
Il 25 novembre ci si interroga, si parla in prima fila per essere presenti a denunciare, stigmatizzare, condannare, auspicare, sperare che le cose cambino ben sapendo che il prossimo anno saremo ancora qui a conteggiare, a elencare nomi, età storie di donne morte. Uccise. Ancora una volta sono i cardini che regolano i rapporti umani giorno dopo giorno a muovere questo scempio che non ha fine. Eccoli: Possesso-Proprietà-Forza. Supremazia-Superiorità-Inferiorità. Il motore dell’irrazionalità.
Tra forti e deboli, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne, non si scappa son quelli i criteri su cui si basano i rapporti interpersonali. Rapporti che troppo spesso aprono il sipario sulle tragedie umane su cui ancora non si ragiona abbastanza (troppo poco parlarne un solo giorno), non si approfondisce (non serve fare convegni, ma guardarsi dentro) non ci si pongono interrogativi e soprattutto non porta a una inversione culturale ora più che mai indispensabile anche se molto tardiva.
Possesso- Proprietà-Forza – Delle proprietà si è avidi, le si rincorrono per farle proprie appunto. Spesso le proprietà materiali si dissolvono, vengono azzerate. Troppe volte le persone sentite come proprietà muoiono per sopraffazione. Capita alle donne, ancora trattate come proprietà su cui esercitare un potere, comando e controllo. I numeri fanno rabbrividire, ma non tanto da indurre a cambiare. Anzi. 2021: da gennaio a oggi 243 omicidi e di questi 103 vittime sono donne. Una ogni tre giorni. Nessun progresso economico, tecnologico, scientifico, nessuna conquista sociale è riuscita a gettare nell’angolo la sopraffazione quando è una donna ad essere considerata una proprietà. Ma si sa l’evoluzione dei comportamenti non va di pari passo con il progresso delle cose… Siamo su un altro piano.
Quei numeri fa quasi paura citarli, fa quasi paura leggerli. Ma i numeri raccontano una realtà di un ignoto che vive intorno a noi con cui abbiamo relazioni, con cui ci confrontiamo nei posti di lavoro, con cui abbiamo costruito una famiglia… Un ignoto che conosciamo molto bene, ma che allo stesso tempo non conosciamo affatto. Non si può separare il mondo delle donne da quello degli uomini e viceversa. Se vita insieme deve essere non può essere una vita in cui ha spazio la sopraffazione. E non può essere la forza il concetto generatore dei rapporti stessi.
Passando dai concetti alla realtà si incontra la tragedia. Si incontra il sangue. Il padrone manda in frantumi quella che ha creduto “sua proprietà”. Si fa largo la distruzione. E noi a raccontare le piccole grandi storie di tragedie molte volte annunciate e non ascoltate. Perché ascoltare i lamenti di una donna? Tanti sono convinti che si perderebbe tempo. Sono tappe di un già visto e già sentito che si rinnovano e da cui nessuno può considerarsi assolto.
Supremazia-Superiorità – Perché tutto parte dall’educazione all’altro e all’altra che ciascuno di noi ha fin dalla culla. Ruoli divisi, decisi e mai volti a illuminare le diversità dell’una o dell’altro ma intesi a stabilire gerarchie, superiorità, supremazie. Il più e il meno. Maschi e femmine. Non umani e basta.
Insisto su questo concetto.
Tra le cose che ho osservato ce ne è una che ho sempre rivendicato come valore non negoziabile: l’assoluta uguaglianza di partenza tra esseri umani. Uguaglianza che resta indipendentemente dalle differenze che la società determina su di noi e dal cammino che ciascuno compie nel corso della vita. Né supremazia né superiorità. Lontani anni luce dai clichet che vediamo intorno a noi. A cominciare dai bambini e dalle bambine. Niente “roba da femmine” può contaminare il mondo dei bambini e così pure niente “roba da maschi” può contaminare il mondo delle bambine. I giocattoli sono un indicatore dell’immaginario fanciullesco – illuminante una vetrina di giocattoli vista in una paese della provincia allestita per incuriosire bambini e genitori in vista delle feste di Natale.
Vetrina che trasuda tradizione e con essa concetti di supremazia e superiorità se rivolti ai bambini o arrendevolezza se rivolti alle bambine. I giocattoli sono uno spaccato del nostro modo di concepire i ruoli sociali di maschi e femmine e tracciano anche un possibile scenario professionale nella stessa direzione: se nei giochi dei bambini domina di diventare astronauta, boscaiolo, pilota… i sogni delle bambine restano circoscritti alla sfera familiare con tanto di cucina, tinello, salotto e passeggini… Modelli che si perpetuano frutto di creatori senza fantasia carenti nell’osservazione della realtà che per fortuna qualche angolo illuminato lo propone. Ma restano quelli i modelli dominanti veicolati ancora oggi novembre 2021 in cui si schiaccia l’occhiolino alla forza come elemento vincente della prospettiva di un bambino e dell’arrendevolezza quella di una bambina. Il manicheismo di questi ruoli per fortuna non viene riprodotto pedissequamente nella realtà tuttavia la linea è tracciata.
Inferiorità – Un capitolo a parte merita la riflessione sul senso di inferiorità in cui tante donne si trovano nel momento in cui subiscono l’esclusione, la violenza, lo stalking ma anche il mobbing, nei diversi luoghi della loro vita. Il senso di inferiorità porta con sé anche il senso della vergogna. Troppo lontano dal format vincente che impera soprattutto nel mondo del lavoro. Che dire dell’espressione forse oggi un po’ in disuso ma sentita tante volte “si comporta come un uomo” a voler significare una capacità che si stacca dalla normalità del femminile (improntata alla debolezza ovvio) e che fa il paio con “donna con e palle” che porta lo stesso significato. Chi non lo ha mai sentito dire quando un uomo parla di donne sul lavoro? Ecco se lo scenario in cui si “abita” la propria vita è questo nel momento in cui si subisce violenza, sopruso, arroganza, percosse e via in crescendo come il controllo sulle azioni che fai e su chi vedi e cosa fai, ti fa pensare di essere caduta in un burrone dal quale nessuno può aiutarti a uscire. Quello che ti sta succedendo ti fa sentire in vergogna rispetto agli altri, alle altre che invece vivono una vita serenamente normale. Meglio tacere, meglio non denunciare, meglio non parlare. Se poi non mi credono? E perché dovrebbero credermi? Io sono una donna e lui è un uomo, stimato… eccetera. Meglio tacere. Tante donne poi diventate vittime hanno sperimentato questo percorso. Ce lo raccontano le cronache anche di questo 2021. Una donna morta ogni tre giorni per mano di un uomo di casa…
Nella giornata contro la violenza sulle donne si discute, ci si incontra, si cerca di capire ma non si arriva a fondo della questione. E’ troppo profondo il solco da percorrere per arrivare al punto cruciale. Un punto cruciale che parte da una condizione umana che ha bisogno di schemi, di gerarchie, di concedere, di proibire per dare manifestazione delle propria essenza. Le società si sa sono regolamentate e l’umanità che è arrivata fin qui non è riuscita ad affermare un concetto semplice: l’uguaglianza di partenza degli essere umani.
Si aprono le danze alle discussioni che spesso aggiungono pesantezza alla tragedia stessa. Discussioni che aprono la porta a innumerevoli dubbi sul perché si sia compiuto lo scempio di un corpo di donna, discussioni che insinuano dubbi. Arrivano tanti “però” volti ad alleggerire quanto è accaduto. Attenzione, in questo modo un’altra violenza si compie senza che ce ne accorgiamo. Intanto le donne muoiono. E muoiono. E muoiono lontano da noi e ora anche vicino a noi. Interrogarsi sarebbe logico e la domanda dovrebbe essere questa: quali fatti e intrecci tanto gravi possono portare qualcuno a decretare la morte di un altro essere? Ebbene non ci sono ragioni che possono rendere accettabili tali scelte. Neppure la guerra dà legittimità a questo atto. Non esistono ragioni a mio modo di vedere su un piano collettivo e non esistono sul piano privato e individuale. Interrogarsi sarebbe una sana pratica di igiene dei comportamenti per tutti noi. Soprattutto per gli uomini.
Dopo la vetrina arriva l’archiviazione
Dopo le discussioni, la vetrina, le considerazioni arriva il tempo dell’archiviazione. Si archivia tutto, tranquillamente convinti che aver partecipato, essere stati in prima fila a esprimere raccapriccio e dolore sia stato sufficiente, tanto più che spesso è stato fatto sui social, la grande casa che accomuna un sentire molto spesso di facciata e di finzione fatto di sorrisi, cuoricini dal rosso al viola al verde per significare “chissà-che-cosa”.
Casa social dove tutto si trasforma come avvolto in un velo di mielosa empatia formale. Non assolversi troppo facilmente quando s’incontra un male così grande che porta alla morte di una giovane donna può aiutare a non farsi fagocitare nell’instant-story che, finite le reazioni del momento, si traduce in una fredda casistica numerica. Dimenticata fino al prossimo episodio che di nuovo riapre il copione già visto. Diverse solo le sfumature o le responsabilità giudiziarie. Il cuore del problema resta lo stesso: donne che muoiono. Ma per noi vale il principio cosa fatta capo ha. Credo che così non funzioni. Occorre fermarsi e capire, giova a tutti singolarmente e collettivamente abituati come siamo a non guardarci dentro a non fare le pulci a noi stessi, a non interrogarci mai.
Capire e trarre insegnamento è l’antidoto a tante deviazioni che sono pane quotidiano. “Stai zitta tu…”. “Ma sarà proprio brava? Vediamo cosa sa fare”. “Non so, fa le cose bene, ma ha un brutto carattere… la proviamo e poi decidiamo se assumerla”. E poi quell’espressione grottesca e offensiva che sa di accettazione: “E’ una con le palle”… E’ sempre una lei quella di cui si parla in questi termini. Da sempre.
Sono ormai sei decenni che sento parlare delle donne così. E penso al tempo in cui chi verrà dopo di noi potrà raccontare alle future generazioni questo nostro quotidiano come fosse una storia antica e per sempre archiviata dicendo: “C’era una volta un tempo in cui gli essere umani erano selezionati, considerati e pagati in base al sesso, al colore della pelle, alla prestanza fisica, alla bellezza, al buon gusto nel vestire…”
“Nonna, davvero era così? Ma che mondo era?”
“Era la Terra nipote cara, prima che prevalesse l’intelligenza sulla forza”.
Antonella Lenti




