
Periodicamente, l’attenzione si sposta sul nostro Appennino e si mettono a fuoco le criticità che lo caratterizzano: convegni, tavole rotonde, sia a livello locale che regionale. Recentemente, durante un incontro promosso dal Gal del Ducato, che con un partenariato pubblico-privato, promuove lo sviluppo delle aree rurali di Parma e Piacenza, sì è acceso un dibattito sulla necessità di un nuovo assetto istituzionale per le aree montane, spinto dalla necessità di adeguareil governo locale ai cambiamenti socioeconomici, affrontare lo spopolamento e superare le criticità dei vecchi modelli (come le Comunità Montane). Criticità che, già nel 2016, in Val Nure si avvertì la necessità di superare avviando progetti di fusione tra i Comuni di Ponte Dell’Olio e Vigolzone e tra i Comuni di Bettola, Farini e Ferriere. Prevalse la paura, ed il no al referendum trionfò in tutti i comuni chiamati alle urne.
Maggior fortuna ebbe invece, l’anno successivo in Val Tidone, il progetto di fusione tra Caminata, Nibbiano e Pecorara nel nuovo comune Alta Val Tidone, quando invece il successo del sì al referendum fu chiaro, con grande soddisfazione dei proponenti.
Ora sono tre comuni della Val Trebbia, Corte Brugnatella, Zerba e Cerignale a volersi misurare con la realizzazione di fusione: le prove di unione in corso stanno registrando una significativa partecipazione che fa ben sperare nel risultato positivo, atteso entro la fine dell’anno, i sindaci proponenti.
A riaccendere i riflettori sulle fusioni di comuni è ora l’ipotesi, confermata in consiglio comunale dal sindaco di Bobbio Roberto Pasquali, di fusione con Coli e Perino. Ipotesi su cui sarebbe stato avviato un confronto con la sindaca di Coli Ester Pugni. A questa nuova attenzione ha contribuito, molto probabilmente, sia la nuova legge che ridefinisce le caratteristiche dei comuni montani intitolata “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”, sia il continuo spopolamento e la riduzione continua delle risorse. Unirsi e poter usufruire dei ragguardevoli contributi regionali e statali per dieci anni rappresenterebbe una prospettiva da non sottovalutare.
Franco Albertini, sindaco del comune di Alta Val Tidone nato dalla fusione di Caminata, Nibbiano e Pecorara, è la fonte giusta per conoscere meglio i risultati di una fusione tra comuni ormai collaudata.
Sindaco, come è nata la vostra fusione, quali sono state le motivazioni di base, quali erano i vostri obbiettivi?
“L’abbiamo votata nel 2017 ed è entrata in vigore dal 1° gennaio 2028. Dopo due mandati come sindaco di Pecorara, confrontandomi con i sindaci della zona abbiamo convenuto che amministrare un piccolo comune era come amministrare un condominio con il bilancino, per Nibbiano forse un po’ meno, senza spazio ad un minimo di progettualità che è poi il motivo per cui uno fa l’amministratore. Nelle nostre realtà l’impegno amministrativo è sorretto da grande passione”
È stato un processo semplice o ci sono state difficoltà?
“Siamo partiti da uno studio finanziato dalla Regione dal quale risultava chiaramente che il progetto stava in piedi e soprattutto avrebbe prodotto grossi benefici per la nostra alta valle
La fortuna ha voluto che non ci fossero divisioni politiche e ci fosse invece una sincera condivisione del progetto, così non è stato difficile spiegare alla gente i contenuti evitando di farlo cadere dall’alto e pensare che lo stessimo facendo per un nostro interesse personale. Il campanilismo c’era e c’è ancora, ma la comunità di intenti è stata prevalente: solo una piccola parte è rimasta contraria, il referendum ha dato un risultato netto.
La realizzazione della fusione vi ha poi messo nelle condizioni di poter progettare. Ho visto che i contributi ottenuti sono rilevanti
“Al di là dei contributi che sono molto importanti, nell’arco di dieci anni sommano a otto milioni di euro, la fusione genera tutta una serie di opportunità riducendo per esempio i costi di struttura: al momento della fusione i tre comuni sommavano 18 dipendenti, mentre ora sono 11. Degli otto che sono andati in pensioni ne abbiamo sostituita solo una: alcune figure erano ripetitive per gestire le stesso problematiche legate allo stesso territorio. Il risparmio in spesa corrente è di circa 200mila euro all’anno che posso spendere diversamente per affrontare le situazioni più varie. Penso alle nevicate, alle frane, o alle emergenze nell’erogazione dei servizi sociali che si possono manifestare inaspettatamente”.
Quindi siete riusciti a garantire maggiori servizi
“Non solo, li abbiamo migliorati, abbiamo una rete di servizi sociali che nessun comune può permettersi, grazie anche alle sinergie che è stato possibile attivare con numerosi i volontari.
Abbiamo attivato due punti prelievi programmati settimanalmente, un punto salute dove si possono fare alcuni esami direttamente in loco. Accompagniamo le persone anziane alle visite specialistiche. Possiamo erogare un contributo Auser di circa 60mila euro all’anno, mentre il comune di Caste San Giovanni ne spende 120mila. Riusciamo a garantire anche il pasto a domicilio.
Alcune perplessità che riguardavano l’accesso agli uffici comunali sono state risolte attraverso una migliore digitalizzazione che permette l’erogazione di servizi online. In casi eccezionali siamo andati a domicilio quando il richiedente era assolutamente impossibilitato a muoversi: è successo per la richiesta di una carta di identità: fatta la foto, raccolte le firme e di documenti, nel giro di una settimana gli è arrivata la carta di identità a casa. Abbiamo poi fatto investimenti sugli immobili scolastici e sul supporto alle scuole: bus gratuito e dimezzato il costo della mensa.
Occorre invogliare i nostri abitanti a non andare via, garantire al figlio di due genitori di Pecorara gli stessi servizi che può avere abitando a Castel San Giovanni o a Piacenza. C’è solo un po’ di distanza in più per frequentare le scuole superiori. Questo è il segreto per cercare di rallentare lo spopolamento che interessa tutto l’Appenino tosco-emiliano”.




