Echi dal Festival del pensare contemporaneo: “Giovani in cerca di un nuovo ascensore sociale”

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Giovani e lavoro, forse è meglio parlarne senza utilizzare gli
schemi, i sentito dire con cui si riempiono pagine e pagine di carta
e virtuali, servizi televisivi, social eccetera. È bene attingere
direttamente dalla loro voce e capirne il pensiero che frulla in
testa, desideri, speranze, nuove priorità. Tra cui non ci sono i
partiti politici, anche se la politica la fanno nelle associazioni, ma
scendono nella loro classifica d’interesse anche religione e patria;
resta alto il valore della libertà che sopravanza solidarietà e pace;
si eleva il desiderio di autorealizzazione e cresce la considerazione
verso il trattamento economico che crea una correlazione con il
sentimento di felicità… Un po’ di sentire giovanile qua e là.
L’occasione, ancora una volta, arriva dagli echi delle tante
occasioni offerte dal Festival del pensare contemporaneo che,
facendo leva sui giovani, ha aperto i microfoni anche su un tema,
il lavoro, che ricorre sempre più spesso e con sfaccettature
contradditorie.
Un lavoro che c’è, ma non soddisfa e con cui faticosamente si
paga l’affitto. Un lavoro che manca e a cui si aspira. Un lavoro
che si va a cercare all’estero. Un lavoro che qualifichi e che
remuneri. Un lavoro che non sia un qualsiasi lavoro. Un lavoro
non è più lo scopo di una vita, ma un mezzo per vivere meglio. Un
lavoro che non schiacci personalità e raggiungimento della
felicità. Un misto di pragmatismo ma anche di desideri nuovi che
cambiano l’idea che i più maturi hanno o hanno sempre avuto del
lavoro tante volte teso a totalizzare il resto della vita. Non sembra
più questo l’approdo a cui tendono le nuove generazioni. Ma il
mondo esterno alle nuove generazioni di questo “sentire” ne sa
qualcosa? Forse sì, forse no.
Spesso liquidato in una tendenza al diniego, al rifiuto del sacrifico
e così via. Non sarà forse una richiesta ben più motivata che dà
valore al tempo di vita e quindi anche di lavoro? Interrogativi. Il
tempo, valore prezioso di cui i giovani percepiscono la ricchezza
dato che sono spinti nel vortice della velocità dei tempi. È così?

L’occasione per approfondire i tanti aspetti nuovi e inediti del
rapporto giovanile con il lavoro è arrivato dai dati raccolti dallo
studio che è stato curato dall’Osservatorio Toniolo e dal LEA,
Laboratorio di Economia della Cattolica di Piacenza, che ha
coinvolto 2.500 giovani piacentini tra studenti e lavoratori (mille
delle superiori, mille universitari e 500 lavoratori età compresa tra
i 18 e i 35 anni). Con le loro risposte hanno fornito un profilo con
varie sfaccettature che descrivono quanto del mondo del lavoro
conosciuto dalle generazioni precedenti, partecipandovi, sia
rimasto molto poco.
Quanto le aspettative che i lavoratori delle precedenti generazioni
si attendevano dal lavoro siano state molto diverse. Talvolta
opposte a quelle dei giovani di oggi. Tutto questo esaminato a
Piacenza con uno svelarsi di dati anche in controtendenza rispetto
al livello nazionale. E con tanti “ma…” in evidenza.
Dati, tendenze e valutazioni illistrate dal professor Paolo Rizzi,
docente e responsabile del Laboratorio di economia con il
commento di Alessandro Rosina docente della Cattolica nel
dipartimento di Scienze statistiche e Pierpaolo Triani, che insegna
Scienze della Formazione alla sede piacentina dell’Università
Cattolica.
Una lezione, che ha fornito informazioni interessanti su cui
esercitarsi a “ri-pensare” e che ha dato uno spaccato del mondo
giovanile che si muove tra formazione universitaria e lavoro ma
anche con la spinta della soddisfazione di sé fino ad arrivare a
parlare di felicità. Cosa ha a che fare la felicità con il lavoro? I
due cardini non sono tanto lontani come sembrano.
Il lavoro, insieme alle speranze e alle aspettative di un mondo
giovanile spesso ai margini delle discussioni mainstream (in prima
fila la politica), ha lasciato il segno nei confronti che hanno preso
quota nel campus universitario dello Stradone Farnese di
Piacenza. Protagonisti proprio loro: i giovani. Tutt’altro che
attardati sul divano, tutt’altro che disinteressati del proprio e

dell’altrui futuro, tutt’altro che furbetti accomodati alle spalle del
benessere famigliare. Tutt’altro.
Interessati invece ad essere protagonisti di una serie di problemi
che investono il loro essere prima studenti e poi lavoratori in un
mercato del lavoro che non garantisce accesso a una società
costosa e tanto tirchia allo stesso tempo.
Consapevoli di quanto si sia ridotto lo spazio nell’ascensore
sociale che in precedenza ha permesso a generazioni di ritagliarsi
una professione, una vita migliore rispetto a quella dei genitori. E
ora? L’ascensore sociale rappresentava quasi una certezza. Poi
nulla. Nulla è certo.
Ed è questo il punto di partenza da cui analizzare il loro rapporto
con la società di oggi che sembra relegarli, se va bene, nel
dimenticatoio o, peggio, di abbandonarli su un binario morto.
Che fare?
Localmente parlando – Dalle considerazioni rilevate appare una
prima discrepanza riguardo all’occupazione giovanile che a
Piacenza è alta con un tasso di disoccupazione tra i più bassi in
Italia. Infatti colpisce un dato secondo cui il 43% dei giovani
coinvolti nella ricerca dice che ambisce andare via per lavorare
all’estero segnalando anche come le retribuzioni a Piacenza siano
troppo basse e sia altrettanto difficile trovare il lavoro desiderato
che piace. Chi oggi pensa ad andarsene segnala un aumento
notevole rispetto alle rilevazioni di 20 anni prima, nel 2006,
quando il lavoro all’estero era attestato sul 28,4%. A questo punto,
per dare seguito concreto ai numeri della ricerca, sarebbe bene
chiedersi: quali sono i lavori svolti dai giovani che, pur alzando il
livello occupazionale, non garantiscono retribuzioni adeguate.
Non sono adeguate alla qualificazione degli stessi giovani? Non lo
sono per la possibilità di progettare un proprio futuro di vita?
Domande a cui sarebbe bene dare risposte.

Qualche considerazione è arrivata dai docenti che hanno preso
parte al dialogo. Da un lato il professor Alessandro Rosina
docente di demografia ha svolto la sua valutazione facendo il
confronto con la generazione del passato (quasi remoto) per
arrivare a sottolineare una parola chiave della contemporaneità:
l’incertezza, che alberga su tutti i giovani indipendentemente dalla
loro provenienza.
Cosa significa incertezza? Le generazioni antiche – ha spiegato –
avevano davanti i modelli che tratteggiavano il profilo di quello
che sarebbero diventati. Quello che sono sarai… Era l’esempio del
padre modello del figlio. Era in sostanza questo il concetto in una
società semplice, lineare. Tutt’altra cosa dalla velocità con cui
oggi gli scenari cambiano, si modificano frastagliando o
addirittura facendo evaporare ogni certezza. Oggi per un giovane è
impossibile immaginare come potrà essere la sua vita a 50 anni.
Questa complessità, il cambiamento repentino – ha segnalato – è
continuo e fa sì che per i giovani il futuro diventi sempre di più
un’incognita. Se prima si intuiva il mondo che si delineava ora pur
essendo maggiori gli strumenti a disposizione per capirlo siamo in
una situazione di crisi continua. Dai problemi dell’ambiente alle
guerre, questioni tutte intrecciate che alzano la sfida delle nuove
generazioni rispetto a quella che avevano di fronte chi è venuta
prima di loro.
E poi un invito esplicito dall’altro docente, il professor Pierpaolo
Triani. Formazione, scuole e università sì ma non solo. Non basta
più quello che ha rappresentato un caposaldo del passato. La
complessità dell’oggi mette in campo tutti. L’intera società. Se più
scuole e università sono importanti non è tutto. È una questione di
qualità e dei processi che questi avviano. Non è sufficiente dare
cose da utilizzare diventa importante il processo condiviso che si
avvia con l’intera società. Un processo aperto che richiede sinergia
tra università, mondo del lavoro e fino al sociale.
Una bella sfida da raccogliere. Senza perdere tempo.

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