Sperare che un virus ci faccia la grazia non è un pensiero scientifico

0

Ora che si è aperto il tempo del dopo coronavirus in cui si tenta di camminare di nuovo il tema sanità è sulla bocca di tutti. Strano che per anni a chiunque lamentasse carenze, eccesso di tagli, non assunzione di nuovi medici, mancato rinnovo delle strutture tecnologiche (soprattutto nel pubblico frutto, questi sì dei tagli lineari degli ultimi anni) bene, chiunque lamentasse questa tendenza come un grave vulnus del nostro sistema di welfare venisse accusato (quanto meno) di veterocomunismo quando non del bieco e riprovevole statalismo vecchia maniera. Al fondo c’è ben altro. 

Quando l’attenzione si posa sulla salute dei cittadini e non ci può far scudo di etichette ideologiche. Qualsiasi etichetta sia. 

Per dirla chiara non ci si può sottrarre dal sottolineare che le scelte in sanità di questi ultimi anni hanno seguito un’impostazione ideologica di stampo liberista secondo cui lo Stato doveva dimagrire anche in settori strategici come quello della salute. E che sia strategico – nostro malgrado – anche i più riluttanti, anche i più scettici lo hanno potuto vedere in questi primi mesi dell’anno.

I tempi sono cambiati. Sì, sono cambiati ma non significa tornare al passato, non si tratta di fare un’operazione nostalgia. Sarebbe però corretto prendere atto che quella frammentazione in 20 sistemi sanitari regionali è un tantino pesante come zavorra da trascinarsi nel momento in cui servono decisioni chiare, precise e che vadano nella stessa direzione. Un tantino pesante come zavorra soprattutto se la sanità la gestione della sanità (in forza del valore e dell’orgoglio autonomistico) viene utilizzata – lo abbiamo visto quotidianamente – come una clava politica per mostrare i muscoli agli avversari politici. Risultando, l’esercizio muscolare in materia di salute incongruo e anche piuttosto squallido.

Ora col virus il re è diventato nudo e non ci sono più veli. Anche i più distratti si accorgono che senza uno zoccolo duro di servizi sanitari rischia di crollare tutto il sistema per quanto eccellente e di qualità esso sia in certi punti. Lo zoccolo duro è il sistema dei servizi territoriali che con il Covid abbiamo verificato essere quanto meno molliccio. 

Benvenuti nella nuova dimensione della salute. E chi dovrebbe pensare ai servizi territoriali (capillari, vicini ai pazienti che si occupano delle cronicità ecc..) se non il sistema pubblico visto che quei servizi possono dare solo un profitto civile come mantenere alto il livello di prestazioni che alla fine potrebbe essere un guadagno finale in termini di salute e quindi di spesa? Ma sarà davvero così?

Di cosa parliamo quando diciamo medicina territoriale? Di cosa parliamo quando diciamo rafforzare i servizi di base sul territorio? Di cosa parliamo quando diciamo che le cure, se vicine a casa, contribuiscono ad alleggerire il peso per il paziente e per i familiari? Di cosa parliamo quando diciamo Casa della salute che da qualche anno è diventato il punto focale di una nuova riorganizzazione del sistema sanitario decentrato nella regione Emilia Romagna? 

E perché le Case della salute trovano sulla loro strada tanti ostacoli anche da parte degli stessi medici timorosi o diffidenti riguardo al principio ispiratore delle stesse strutture concepite come primo hot spot, punto di accesso al sistema sanitario da parte del cittadino?

Dove è finita la capacità reattiva del cittadini? Dove è finita la volontà di capire e reagire? La coscienza pubblica appare del tutto appiattita sulle scelte superiori. Nessuna reazione ai ridimensionamenti nel settore sanitario. 

Perché non si esprime quella pressione sociale per far sì che i medici di medicina generale optino per mettere in rete il loro sapere? Interrogativi di cui per anni probabilmente non ci si è curati, forse troppo spinti a tenere d’occhio i riflettori di una macro-sanità che si declinava di eccellenza in eccellenza e di cui anche l’Italia può fregiarsi e andare fiera, seppure a macchia di leopardo sul territorio nazionale.

Ma c’è una parte della salute – del mantenimento in salute dei cittadini – che spesso non viene mai in contatto con le aree di eccellenza perché non si pone la necessità acuta di un intervento altamente qualificato. Si tratta di quell’area di bisogno di salute che necessita di una sanità vicina a casa, quotidiana, pronta a dare il servizio che serve continuativamente. 

Si parla di un tipo di sanità che si modella sulla forma della popolazione che cambia, invecchia e che è portatrice di malattie che si cronicizzano e quindi mette in evidenza la necessità di essere presenti sempre quando serve. Tante volte quel “quando serve” diventa una necessità continuativa. (…)

(…) stralcio tratto dal blog

www.antonellalenti.it

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.