Paolo Dosi nel Giorno della Memoria: “No al silenzio dell’indifferenza”

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di Paolo Dosi, sindaco di Piacenza – “Un filo spinato impedisce che qui dentro sboccino fiori”. Sono le parole di Peter, un bambino ebreo che scrisse la sua poesia nel villaggio ghetto di Terezin, a qualche decina di chilometri da Praga. “Non posso volare”, proseguiva, immaginando il mondo che sorrideva all’esterno, senza sapere che un giorno i suoi pensieri sarebbero riusciti, immateriali eppure così intensi, a oltrepassare quel recinto. “Non voglio morire”, concludeva, ma il sogno del suo futuro si sarebbe interrotto poco tempo dopo, per mano dei soldati nazisti.
Una mano armata da un’ideologia brutalmente xenofoba, impietosa nell’ostinata e terribile crudeltà del suo progetto di sterminio, folle nella spaventosa pianificazione della violenza e dell’annullamento della persona, della sua dignità, di quella diversità che ci rende unici. Furono 15 mila, i ragazzini che sfiorarono la quotidianità di Peter tra le mura di Terezin. La maggior parte compì l’ultimo viaggio verso le camere a gas dei lager. Meno di un centinaio sopravvisse. Oggi, in questa simbolica ricorrenza – nel 69° anniversario della scoperta di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche – siamo qui per ricordare quei bambini mai diventati adulti, e con loro tutte le vittime di quell’immane tragedia, di quel disegno criminale e inumano che fu la Shoah.
La nostra presenza esprime sentimenti che ci accomunano nella solidarietà per coloro che hanno subìto – a causa della fede religiosa, delle radici etniche, dell’orientamento sessuale o delle proprie scelte politiche – indicibili e vili umiliazioni, ma è anche il segno di una consapevolezza che si fa indignazione e difficoltà di capire al tempo stesso, mentre continuiamo a domandarci come si sia arrivati a tanto. “Se comprendere non è possibile – ha affermato Primo Levi – conoscere è necessario”. E lo è più che mai oggi, perché i testimoni di quell’orrore sono sempre meno, perché è nostro dovere morale e civile ascoltarne la voce e raccoglierne l’eredità, perché in una società nella quale tutto appare fugace e frammentario ci sono cose che non possono essere cancellate, rispetto alle quali non si può, semplicemente, voltare pagina come se il capitolo fosse chiuso.
Questo è, il Giorno della Memoria. L’abbraccio ideale a coloro che hanno sofferto la crudele banalità e l’insensatezza delle leggi razziali. La condivisione di un dolore mai sopito che è quello di ogni famiglia spezzata, sradicata dalla propria casa, allontanata dalla propria comunità. Il rifiuto di accettare le aberrazioni di un marchio impresso sulla pelle. La responsabilità, che appartiene a ciascuno di noi, affinchè ciò che è stato non possa accadere di nuovo: “Forse non farò cose importanti – ha scritto Italo Calvino ne “Il sentiero dei nidi di ragno” – ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi (…). Tutte le cose che farò prima di morire (…) saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano”.
Ogni volta che non ci fermiamo all’apparenza o al pregiudizio, ogni volta che sosteniamo il riconoscimento di un diritto altrui, ogni volta che cerchiamo di approfondire un problema che non ci riguarda direttamente, contribuiamo a costruire una società più giusta, inclusiva, coesa. In fondo, partecipare a questa cerimonia sarebbe poca cosa se la memoria non fosse in grado – come invece avviene – di scuotere le nostre coscienze, di toccare le corde più profonde del nostro animo.
L’aridità ottusa del negazionismo, l’ignoranza sottesa alle nuove forme di razzismo e ai messaggi di chi, ancora oggi, inneggia al nazifascismo, possono fiorire unicamente sotto la coltre dell’indifferenza, in quello stesso silenzio che ammantava di spettrale calma i campi di concentramento e il fumo delle loro ciminiere. “Qui era sempre così tranquillo. Sempre. Quando bruciavano ogni giorno 2000 persone, ebrei – si legge in “Shoah” di Claude Lanzmann – era altrettanto tranquillo. Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro”.
Ecco, credo che onorare il Giorno della Memoria significhi non accettare più quel silenzio. Non solo coltivando il ricordo, non solo facendo sì che le nuove generazioni conoscano la Storia e possano trarne insegnamenti profondi, per la vita, ma anche abituandoci a posare uno sguardo più attento e sensibile sulla realtà che ci circonda, sia essa la solitudine, il disagio, l’indigenza di conoscenti o estranei a noi vicini, sia invece il dramma di comunità e Paesi che non sono nostri. Perché è soprattutto questo, che dobbiamo imparare dal passato: al di là di ogni specifica differenza – culturale, religiosa, di provenienza geografica – valori quali la pace, la tolleranza e la convivenza civile sono, e non può essere altimenti, universali.

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