse uruguaiano, che giocasse in Argentina, che avesse annullato Palermo “El Loco”. Ce lo lasciamo raccontare da lui.

Buongiorno Martin. O preferisci Leonardo? Innanzitutto le origini: se ti avessero chiamato in Nazionale, avresti giocato con la “Celeste” uruguagia, o avresti ricomposto la collaudata coppia Miglionico Campagnaro nell’Argentina?

A Piacenza si usava più Martin, ma è indifferente. Ho doppia cittadinanza. Avrei potuto giocare con l’Uruguay, eventualmente con l’Italia. Nell’ Argentina col “Campa” non sarebbe stato possibile. Anche se sono cresciuto a Buenos Aires, dove tuttora risiedo.

Riordiniamo la storia. Chi ti scopre nelle categorie minori come buono per il Piacenza? Chi ti disse “Domani andiamo a Piacenza”? Come la presero in casa quando comunicasti “Domani vado a Piacenza”? E soprattutto: davvero eri impiegato per un’impresa di pompe funebri?

No, no, era il business del presidente della J J Urquiza, la squadra in cui giocavo, ma io appunto giocavo. Mi vide Moretto, l’osservatore che seguiva la zona. Mi segnalò a Bini che organizzò seduta stante la partenza. Non ebbi neppure il tempo di preparare la valigia. Il Piacenza era serie A, lo conoscevo, impossibile lasciarsi sfuggire l’Europa. Il provino andò bene, c’era Cagni, diede il benestare. Dopo sono tornato a casa. Per spiegare, e per prendere le mie cose. I parenti furono entusiasti, convinti che andassi a marcare Batistuta.

Il “Campa” era arrivato l’anno prima. In Piazza Cavalli siete diventati amici. Ve ne siete andati a Genova per il salto di categoria. Poi vi siete divisi, portando a casa due signore carriere. Oggi, a bocce giocate, ci avresti scommesso che lui sarebbe arrivato in Nazionale e tu in serie A?

Non avrei puntato un soldo. Eravamo felici di essere a Piacenza. Bastava quello. Le cose invece sono andate bene per tutti. Hugo poi diventava sempre più bravo, non potevo lasciarlo solo.

Ho visto che hai chiuso la carriera in Paraguay. Com’è andata?

Avevo già smesso col futbòl, ma collaboravo con l’azienda che gestiva la squadra paraguayana. Mi chiesero di dare una mano, accettai. È un campionato con poche squadre, si finì in fretta.

Nel preambolo scrivo che hai giocato con Camoranesi. C’era anche il giovane De Paul di Udine tra i tuoi compagni. Non ti sono rimasti legami piacentini, cui poter inviare qualche nome interessante?

Sono stato il secondo di Camoranesi quando allenava il Tigre. Seguo sempre i biancorossi, ma in società non conosco più nessuno. Se mi chiamano torno al volo, Piacenza è la seconda casa. E poi c’è il mio amico Pippo Stampanoni, da sua mamma mangio la pasta migliore del mondo.

Della truppa argentina che arruolammo in quel periodo hai notizie? A me mancano solo di Rafael Campagnaro.

Rafael fece un anno nella Primavera biancorossa, ma ha abbandonato presto il professionismo. Hugo mi sa che smette a fine stagione, Obolo ha smesso, io anche. Simon gioca ancora in Cile, sono anni che vive là.

Il Buono, il Brutto e il Cattivo della tua esperienza piacentina. Per me dovresti rispondere: il goal a Cremona per il Buono, la sfiorata serie A per il Brutto, mister Iachini per il Cattivo. Gli devi tanto, ma te l’ha fatta sudare la maglia di titolare.

Tutto giusto: Piacenza è la squadra in cui ho segnato di più. Col gol nel derby ho toccato il picco di congratulazioni ricevute. Spiace non essere andati insieme in serie A nel 2007, eravamo davvero tosti. Ho avuto tre allenatori che hanno inciso sulla carriera. Il primo è Iachini, mi ha foggiato calciatore. Il secondo è Somma, le lezioni didattiche erano una novità. Il terzo è Cosmi. Abbiamo diviso situazioni sportive poco felici, ma di grande trasporto. Ho patito un serio infortunio a Livorno, lui ha smesso di essere allenatore ed è diventato un fratello.

Grazie Martin per la chiacchierata transoceanica. E ricordati di dire a quelli della Vaca Loca di Turro, che la tua maglia numero 17 me la possono regalare.

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