di Massimo Trespidi, presidente Provincia di Piacenza – “Perché dobbiamo ricordare? E che cosa bisogna ricordare? “. Questi quesiti, inseriti dal giornalista e scrittore italiano Vittorio Foa nell’introduzione di “Se questo è un uomo” di Primo Levi racchiudono il senso originario e il punto di partenza della Giornata della Memoria. “Bisogna ricordare il Male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue” risponde Foa. Dello stesso avviso anche la filosofa ebrea Hannah Arendt che spiegava: “Il Male non sempre ha un aspetto orripilante, mostruoso. Ma può assumere i connotati di uomini banali, insignificanti. Fantocci incapaci di intelletto e di umana pietà che si sono lasciati sedurre da un meccanismo deciso da altri senza suscitare in loro il minimo sussulto della coscienza”. E’ così. E’ necessario oggi, a decenni di distanza dalla tragedia dell’Olocausto, non nascondere quel Male ma ricordarlo per sconfiggerlo, se possibile, almeno nel nostro animo.
E’ preciso compito che ogni anno spetta in questo Giorno della Memoria soprattutto ai rappresentanti delle istituzioni ricordare ciò che è stato, confrontarsi con un dolore che deve essere sempre più collettivo e non individuale. Ho letto in questi giorni la storia di Etty Hillesum, una ragazza olandese vittima della Shoah che avrebbe compiuto nel 2014 cento anni. La giovane ha lasciato in un diario e in diverse lettere una testimonianza unica e mai letta di speranza cristiana sgorgata proprio dal campo di concentramento. Nel campo assiste i malati e le famiglie, organizza l’arrivo dei pacchi e fa compagnia ai bambini. Si spende totalmente. “Siamo partiti cantando”, sono le sue ultime righe su un biglietto gettato dal treno per Auschwitz. Il suo dolore individuale, profondamente trasformato e divenuto lotta positiva e inno alla vita, ha il diritto di essere conosciuto e di divenire quindi collettivo. “Eppure la vita è splendidamente buona – scrive ancora – nella sua inestricabile complessità. Occorre pensare con il cuore perché forse possediamo altri organi oltre la ragione: lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca”.
Nella sala del Consiglio provinciale è in programma un incontro con l’autrice israeliana Nava Semel, che presenterà a Piacenza il suo ultimo libro “Testastorta”. Nava Semel fa parte della seconda generazione dell’Olocausto; se così si può dire, è figlia dell’Olocausto: la madre e il padre furono deportati e poi sopravvissuti ad Auschwitz e lei ha vissuto l’infanzia all’ombra del grande campo di sterminio. La tragedia della Shoah è entrata a far parte intimamente della sua identità, se ne è impossessata fino a condizionarne per sempre l’esistenza. Oggi Nava Semel è una scrittrice: lo è da quando a 26 anni ha deciso di svelare la storia dei genitori, di conoscerne fino in fondo la tragicità. Lei stessa ha ricordato in una recente intervista: “Mi accorgo che l’Olocausto è parte della mia pelle, della mia anima; è la mia identità e mi rendo conto di quanto sia difficile trasmetterne la memoria”.
Da qui, dalla difficoltà e insieme dall’esigenza di trasmissione della memoria di quello che è stato, entra in gioco la nostra società: sono le istituzioni, il mondo della scuola con gli insegnanti e gli studenti e in generale la comunità in cui viviamo a diventare testimoni attivi fondamentali di un evento che deve essere tramandato. L’Umanità, spiega ancora nella medesima intervista la scrittrice, “è a continuo rischio di Olocausto, ogni volta che qualcuno ne nega l’esistenza”.
Basti pensare alla violenza e alle uccisioni cui sono sottoposti oggi molti cristiani in diversi Paesi – dall’Iraq al Pakistan, dalla Siria all’Africa centrale fino al Sudan – nella generale indifferenza e spesso in un silenzio colpevole della comunità internazionale. “Il rischio peggiore è, dunque, il negazionismo; insieme al tentativo di rendere eventi storici e persone irrilevanti”.
Con l’evento di oggi prosegue quello che la Provincia di Piacenza aveva iniziato un anno fa – sempre in occasione della Giornata della Memoria – con l’incontro con Uri Orlev, deportato e sopravvissuto all’orrore del campo di Bergen-Belsen: una serie di incontri con i testimoni dell’Olocausto. Orlev, qui a Piacenza di fronte ad una vastissima platea di studenti aveva detto: “In una situazione infernale se ci sono persone buone vuol dire che esiste una speranza per l’umanità”. Quella speranza deve essere coltivata mai stancandosi di ascoltare quello che i testimoni della Shoah hanno da raccontare. Dal loro dolore, che chiede di uscire, nasce la lezione più importante: la memoria non può andare perduta. Non c’è traccia di vittimismo né di eroismo nel racconto dei testimoni: c’è solo la capacità di queste persone di credere nella vita nonostante la morte e l’orrore siano stati compagni ingombranti del primo tempo della sua vita. Da questo, dall’amore per la lettura e dalla curiosità viva di una mente che sa pensare, scaturisce la salvezza.
A voi ragazzi un messaggio speciale: non smettete di avere curiosità, di studiare e di leggere: la conoscenza è antidoto dell’ignoranza che è origine del male e causa dei pregiudizi. Ad ognuno di voi è affidato un compito importante: tramandare quello di cui verrete a conoscenza per fare in modo che la testimonianza di chi ha vissuto l’orrore dell’Olocausto non si perda. E, ancora, per far sì che quanto scritto da una giovane ragazza poco più grande di voi e lanciato da un finestrino di uno dei troppi vagoni della morte non vada perduto.




