scritto da Redazione Online Lug - 12 - 2018 TAG:

Alberto Galandini

di Cesare Raimondi – I campionati Mondiali di calcio sono entrati nel vivo. Come al solito nel più importante torneo calcistico del pianeta (si chiama Mondiale per un motivo preciso), non sono mancate sorprese, conferme, ribaltoni. Ad esser puntigliosi andrebbe chiarito che è quasi tutto come al solito. L’Italia non ha partecipato, prima volta da quando ho vita. Alberto Galandini invece aveva già fronteggiato una simile evenienza.
Ci presentarono la prima volta grosso modo 25 anni fa. Lui forse non ricorda, ma la colpa è mia. In quel periodo utilizzavo una tintura per capelli piuttosto scura. Lo incontrai in via san Marco. Funzionò da cerimoniere una signora sua amica. Quando disse il nome, chiesi: “Galandini il calciatore?” Non se la sentì di aggiungere ex.
Mi propongo a questo nuovo incontro, con un foglietto su cui ho traccia delle domande da porgere, ma senza biro o registratori. Voglio chiacchierare, non trascrivere. Lo schema è quello consolidato: dieci quesiti, più uno, come in una squadra.

1) Attuale: di solito i Mondiali servono. Accorciano lo spazio temporale compreso tra la fine di una stagione e l’inizio dell’altra. Quest’anno però non ha funzionato, non riesco a sintonizzarmi. Li segue? Mi fa una previsione di vittoria finale?
“Sono sempre un appuntamento irrinunciabile. Certo senza Italia non hanno lo stesso trasporto emotivo. Mancando l’ingrediente tifo, ci si aggrappa allo spettacolo. Il livello è buono, non esistono più i “materassi” e i campioni faticano. Per la vittoria non so, mi piacerebbe fosse una sorpresa”.

2) ItaliaNo: ho la maglia della Nazionale perché comprata da “I Tre Samurai” quando ancora era in stazione. Lei ce l’ha perché l’ha vestita. Se le chiedo di raccontare qualche dettaglio di quell’esperienza?
“Venni selezionato per la Nazionale di serie C, che allora era semi professionismo. Il calcio era strutturato in modo differente. Oggi le giovanili delle squadre professionistiche girano il mondo. Noi eravamo ragazzi di 20-21 anni, cui veniva offerta una vetrina unica. Ci si radunava al centro di Coverciano, affrontavamo i pari grado di altre Nazioni, spesso all’estero. Detto così sembra una banalità, ma ti assicuro che avevo un fuoco dentro che non ho mai più sentito. Fu l’esperienza sportiva più gratificante in assoluto”.

3) Applausi di gente attorno: il mese scorso ho giocato il torneo Over 40 a San Nicolò. Riguardando le foto della manifestazione, vedere quanto pubblico ci fosse, ancora mi emoziona. Al Garilli l’effetto è sfumato da un po’. Com’era giocare a barriera Genova?
“Era davvero un’ altra cosa. Certo, non era uno stadio come quelli cui siamo abituati. Ma avevi bocche che ti incitavano ovunque guardassi. A volte magari non erano proprio incitamenti, però sentivi la spinta, non dare tutto era impossibile”.

4) Profeti e patrie: io nascevo, Lei smetteva. Una carriera nel Piacenza, quindi di tutto rispetto. Con scelte differenti poteva essere qualcosa di più importante?
Alberto si commuove, non immaginavo di toccare una corda emotiva.
“Era un sabato sera. Ero in ritiro pre-partita. Ritiro all’epoca significava stare in casa. I miei li condividevo con gli amici, giocando qualche segno a briscola. Sto marcando la prima, mi avvisano che papà non sta bene. Quando arrivai, non c’era più. Da lì è cambiato tutto. Il calcio non poteva essere il solo impegno. C’era l’azienda di famiglia da seguire. Ho provato qualche mese a portare avanti l’una e l’altro. Alla fine ho scelto e senza troppi rimpianti. Ricollegandomi alla Nazionale, lì avevo già capito che, per quanto me la cavassi nel gioco, c’era gente molto più brava”.

5) Compagni che sbagliano. Maradona dopo la sconfitta dell’Argentina con la Croazia ha detto: “Se non si sono presi a pugni nello spogliatoio, c’è qualcosa che non va”. Le è mai capitato di assistere a “discussioni” di questo genere quando giocava?
“Confronti vibrati ne ho visti parecchi, ma muover le mani tra compagni mai. In quei casi conta molto l’allenatore. Se ha in mano la squadra certe cose non possono capitare. E’ nella natura, il branco riconosce il capo”.

6) Talento riconosciuto: Il calciatore più forte con cui ha condiviso i colori sociali? Non mi dica Giancarlo Devoti perché è un amico e diventerebbe conflitto di interessi.
“Se la ride. Giancarlo era bravo, ma il più forte che ho visto era Albino Cella. Suo fratello era più dotato tecnicamente, però Albino risolveva le gare da solo”.

7) Operazione sottoveste: ho riletto di recente un articolo di Tagliaferri sul consorzio Salva Piace. Premetto di non aver sentito cosa mia il salvataggio popolare della società. Lei però figura tra i consiglieri. O meglio utilizzare era? Non sembra più molto attiva questa associazione. Cos’ è successo?
“Niente, è finito tutto in niente. (Laconico e chiaro)”

8) Chimere: nella stagione appena conclusa sono stato in trasferta ad Alessandria. Hanno ultimato i lavori allo stadio. Da quando ci vado, è la terza volta che mettono mano all’impianto. Ed è sempre più bello. Da noi l’ultima volta che si propose qualcosa, fu durante la campagna elettorale che portò alla riconferma di Reggi. Ricordo il progettista in sant’Ilario: “Costruiremo uno stadio moderno da 20.000 posti in qualche mese”. Nemmeno nell’immaginario è possibile accedere ad una installazione a misura di città?
“Son cose senza senso. Purtroppo non abbiamo saputo cavalcare la spinta di avere il Piacenza ad altissimi livelli, così ci ritroviamo una struttura datata. Speriamo di ritornare in alto e di aver tesaurizzato gli errori precedenti”.

9) Palle da cannone: A proposito di Alessandria. Ricorda l’ingresso dei blindati al Moccagatta?
“Alessandria era uno dei posti peggiori in cui giocare. Se al campo sportivo vecchio sentivi la spinta, lì sentivi l’ostilità”.

10) MCMXIX: il prossimo anno togliamo la C e le due M andranno vicine. Cento anni vissuti intensamente: promozioni, retrocessioni, sere A, dilettanti, spareggi, truffe, fallimento. Abbiamo visto tutto, o il bello deve ancora venire?
“Mettiamola giù così: il bello c’è stato, il marcio anche. Adesso guardiamo avanti e aspettiamoci il meglio”.

11) Provo-catodico: la seconda volta che ci presentarono eravamo negli studi di Teleducato (ero già passato ad una tintura meno aggressiva). Da opinionista televisivo spesso mostrava atteggiamento severo verso il Piacenza. Era un ruolo richiesto, oppure col calcio di oggi si diverte meno?
“Era un appunto che muoveva anche Gianluca (Perdoni, conduceva il programma, ndc). Mi riprendeva dicendo: ma non puoi dire questo del tal giocatore è uno a posto, è uno simpatico.
Ma se ha giocato male, cosa posso farci? Diciamo che era mancanza di diplomazia e nient’altro”.

Era l’ultima, abbiamo finito. La ringrazio per la cortesia e gliene chiedo un’altra: un giorno mi piacerebbe vedere la maglia dei biancorossi di allora.
“Sai che non so se ce l’ho?”

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