Chi lo ha visto in azione, lo considera inarrivabile. Ha interpretato il ruolo con stile. Ha composto la storia del Piacenza Calcio. Non ne ha indossato la divisa, ma gliela si vedeva sotto la camicia. Se Brera creava “abatino”, “tripallico”, “prestipedatore” , lui scolpiva frasi come: “Il campionato è finito nel modo più puzzolente possibile”. Armando Alessandri conduceva Risultati Sportivi Piacentini, trasmissione che non temeva concomitanza col TG1. La domenica alle 20 ero, eravamo, davanti al teleschermo per il programma. Il suo preambolo era legge. Intristiva in caso di sconfitta, gongolava con buoni risultati, avvampava in caso di furti, cedeva alla disperazione quando la situazione era compromessa.

Buongiorno Armando, ci racconti come la tua storia, diventa la storia del Piacenza?
La mia è molto semplice. Nasco a Cortemaggiore, vivo da sempre in città. La dimestichezza con lo stadio di Barriera Genova è precoce. Allora sembrava enorme, ma era una cosa ridicola visto con gli occhi di oggi. Ci ho passato parecchie ore dentro. Ho un discreto bagaglio di formazioni a memoria da recitare. Ebbi l’occasione di affiancare alla professione la passione. Anzi, le passioni: seguire il calcio, raccontare il calcio. All’inizio mi occupavo delle telecronache per Libertà, poi arrivò la trasmissione televisiva. Nacque nel 1977 col Piacenza di Invernizzi, la lasciai nel 2003 con i mesti saluti alla serie A.
Il 77 era pieno periodo punk, eri un po’ punk in effetti.
La potenza delle riprese era assodata, la dimestichezza col video era da inventare. Con la squadra confezionammo da subito un buon prodotto, e soprattutto genuino. Avere a disposizione un nostro canale, le nostre telecamere, ci aprì il mondo. Pochi mezzi, molto entusiasmo, la ricetta funzionò.
Ai tempi avevamo tre modi per conoscere il risultato del Piacenza: andare allo stadio, passare al bar Baldini sul Corso, aspettare la veloce (e spesso incasinata) lettura di Paolo Valenti. L’appuntamento con Alessandri fu un evento paragonabile alla nascita di internet. Avevamo i riflessi filmati biancorossi. Se tornavo per tempo, ti seguivo anche nella replica del lunedì a pranzo. Oggi che dalle immagini siamo invasi, cosa inventeresti?
C’è poco da inventare. La televisione è in declino. Il futuro, ma anche molto presente, è la rete.
Rimanendo sulle immagini, ti vedemmo in moon boot e cuffione in mezzo alla nebbia. Ricordi in quale occasione?
Per l’anno non sarei preciso, la partita era Piacenza- Triestina con un freddo impossibile e una nebbia affettabile. Tanto che portai l’attrezzatura a bordo campo per riuscire a vedere qualcosa. Ho le foto, se me le riporti, te le lascio consultare volentieri.

Andavi in trasferta?
Si, spesso, le telecronache erano rigorosamente dallo stadio. Questo lo sanno in pochi: un anno le ho fatte anche per la Cremonese.
I papaveri li segui ancora?
Sono tifoso del Piacenza e di Piacenza, seguo tutto il calcio nostrano. Ho pure l’abbonamento tv per le partite del povero Pro. E quando le trasmettono, guardo sia il Fiorenzuola, che il Carpaneto. Mentre racconta, appare il gattone di casa. Guarda il caso, è biancorosso. Armando me lo presenta: “Lui è Pepe. È arrivato una domenica di ottobre del 2004. Quella domenica vincemmo a Torino, super goal di di Simone Pepe appunto.
L’anno della B di Fabbri, le maestre ci portarono in visita alla redazione di “Libertà”. Chiesi a Laurenzano (ma seppi dopo chi era) perché pubblicassero prima gli articoli sulla serie B, e poi quelli di A. Rispose semplice, a misura di bambino: “Perchè il Piacenza è più importante”. Mi sembra sia una regola che ha perso smalto.
Forse la necessità di notizie sulla squadra locale non è più così impellente. Lo stadio è la cartina di tornasole. Adesso valutiamo in termini positivi 2000 presenti, un tempo li facevi per le amichevoli. Non te lo porto come esempio, ma solo perché mi ha colpito. Ho rivisto il filmato della rovesciata di Valtolina alla Roma. L’onda della gente che si alza quando la palla entra, è impressionante.
Prendo come pretesto, l’iniziativa: “Caro Piace ti scrivo”. Dovremmo essere fuori tempo massimo, ma dammi lo stesso la traccia di un racconto biancorosso inedito.
Mi lego alla maledetta domenica milanese del ’96. Per una cervellotica decisione noi giocammo il sabato a Parma, 0 a 0 col goal di Ferrante annullato. A Milano quello di Esposito non lo annullarono. Di natura sono un tipo pacato, ma quel giorno saltò la biella. Approfittai del salvacondotto stampa, per esprimere le mie convinzioni nei pressi dello spogliatoio rossonero. In onda dissi anche un’altra cosa pesante. Non così poetica come quella che ti piace.
Il pronostico da azzeccare per te è più complesso. Devi darmi la posizione di classifica dei biancorossi a fine campionato.
Si è complesso, a fine campionato non sono solo i valori sportivi a pesare. In più dobbiamo inseguire una squadra forte, e guardarci le spalle perché chi tallona è vicino. Detto questo, rubo la frase simbolo di Frankenstein Jr: “Si può Fare”.
Ne sono convinto. Grazie per la chiacchierata Armando. Mi spiace non averti detto che quando in trasmissione c’era il mio professore di matematica, cambiavo canale.




