Sopra la panca ai Giardini Merluzzo

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di Jennifer Ravellini – Tutti dovrebbero avere una sedia a dondolo, un gatto e un libro di poesie sul comodino. La sedia a dondolo allena l’equilibrio mentale, il gatto predispone all’ascolto e all’osservazione degli altri, mentre il libro di poesie allarga la prospettiva. “È del poeta il fin la meraviglia”, quello stupore che fa sgranare gli occhi come a cinque anni il giorno di Natale.

Foto by @ninione78


Tutti dovrebbero prendersi una pausa su di una panchina anche solo per sfogliare velocemente la “Libertà” o per allacciarsi le scarpe. Starsene seduti in un giardino pubblico a guardare la gente passare fa sentire parte del mondo, senza prenderne parte davvero. Un po’ spettatori, un po’ perdigiorno, ammesso che in un giorno ci sia qualcosa da cercare o da trovare.
“Fa freschino oggi”, ragionare del più e del meno col primo capitato a tiro, “sa se mettono pioggia?”
Portare il bassotto di casa a fare pipì.
Lanciare briciole di pane vecchio ai piccioni, mentre i bambini fanno tana nella panchina a fianco.
“Chi sta sotto? Bum. Pimperettenuse pimperepettepam. Bum. Pimperepettenuse pimperepettepam.”
I Giardini Merluzzo: un vero e proprio parco letterario dove lasciar volare alte le idee, ma solo dopo averle scambiate. Un colpo d’occhio per chi scende dal treno in una Piacenza che muore dalla voglia di farsi scoprire. Il manifesto di una cultura a portata di mano con la concretezza di panchine tematiche: quella davanti alla chiesa di San Savino, a forma di libro squadernato, con pagine illustrate al posto del solito schienale, quella verso l’edicola, simile ad un quotidiano locale con tanto di titoli e sottotitoli in grassetto, oppure quella davanti al Bar Sport, rosa come la “Gazzetta”.
“Chissà chi metteranno in panchina domenica allo stadio… Sylla?”
“Non vado più allo stadio da un pezzo e l’unica panchina che mi viene in mente è quella di Piovani a fine carriera. Grande Pio.”
Rincorrere il silenzio, talvolta invano.
“Cosa sta leggendo?”
“L’ultimo di Franco Arminio” risponde un Signor Pinco Pallo, alla facciacca di chi non frequenta il mondo dei versi. In fondo una panchina è poetica di per se stessa, solitaria o affollata che sia, abituata all’imprevisto e sempre pronta all’improvvisazione come il trombone di Petrella quando devia dalla linea melodica.
“Franco chi? Mai sentito…”
“Arminio. Strano. Va fortissimo sul web. Glielo presto appena lo finisco.”
Scambiarsi libri in un parco letterario è un sogno che s’avvera, o forse è un gesto semplice, ma pieno di inciampi come uno scioglilingua: sopralapancalacapracampasottolapancalacapracrepa.

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