
Imparare dagli altri, far tesoro di quello che si apprende,
immagazzinarlo nel proprio bagaglio culturale. Sia mai che possa
diventare utile per realizzare qualcosa di concreto! Uno stile di
vita utile per tanti aspetti. Una logica che si può attagliare
perfettamente alla questione alberi. Materia di scontro continuo di
questi tempi.
Quel magazzino potrebbe diventare un bagaglio prezioso per
cercare di prendere spunto e tradurre progetti concreti; certo
tenendo conto delle mille difficoltà che si incontrano senza che
queste ci facciano soccombere. Pensare ai progetti considerando i
limiti delle proprie possibilità territoriali e finanziarie. Una cosa è
certa, di alberi, di boschi urbani, di parchi e di verde c’è un gran
bisogno. Sono l’aria che respiriamo e la possono migliorare…così,
naturalmente solo perché esistono.
Di recente in un TGR trentino ho sentito una notizia che mi ha
fatto sognare. Come arrivasse da un altro mondo. Dice il
giornalista che a Trento “un cittadino ha la possibilità d’incontrare
in città un’isola verde (giardino o parco) ogni 600 metri da
qualsiasi punto di partenza”. Un sogno.
Col pensiero mi sono catapultata a Piacenza. Se partendo da
piazza Duomo volessi cercare un’oasi verde distante circa 600
metri potrei avere alle spalle i due giardini (Merluzzo e
Margherita), alla mia sinistra potrei raggiungere il Facsal (un viale
lastricato di asfalto) ma sarebbe già più in là di 600 metri; se
pensassi di percorrere la strada alla mia destra potrei convergere
verso il Po… Nel circuito che mi sta attorno ci sono i giardini
privati dei bellissimi palazzi storici e che altro? Tante costruzioni.
Per un tuffo nel verde si dovrà attendere. Quanto 50-60 anni? Sarà
la dote per chi verrà dopo. Almeno si spera. Ma il tempo stringe e
per quell’obiettivo, forse, a partire siamo già in ritardo.
È questo il tema di fondo di cui si sta discutendo. La miccia accesa
dall’abbattimento degli alberi in piazza Cittadella seguiti da quelli
delle ex scuderie affonda il coltello in una piaga che trasuda da
tempo qui da noi. Una città a cui piace il cemento e gli alberi –
esplorare i quadranti urbani per credere – sono da sempre
considerati elementi “oltre”, un’aggiunta opzionale come dire che
non possono far parte dell’insieme di sviluppo urbano. Basti
percorrere, per rendersene conto, l’intera via Dante in cui i
condomini non hanno neppure un piccolo spazio verde di fronte
alla facciata come in altre zone.
Le occasioni rimaste scritte sulla carta
Tornando alla provocazione iniziale, imparare dagli altri e farne
tesoro occorre riavvolgere il nastro del tempo e tornare a un paio
di anni fa. In quella stagione – in vista della stesura del nuovo Pug
(Piano urbanistico generale) – a palazzo Farnese si tenevano
incontri interessantissimi a cui erano invitati docenti universitari
oltre ad amministratori che il percorso del Piano urbanistico
generale lo avevano gà avviato (Parma) o addirittura concluso e
già reso operativo (Reggio Emilia).
Parole verdi, una musica dai loro interventi. Un gran parlare di
cambiamenti climatici, di necessità di ripensare un’urbanistica che
partisse dal verde per ridare fiato a città soffocate da colate di
cemento; dell’idea di realizzare “mura verdi” intorno alle aree
urbane degne e adeguate alle condizioni del terzo millennio. Un
parlare dolce per orecchie ansiose di sentire qualcosa di
ambientalmente accettabile vista la ruvidità, l’aggressività con cui
si mostrano le estati in pianura (e non solo).




