
Medici e infermieri se e vanno dall’Italia; tante realtà in difficoltà nella gestione dei servizi; avanzata della sanità privata che, nel sentire comune, sembra la soluzione individuale per ovviare alle difficoltà del sistema pubblico; invecchiamento anagrafico che pone già ora (e porrà sempre di più) il problema di strutture di sostegno a chi, anziano malato, non ha una rete familiare di sostegno… temi enormi di grande complessità le cui soluzioni appaiono impossibili nell’immediato. Agenda fitta e tosta, discuterne sarebbe necessario. Anzi urgente.
Ora, dal macrosistema eccoci al micro. A Piacenza è programmato per le prossime settimane un incontro tra il consiglio comunale e la direttrice dell’Ausl Paola Bardasi dopo che il gruppo di opposizione capeggiato da Patrizia Barbieri aveva presentato un ordine del giorno approvato da tutti i gruppi.
Il tema del confronto (il primo appuntamento è fissato per il 29 gennaio poi ne seguirà un secondo) è la costruzione del nuovo ospedale e i progetti per l’utilizzo della vecchia struttura. Lo stato dell’arte al 2026 appena iniziato. Dalla prima proposta ad oggi molti scenari sono cambiati. Nuovo ospedale, progetto futuro importante su cui tanti hanno creduto puntando forze, energie, risorse che, partito nel lontano 2015, è passato di mano in mano a vari assessori regionali da Sergio Venturi che per primo a Piacenza lanciò la proposta. A lui è poi succeduto Raffaele Donini fino ad arrivare all’attuale responsabile regionale della sanità Massimo Fabi. Un passaggio di consegne che parallelamente si è sviluppato anche per l’amministrazione comunale di Piacenza: da Paolo Dosi a Patrizia Barbieri fino all’oggi con Katia Tarasconi.
Dalla pandemia ad oggi situazione preoccupante
Dopo l’esperienza con la pandemia furono tanti i desiderata che davano forma a una speranza che non è stata colta. Si diceva: mai più dovrà succedere che le cure domiciliari siano lasciate in fondo alla lista. Anzi avrebbero dovuto espandersi i servizi sul territorio; il tema era allora sulla bocca di tutti e là è rimasto. Infatti, così non è stato (non lo è ancora) se si considera che le liste d’attesa, pur contabilizzando tutta l’offerta provinciale (sia pubblica che privata), restano ancora un vulnus delle prestazioni sanitarie che i cittadini chiedono.
Infatti, quando hai un’impegnativa che prescrive un esame diagnostico, in fase di prenotazione ti vengono prospettate tutte le possibilità offerte sia nei presidi ospedalieri pubblici sia nelle strutture private che possono svolgere l’esame. Il punto cruciale restano i tempi. Se la prescrizione è programmata (come succede per chi ha malattie sottoposte ciclicamente a controlli e quindi il paziente è “preso in carico”) i problemi (a volte) non sussistono. Casca tutto se una risposta a una verifica sanitaria ha necessità di tempi stretti. Qui le liste sono lunghe ed è anche per questo che tante volte si ricorre al pagamento della prestazione per accelerare. Una condizione in cui, almeno una volta nella propria vita sanitaria, ciascuno si è venuto a trovare. Ma non tutti possono adottare questa “scorciatoia” … troppo costosa che può incidere pesantemente sul bilancio familiare. La domanda sottotraccia torna alla carica: in questa situazione a che punto della scala si trova l’universalismo che sottende il nostro sistema sanitario? Almeno sulla carta è ancora così, anche se i fatti potrebbero far pensare altro. Nella prospettiva dei prossimi anni a parte i temi più ricorrenti anche oggi – lista d’attesa e la carenza di personale che sembra irrisolvibile – si apre un’altra questione che riguarda le prestazioni rivolte alle persone affette da cronicità e gli anziani fragili dal punto di vista sociale.
Le urgenze investono anche gli anziani
Abbiamo attraversato, come si diceva, tra il ’21 e il ‘22 la pandemia da Covid che ha scoperchiato un nervo scoperto del sistema sanitario: la scarsa presenza territoriale dei servizi indispensabili per una popolazione che invecchia velocemente e che – mancando un elisir di lunga vita che permetta di restare in salute – necessita di monitoraggio, sostegno e cure prestate a domicilio o in strutture appositamente create per chi – sono tante le famiglie composte da un solo componente – non ha intorno una rete familiare che possa intervenire.
Piccolo inciso, la popolazione anziana è in crescita. Alcuni dati lo confermano: gli over 75 sono oltre il 13%. Se si considerano le proiezioni al 2042 si prevede una crescita della popolazione anziana di 20mila persone pari a un +28,2%. In sintesi, Piacenza sta vivendo un significativo processo di invecchiamento, con un aumento costante degli anziani e una diminuzione delle fasce più giovani, come confermato da report demografici resi noti dalla stampa locale.
C’è dunque un altro argomento che ancora non è entrato nella discussione aperta tra il governo della sanità e le rappresentanze politiche del territorio e ha a che fare con l’invecchiamento, con la crescita di anno in anno di anziani che vivono soli, con problemi di salute cronici e che spesso, una volta dimessi dall’ospedale, non possono accedere a casa propria in autosufficienza. Per sostenere questo momento di difficoltà si fa ricorso alle dimissioni assistite tese a creare un supporto ed aiutare i pazienti in questa fase delicata. Ma il percorso ha una scadenza. Ha un termine. È applicata per 60 giorni e poi è previsto il ritorno a casa ma chi è solo e non ha la possibilità di ricorrere a una casa di riposo? Un tema enorme che si sta già ponendo in alcuni casi e con cui i medici sono già a contatto.
Tra le discussioni aperte sul tema della sanità futura (quella che servirà per adeguare le risposte alle esigenze dei cittadini) ci dovrà essere senza dubbio anche il potenziamento di quelle che vengono chiamate strutture intermedie (ne è stata prevista una a Castelsangiovanni con 20 posti) che dovranno essere gestite da infermieri e che dovrebbero accogliere i pazienti anziani che presentano più patologie per i quali è impossibile l’utilizzo della struttura classica ambulatoriale (anche se territoriale) e non è nelle condizioni di restare ricoverato in ospedale. Mentre si discuterà di nuovo ospedale e dell’utilizzo di quello che sarà dismesso, non sarebbe sbagliato aprire una parentesi anche su una visione che interesserà – strada facendo – un gran numero di piacentini. Di città e di provincia. Tra l’altro il tema delle dimissioni protette, come si legge nel documento regionale che ne riferisce, coinvolge sia la struttura sanitaria sia quella sociale che viene gestita a livello comunale. E così si spiega: “La dimissione protetta assicura la continuità assistenziale fra ospedale e territorio, consentendo il miglior inserimento possibile in ambito domestico e familiare o nella struttura adeguata e l’integrazione fra servizi territoriali (distretti sociosanitari, servizi sociali territoriali, strutture residenziali) e i servizi ospedalieri nel passaggio della presa in carico”. Un tema che non è secondo a quelli oggi in agenda (ospedale e liste d’attesa) e che comporta importanti investimenti in strutture e personale. Si apre qui un altro nervo scoperto soprattutto se si ripensa alla progressiva riduzione di posti letto negli ospedali di tutta la provincia (tanti quelli persi su tutto il territorio nelle piccole strutture) che se riconvertiti e non soppressi oggi potrebbero rappresentare un punto di forza. Ma i tagli, le riduzioni delle risorse sono state inarrestabili e “chirurgiche” nell’azzerare quelli che erano considerati “sprechi”. Non è così che è andata?




