Tra le pieghe del Festival del pensare 2025: “Natura affare del secolo. Si apre la sfida”

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Territori dell’abbandono. Speranza nella transizione ecologica.
Natura come affare del secolo… e ancora una bella suggestione,
anziché cemento iniziare il percorso del restauro della natura.
Quello sì che farebbe fare un passo avanti a tutti.
Frammenti che fanno pensare. Un piano di lavoro enorme,
ambizioso pari alla sfida che comporta. Prima di tutto temporale
perché come impegno va oltre il secolo avendo come obiettivo la
salvezza della specie umana indirizzata verso l’autodistruzione.
Parole forti che, insieme a tante altre, ritornano alla mente
osservando la realtà in cui viviamo. Spunti di approfondimento e
ragionamento che hanno a che fare ancora con i temi innescati da
uno dei tanti incontri (forse troppi e tanti in contemporanea) del
Festival del Pensare contemporaneo che, per i tempi veloci di
oggi, potrebbe dirsi già vecchio e sepolto. Fuori tempo.
Ma a pensare, a rimuginare non s’invecchia.
Territori dell’abbandono e transizione ecologica
Se scacciamo la fretta del momento e osserviamo con attenzione
intorno a noi scopriremmo che sono tanti i territori
dell’abbandono. Non attribuiamo loro quel significato perché
hanno rappresentato qualcosa per chi ha vissuto intorno. Ma ora
non servono più. Nessuno se li fila, nessuno sa cosa vorrebbe
vedere in quel luogo o in quell’altro. Di più utile, meno invasivo e
aggressivo di quanto sia stato in passato nonostante abbia
rappresentato il sostentamento per tante famiglia. Forse anche la
tua.
Dei luoghi dell’abbandono non sempre ci accorgiamo perché
spinti da una presa di coscienza (?) tanto veloce da consumarsi
subito come un soffio di luce che ferisce gli occhi e poi passa.
Ci sono i territori dell’abbandono, quelli grandi di cui spesso si
parla, e quelli nel nostro perimetro locale. Uno di questi è al
centro dell’attenzione (ma è sulla scena da una decina d’anni) ed è
l’area ex Acna di cui è iniziata la bonifica anche se si è
immediatamente fermata perché il sottosuolo rivela (oltre alle

tracce dell’attività industriale che lì si è svolta) che altre vite sono
passate di lì, si sono fermate lasciando un segno del loro passaggio
che ora riaffiora
Tutt’altro quando senti parlare di “territori dell’abbandono” e gli
esempi portati e spiegati al Festival del pensare 2025 sono le storie
di Marghera e dell’Ilva di Taranto. Giovani studiosi provenienti da
quei territori, Lorenzo Feltrin e Francesco Bagnardi e Beatrice
Negro ne hanno discusso in un laboratorio molto interessante e
ricco di agganci e collegamenti. Territori di cui si occupano per
studio, per ricerca e analisi universitaria inseriti però in una chiave
di speranza che diventa un punto fermo per la loro salvezza.
L’unica speranza individuata per quegli spazi dell’abbandono ha
un nome e un cognome: transizione ecologica. Strada per farli
uscire dal tunnel nel quale da anni sono confinati.
Natura affare del secolo
Il piatto si fa ancora più ricco nella prospettiva perché, al tema si è
aggiunto un altro tassello che completa il primo in cui si sostiene
che l’investimento in natura rappresenta il miglior affare del
secolo. Quindi territori dell’abbandono salvati dalla transizione
ecologica che si appaia all’investimento in natura.
C’è chi dice che la via è obbligata. Meglio prima che poi lo si
deve capire. “Non c’è scampo. È questa la via, ne va della
sopravvivenza della specie”. Molto convinto di questo è Roberto
Danovaro, biologo e docente di ecologia all’Università di Genova
che al Festival del pensare ha argomentato la sua forte
affermazione: “Non si tratta di nostalgico romanticismo. Stiamo
andando in una crisi vera della natura. Prendiamo ad esempio
l’impollinazione. Nelle piantagioni di cacao all’altro capo del
mondo oggi si vedono gli operai che impollinano le piante perché
gli impollinatori naturali sono stati sterminati tutti”.
Secondo il professore non possiamo prescindere da questa sfida
perché “non possiamo essere sani in un mondo malato”. Al
momento abbiamo sradicato, stravolto il 75% degli ambienti

intorno a noi. Vi pare poco, non abbastanza? Eppure sul fronte
della politica quando si parla di restauro della natura si viene
derisi…”questi son quelli che vanno per farfalle”. Eppure è una
necessità – ha insistito – il 30% dei tumori a seno è legato al
pulviscolo che si respira nelle città. La sfida del restauro della
natura non è nostalgia romantica “fa fare un passo avanti a tutti e
fa lavorare le persone su quei territori” – ha ricordato il
professore.
Restaurare la natura. Sfida e progetto economico
E come si restaura la natura? Esempio semplice anche se
cambiano notevolmente i riferimenti: restaurare la natura significa
mettere al centro la biodiversità, non il carbone. Se si deve
contrastare l’erosione costiera serve ripristinare le praterie
sommerse perché la natura può andare avanti da sola. E poi
l’accenno all’Africa. Per il restauro di quei territori ci vuole molto
tempo; una sequoia rinasce in cento anni. Si tratta di un
investimento che ha una resa occupazionale e soprattutto di
qualità. Domanda delle domande. Esiste un’economia del
restauro? Dà posti di lavoro? Per il professore una strada che porta
tanti “ritorni” da 4 a 37 volte l’investimento. E quindi una pietra
miliare delle tematiche ambientali: la battaglia per l’ambiente
deve essere comune a tutte le politiche… Da decenni però questo
non succede. Domanda retorica: quando mai una pianificazione
urbanistica, l’investimento in salute ha tenuto conto delle
condizioni ambientali che peggiorano quotidianamente la qualità
della vita di tutti? Mai.
Tra il dire e il fare
Se però succede (è già successo) quello che ha tratteggiato il
professore, vien da pensare perché non cominciare subito? Perché
non stoppare una volta per tutte le cattive pratiche usate fin qui e
sostituirle con buone pratiche? Quel principio di cui si è parlato al
Festival torna a farsi sentire nei pensieri e porta direttamente a una

svolta per un modello di sviluppo diverso. Radicalmente diverso
che investe anche il tema della salute, del lavoro, delle risorse
pubbliche. Al momento attuale pure utopia.
Se le cose van come vanno, se attorno a noi osserviamo le
degenerazioni ambientali che vediamo la rincorsa al bene di oggi e
non a quello di domani per tutti la strada imboccata non è quella
del restauro della natura.
L’atteggiamento amichevole verso i luoghi che ci ospitano è di là
da venire. Anzi quei luoghi rischiano di diventare ogni giorno di
più inospitali con il nostro ingombrante contributo.
Soffermarsi a pensare che le due strade, transizione ecologica e
natura da restaurare potrebbero intersecarsi tra loro, come sempre,
innesca tante domande, tante considerazioni e perché no anche
entusiasmi. Che presto s’infrangono. Sfumano in un soffio
chiedendoci in quanti, fino ad ora, abbiano capito il potenziale che
possono esprimere questi due fattori combinati insieme. Pare quasi
nessuno o pochi. Catastrofismo spicciolo? Può darsi. Se così non
fosse perché tutti i maggiori investimenti che si osservano, si
contano, si registrano hanno sempre ben altro come oggetto e
strategia?
Ecologia e natura fuori dal pensiero dominante
Se ecologia e natura fossero entrate in circolo nel pensiero sociale
che conta allora – per restare circoscritti al nostro piccolo mondo
padano – questa provincia non sarebbe perennemente in testa alle
classifiche come la più vorace di terreni costruiti? La
rendicontazione di come va la cementificazione ci attesta che in
un anno (2024) se ne sono andati altri cento ettari di terreno.
Ceduto al grigio cemento con un triste primato. La media del
consumo di suolo per ciascuno di noi residente in questa provincia
è la quota più alta della Regione e del Paese pari a 700 metri
quadrati contro i 453 dell’Emilia Romagna e i 365 dell’Italia.
Come se fossimo inseguiti e colpiti di continuo dalla maledizione
del consumo di suolo che sta soffocando ogni angolo di natura

residua. Uscendo dal ricordo e facendo un giro nella realtà si tocca
con mano l’incredibile voracità delle costruzioni che dominano
certe zone di pianura, facendone un unico e diffuso centro
urbanizzato. Un esempio concreto aiuta a fotografare una delle
tante situazioni. La strada che dalla via Emilia appena fuori
Fiorenzuola porta a Cortemaggiore, fino a 30 anni fa era solo una
strada che tagliava campi coltivati. Oggi lascia stupefatti per
l’urbanizzazione che, metro dopo metro, ha riempito tutti gli spazi
liberi. Perché? Quali necessità hanno portato a queste scelte? Se la
natura è l’affare del secolo – come abbiamo sentito al Festival del
pensare – evidentemente c’è qualcosa di incompreso, di non
chiaro.
Se la geografia forma le menti
Altro tema di riflessione. La geografia forma le genti. L’influenza
dei territori, della loro conformazione e/o trasformazione plasma
gli individui. Da che mondo è mondo. Ecco perché la geografia
porta con sé anche un arricchimento che non è solo conoscere i
nomi delle valli, dei paesi, delle città, dei mondi, dei fiumi e dei
mari. Nella geografia si intravede l’essere umano, la sua
trasformazione o involuzione. Sarà questo il nostro caso,
nonostante la tecnologia arrivi a livelli impensabili quasi
sostituendosi gradatamente all’essere umano?
Quali sono le trasformazioni per interi territori dove non passa
anno che si senta la necessità di costruire qualcosa? Per farne cosa
e soprattutto serve? Non si sa, ma intanto si costruisca.
Irrefrenabile corsa al cemento. E la natura? Materia per riempire
di buoni propositi e intanto il rischio che gli unici fili d’erba
visibili siano le pedane verdi di plastica (se ne trovano a metro in
tutti i centri hobbistici), simulano un manto erboso appoggiate sui
balconi, così per avere un tocco di colore e rompere il dominio del
grigio. Rischio alto. Nonostante la natura sia l’affare del secolo.
Bisognerebbe diffondere la voce, farla diventare un’eco che non si
spenga mai. Chissà che riesca a penetrare la coltre fitta

dell’indifferenza generale. Proviamo a immaginare un futuro in
cui ci si potrebbe apprestare al restauro di una natura sconfitta dal
cemento. Da che parte cominciare, qui, in questo territorio
dominato dalla logistica? Potrebbero essere considerati questi i
nuovi territori dell’abbandono? Estranei alla vita dei cittadini,
parallelepipedi a non finire che si rincorrono uniti da percorsi
esclusivi che si collegano come sulla piastra di un flipper. Da dove
cominciare, qui, per restaurare la natura perduta?

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