Una diga in Trebbia,
la solita vecchia storia

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 Ci risiamo. L’intervento del presidente di Confindustria Piacenza riaccende una vecchia polemica: diga sì o diga no nell’alveo dell’unico fiume degno del nome di cui la nostra provincia si può fregiare? Fedeli all’idea antica dell’imbrigliamento delle acque sono gli agricoltori, naturalmente gli industriali, la Camera di Commercio, il Consorzio di Bonifica e coloro che in qualche misura sono convinti che il Pil non si ferma a contemplare il panorama. Contrari sono gli ambientalisti, in questo caso c’è da augurarsi trasversali a schieramenti e partiti e non riconducibili alla sola galassia verde piacentina. Disquisire sul pro e sul contro la realizzazione di una diga in Trebbia sa di esercizio retorico: chi può negare la bontà delle tesi di Legambiente e/o dell’avvocato ambientalista Umberto Fantigrossi? Queste parlano di lotta allo spreco dissennato dell’acqua, di razionalizzazione delle risorse esistenti, della necessità di metter mano all’intrico divergente di interessi oggi concentrato nel colosso Iren, una cui consociata controlla l’acqua del Brugneto, “vera e unica diga del Trebbia”, come sostengono gli ambientalisti (i dettagli del “perverso intreccio di pubblico e privato” secondo Fantigrossi nell’articolo “Deficit idrico, per l’acqua del Trebbia chiedere a Iren”). Ciò su cui è forse più interessante puntare i riflettori è questo: perché, periodicamente, il mondo delle imprese estrae dal cilindro la proposta di una diga da costruire in Trebbia? E soprattutto perché il mondo produttivo piacentino da circa quarant’anni propone la stessa cosa? La proposta di Bolzoni suscita almeno due domande, le quali non riguardano nemmeno la sensatezza o l’insensatezza della proposta in sé. Perché la modernissima Confindustria avanza una proposta così vetusta? Perché gli agricoltori si entusiasmano tanto? Per fare la diga come la immaginano ci vorrebbero vent’anni. Che farebbero nel frattempo?

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