Governo, Reggi a Roma:
la grande fierezza

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“Sapevo che questi ragazzi avevano bisogno di una mano. Ed eccomi qua: il lavoro non mi ha mai spaventato”. Sì, li indica proprio così, “questi ragazzi, Matteo e Graziano”, che altri non sono che Renzi, neopremier, e Delrio, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Non è mancanza di rispetto. E’ che lui, Roberto Reggi, il sindaco che ha governato Piacenza per dieci anni, dal 2002 al 2012, è fatto così: un sindaco “pop”.
Il colpo di reni alla sua carriera politica è arrivato alla fine della settimana scorsa quando è stato chiamato nell’esecutivo da Renzi come sottosegretario all’Istruzione. Da ingegnere a Edipower al Governo, mica male il salto. “Non me l’aspettavo – ha detto – mi immaginavo forse di più la Protezione civile o le infrastrutture, ma in dieci anni di amministrazione mi sono fatto le ossa anche sull’edilizia scolastica. Matteo (Renzi, ndr) sa che non sono uno che si tira indietro quando c’è da lavorare. E’ davvero una grande gioia”.
Una gioia più che comprensibile per un politico che da due anni, dalla fine del mandato di sindaco nella primavera del 2012 quando lasciò la poltrona a Paolo Dosi, non aveva più ricevuto incarichi politici di rilievo. Da allora Reggi, e con lui l’entourage di amici e fedelissimi che non l’ha mai abbandonato in questi anni, aspettava di godersi un momento di gloria del genere. Cinquantaquattro anni ma con il viso di un ragazzo, cattolico, appassionato di sport fino al midollo, tifoso della Fiorentina e del Copra Elior (è immancabile al Palabanca a vedere i biancorossi), come  Renzi assiduo comunicatore sui social network, Reggi è stato tra i sindaci più amati della storia di Piacenza, tanto da essere riconfermato per due mandati consecutivi.
Un politico moderno, empatico, senza tanti fronzoli, ottimo comunicatore. Uno così non poteva che appoggiare la causa renziana. I due si somigliano, non c’è che dire. Ma Reggi è anche tremendamente istintivo, caratteristica sulla quale ha lavorato negli anni per migliorarsi, ma che talvolta lo ha costretto a pagare dazio. Tutto nasce dal sangue ultracompetitivo che scorre nelle sue vene. Odia perdere. E difatti nella sua Piacenza, politicamente parlando, ha perso poche volte. Che si ricordi circa un anno fa è stato costretto a masticare amaro. Aveva perso lo scettro da sindaco e aveva contro gran parte dei gerarchi del Pd piacentino, quel partito che non ne poteva più di vedere un sindaco che faceva quel che voleva e che si permetteva di rintuzzare ora questo ora quel segretario.
E così nelle primarie per la scelta del candidato premier tra Bersani e Renzi, subito dopo aver abbracciato la causa del sindaco di Firenze, Reggi incassò la sconfitta del suo “cavallo” anche nella sua Piacenza, laddove fino a quel momento aveva avuto solo trionfi. La sera dello spoglio i suoi nemici interni brindarono alla sede del partito. E non solo perché aveva vinto Bersani. Molti in quel momento pensarono che la carriera politica di quel “faccia tosta” di Reggi fosse arrivata al capolinea. E invece no. Il governo Bersani abortì subito e qualche mese dopo ecco di nuovo le primarie per la guida del Pd. Ancora ad appoggiare Renzi, nonostante tra i due dicevano fosse finita la luna di miele. Tutti sanno come è andata a finire. In questi due anni senza incarichi per lui si era parlato di assessorato regionale, della presidenza di un qualche ente partecipato. Nossignori. Aver avuto pazienza lo ha ripagato a dovere. Si è preso il bottino più grande: sottosegretario.
Nessun piacentino oggi è più in alto di lui. I “nemici” Bersani, Migliavacca, De Micheli, stanno un gradino sotto. “Abbiamo ruoli diversi – ha detto ancora – io sono nell’esecutivo e loro parlamentari. Certo in passato ci sono state competizioni anche accese, ma per me non c’è alcun problema. Io non provo alcun risentimento. Piuttosto sta male chi ce l’ha”. Sì, Reggi è tornato.

 

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