Maurizio Carlo era uno stopper che credevo bergamasco, invece è veneto. Maurizio Carlo segnò il goal del momentaneo pari nello spareggio di Firenze. Fu la sua ultima apparizione in biancorosso. Nell’estate dell’85 passò alla Virescit e il Piacenza affrontò la stagione con l’innovazione dei due liberi, Mastropasqua e Tomasoni, in campo. Conoscendo Rota, più che innovazione, penso si arrangiasse con quello che aveva. A fine campionato siamo ancora terzi (ne salivano 2). Il Mister andò quindi in sede: “Compratemi uno stopper robusto e vinco il campionato”. Glielo comprarono. Che venisse da Pavia, passò in secondo piano. Era straniero, solo poche squadre potevano permetterselo: era Enzo John Concina. Il mister fu di parola. Vinse il campionato e lo vinse anche grazie alle 6 pesanti reti del suo King Size Stopper.

Good Morning Enzo, prima di tutto devi spiegarmi da dove arriva “John”. Sei canadese, ma sei nato in Italia.
Nel primo giorno di ritiro, Vittorio Pissasegola decise che con la mia stazza e il mio accento, non era plausibile mi chiamassi Enzo. Era appassionato di western. Collegò il mio Nordamerica al suo mito John Wayne. E divenne virale.
L’accento tradisce l’abitudine all’inglese, ma la “r” è buona. Se ti sentono pronunciare “rasgadüra”, passi per uno del sasso.
Ma io abito a Piacenza. A fine carriera ci sono tornato.
Non lo sapevo, ti avrei citofonato. Devo ringraziare Luca Pellini per averti trovato.
Siamo grandi amici. Io lui e Serioli, oltre agli anni piacentini, abbiamo condiviso Monza. Viaggio ancora molto per lavoro, il citofono non è il modo migliore per trovarmi.
Basta calcio?
Si e no. Col campo ho chiuso in Canada, dove avevo iniziato. Sono rientrato in Italia, ho cominciato il lavoro di commerciale. Dopo qualche anno mi sono riavvicinato al pallone. Ero nello staff di Mazzarri, ci siamo conosciuti a Nola. Con lui sono stato a Napoli e all’Inter.
Ho bisogno di parlare con qualcuno che ha vinto la C. Il 29 maggio il Piacenza andrà a Imola per cominciare il percorso nei playoff. Sei in pratica piacentino, sei in pratica addetto ai lavori, cosa mi dici dell’avversario che andremo ad affrontare?
Ho un avviso. Alla partita di beneficenza organizzata dall’associazione Bottigelli e dalla fondazione Stefano Borgonovo per la ricerca sulla SLA, ho incontrato Paolo Monelli. Aveva appena visto Monza – Imolese. Dei nostri avversari dice che giocano un calcio spettacolare, con un impianto di squadra che impressiona. Vietato pensare che a Imola van forte solo in auto.
Me ne parlano tutti bene. Stanno impostando grandi cose anche a livello giovanile. E hanno Saber, ho visto cosa sa fare. Lo hai visto anche tu? Nel senso: data la vicinanza allo stadio, vieni alle partite?
Si che vengo. C’ero con l’Olbia e con l’Entella. Non servisse il binocolo per vedere, verrei anche più spesso.

Tocchi un tasto interessante. Nel 70 inaugurano lo stadio. Lo ampliano con la serie A. Lo lasciano marcire negli anni successivi. Adesso ci mettono una pezza, l’ennesima pezza. Non ci libereremo mai del povero Galleana? Non è una domanda, solo una considerazione.
Quando giocavo, falliva una società ogni anno santo. Da quando ho smesso sono saltate 160 squadre. Lo stadio non è più una priorità sociale. Non lo è nemmeno per le società calcistiche. Eccezione fatta per le grandi. L’incertezza attuale rende i programmi a medio-lungo termine impossibili. Porto un esempio: un giocatore di C2 dei miei tempi, finiva la carriera e comprava casa. Un ragazzo che gioca oggi, non riesce. Prende meno soldi, e non sa nemmeno se li prende.
Il giocatore più forte con cui hai giocato?
Te la racconto così. Conosco Rino Foschi, aveva seguito il mio trasferimento Canada – Italia. A fine campionato vinto, mi chiama perché a Trento vogliono comprare Luca (Pellini), ma il Piacenza vuole inserire Signori in prestito. Gli dico di accettare senza pensarci, ha tutto. Rino ribatte che ha giocato poco. “Ha davanti gente fortissima, dove lo metti?”. Si convince, l’affare si chiude. A fine girone d’andata chiamai Foschi. Chiesi come andava il giovane attaccante. La risposta fu: “Bravo, ma il Mister dice che non vede la porta”. Temo che quel Mister abbia visto male.
Speravo dicessi Roberto Simonetta. Gli ho appena parlato, ti manda un abbraccio. Ho chiesto una buona ricetta per salire di categoria. Mi ha dato la sua, l’ho girata a Franzini. La tua qual è?
Ne avessi una, avrei scelto un’altra professione. Grandissimo Simo, ricambio di cuore. Tutti ne ricordano il sinistro magico, ma il suo stacco aereo era da manuale del calcio. Ho visto solo Zamorano che gli somigliava, però il cileno era più scarso di piede.
Nello scatolone dei cimeli c’è la maglietta del Piacenza?
Ci sono tutte le maglie che ho indossato, anche quella della nazionale canadese.
Grazie della chiacchierata, Enzo. E visto che giochi ancora, ti convoco a breve per un torneo speciale. Sono come Rota, un centrale robusto (adesso vi chiamano così) lo voglio sempre in campo.




