
Giuseppe Baracchi è un architetto e progettista laureatosi al Politecnico di Milano, con due specializzazioni sull’impiantistica sportiva e sulla progettazione e costruzione di strutture sportive. Già presidente dell’Ordine degli architetti della provincia di Piacenza dal 2013 al 2021, ha partecipato alla tavola rotonda del 10 gennaio al circolo Amici dell’Arte con la rivista ‘L’urtiga’ e altri colleghi e addetti ai lavori per dibattere sul futuro dell’urbanistica a Piacenza. Ha presentato un particolare progetto di qualche anno fa che immaginava grandi palazzi in altezza con aree verdi e distanziati fra loro al posto dell’addensamento urbano intorno a Viale Dante Alighieri. Gli abbiamo chiesto di esprimere alcune valutazioni sul progetto esposto durante l’incontro svoltosi agli Amici dell’Arte.
“Il progetto di città verticale nell’area di Viale Dante Alighieri da me presentato alla tavola rotonda – ha esordito Baracchi – è stato un esercizio professionale di 15-16 anni fa con colleghi dello studio di architettura, il geometra Paolo Vincini e l’architetto Paolo Ghezzi, coi quali si è pensato ad una città moderna in verticale, che avrebbe risparmiato consumo di suolo durante l’espansione urbana nel secondo dopoguerra fuori dalle Mura farnesiane. Viale Dante rappresentava allora e rappresenta ancora oggi il principale asse viario della “seconda Piacenza”, quella moderna costruita dopo gli anni ’60 e ’70, anche se con grandi speculazioni edilizie, e ci è sembrata appunto ideale per questa sperimentazione didattica. Il nostro è stato un esercizio classico per tanti progettisti e architetti venuti dopo Le Corbusier (che per primo aveva teorizzato una città in altezza di questo genere), perciò non c’è niente di rivoluzionario. È bene specificare però che per città verticale non si intendono New York o i grattacieli asiatici tutti in fila agli altri, ma compartimenti singoli tra loro con somme di volumetrie in altezza anziché in piano e distanziati tra loro con parchi, servizi e parcheggi, quei servizi che non sono stati spesso implementati o realizzati in tanta parte della periferia di Piacenza costruita in quegli anni, dopo gli esempi virtuosi dei villaggi INA-Casa negli anni ’50. Con la diffusione delle case di proprietà dagli anni ’60 si iniziò a costruire condomini e palazzi al risparmio, con materiali obiettivamente già vecchi, gli uni addossati agli altri e senza tutti quei servizi di comunità previsti dagli urbanisti; gli stessi interventi di ristrutturazione sulle case INA ne hanno snaturato le origini comunitarie in favore di un assetto individualistico. Un progetto così (quello della città verticale ndr) oggi sarebbe possibile solo se la città attirasse nuovi abitanti. Uno dei PUG passati prevedeva 140mila abitanti per il Comune di Piacenza, oggi ne abbiamo sì e no raggiunti 103mila e il centro storico ne ha solo 20mila. Inoltre il nostro progetto oggi ha dimostrato di essere superato dalla realtà di certi casi come la lottizzazione e costruzione di nuove case e palazzi nell’ex area UNICEM-Baia del Re, dove alcune zone verdi anziché essere mantenute sono state via via sottratte per costruire altri condomini, spesso ancora vuoti, tutti uguali e pseudo modernisti.


Per quanto riguarda Detroit, la città nordamericana da me portata come esempio, è servita per riflettere sulla situazione piacentina. Quando la Giunta Vaciago approvò la vocazione logistica della città fece, a parer mio, bene poiché era quella la strada da percorrere in quel momento, l’unico sbocco economico per la città. La logistica non è da demonizzare in toto, ha accresciuto gli abitanti (che altrimenti sarebbero 20mila in meno) e ha dato lavoro a migliaia di persone. Oggi bisogna metterla in discussione, in una città che cresce meno di ieri e dal punto di vista ambientale e della mobilità ci ha danneggiati. Per me è difficile dire cosa è realizzabile nel futuro prossimo a Piacenza, poiché trovo discutibile ad esempio costruire nuove scuole e strutture correlate, quando non cresciamo molto dal punto di vista demografico e crediamo di essere una città universitaria quando da noi ci sono solo 6mila studenti universitari contro i 30mila universitari della vicina Pavia. Hanno pianificato di trasferire la sede della nuova facoltà di Medicina in inglese nell’ex ospedale militare e costruiranno il nuovo ospedale cittadino a 3-4 km di distanza, manca una visione coerente. Anche l’edilizia residenziale non può più svilupparsi come una volta, se siamo una città che ci ha messo cinquant’anni a raggiungere i 100mila abitanti.
Oggi il dibattito piacentino è uguale a tutte le città italiane. Recentemente mi sono relazionato a Novara e ho scoperto che anche lì si dibatte di recuperare le ex aree militari, creare nuove aree verdi, limitare il consumo di suolo. Un po’ dappertutto, dopo l’abolizione della leva obbligatoria, ci siamo ritrovati con questi enormi spazi di cui non sappiamo cosa fare, penso anche a titolo di esempio all’ex panificio abbandonato di via delle Benedettine o all’ex caserma Lusignani. Parliamo di spostare strutture in altri edifici e non pensiamo a cosa fare in quelli appena abbandonati. Non siamo speciali né in positivo ma neanche in negativo, tendiamo a mitizzare città vicine come Cremona quando la presidente dell’ordine degli architetti locale mi ha detto che Piacenza è, secondo lei, più viva di loro, che la città di sera è deserta e che il loro lungofiume è degradato e insicuro, mal comune e mezzo gaudio insomma.
Per quanto riguarda il recupero delle case esistenti, il Superbonus 110% “abortito” troppo presto non ha consentito la ristrutturazione di tanti vecchi palazzi e condomini della città, costruiti al risparmio come detto poc’anzi e che per rinnovarli in futuro avranno un costo molto più alto rispetto a costruirne di nuovi. Infine, voglio esprimermi sulle operazioni di demolizione e ricostruzione di via Pace e via Romagnosi: il primo caso lo approvo, quella casa non aveva nessun valore e per coerenza, senza fare strane sperimentazioni, ha avuto più senso costruire un palazzo moderno che secondo me non stona con l’ambiente circostante; il secondo caso, come illustrato da Chiappelloni, invece mi ha molto contrariato poiché al posto del precedente edificio storicissimo è stata costruita una casa finto antica che non mi convince.“




