Maurizio Braghin era in tribuna per Pro Vercelli – Piacenza. E’ di Biella, ma con le bianche casacche ha un rapporto particolare. Lì ha cominciato ad essere calciatore professionista, e lì ha finito. Sempre a Vercelli ha allenato. Ha allenato anche nel periodo più delicato della lunga storia bianca. La Pro Vercelli falliva, l’altra squadra cittadina, la Pro Belvedere Vercelli, retrocedeva. Lui accetta il timone del Belvedere, che dopo qualche settimana assorbe il titolo sportivo della squadra coi sette scudetti. E li porta in alto, fino alla serie B. Quella serie B in cui la Pro Vercelli iniziò il campionato al Garilli. La Braga mi dice che va sempre a vedere la Pro. Sono io che non gli dico che lo chiamavamo Braga. E’ uno grosso. Preferisco chiedergli se ricorda il coro: “Grande punizione di Braghin. Lesto ad insaccare Cornacchin”. Non rompe il ghiaccio. La sensazione è quella di obbligarlo a parlare di calcio. Molto probabilmente se gli avessi chiesto: “Maurizio spiegami una cosa. Anticonformista ti accompagna da sempre. Alla fine questo anticonformismo si lega ai capelli lunghi e all’avere altri interessi oltre al calcio. Vai ai concerti, ti piacciono le moto, consideri la pizza con gli amici il massimo della vita. Non è un po’ poco? Il 99% delle persone che conosco, vive così. Penso mi avrebbe risposto più volentieri. Avremmo cominciato a parlare di vinili, libri, fumetti. Probabilmente avremmo parlato anche di cibo. Non di pallacanestro perché sono fermo a Bob Morse. Ma forse avremmo trovato qualcosa anche lì, perché Braghin ha giocato a Varese.
Sono in confusione. Ho la bocca intasata da un “bosslanino” quando mi chiama. Così non trovo di meglio dell’esordire con:
Maurizio sei uno diretto e io ho la fissa delle scommesse. Nella vicenda Toto nero atto secondo, quello in cui bollarono come truccato lo spareggio di Firenze, tu eri a Trieste. Ti squalificano per tre anni. Cos’è successo?
Non ho denunciato quello che sapevo. Ho detto come stavano le cose in sede processuale. Da codice mi toccavano 14 mesi di squalifica. Me ne diedero 36. Periodo buio, in cui ricominciai col basket. E lo presi seriamente. Eravamo in serie C, abbiamo vinto il campionato.
In un campo di calcio ti ricordo come un antico Unno: grande, grosso, chioma incolta, calzettoni giù. Una garanzia di sicurezza. In un campo di basket sarai stato un nano.
Non esagerare. Rimango uno di 184 cm per 100 kg
Il Piacenza a fine squalifica ti riporta sull’erba. Hai qualcuno da ringraziare?
Marchetti mi volle nel progetto. Sapeva com’erano andate le cose e chi ero. Venne a prendermi, di meglio poteva capitarmi poco.
Il primo anno con Rumignani sono 29 presenze e 4 goal. Ricordo solo quello a Tortona adesso.
Ho giocato molto, anche se non ero in completa sintonia col Mister. L’anno dopo arrivò Cagni. Con lui avevo un rapporto particolare. O partivo titolare o stavo in panca. Nelle partite importanti mi metteva e mi affidava tutti i piazzati. Poi mi toglieva e mi lasciava lì. L’anno promozione ho segnato col Baracca Lugo. Grande punizione, senza l’ausilio di Cornacchini.
Mi hanno spiegato che hai un rapporto conflittuale con Cremona. Ho controllato: quando eri da noi, non li hai incontrati. Da cosa deriva?
Boh, quando vado a Novara mi insultano, quando vado a Cremona mi insultano. Vialli disse che il Varese in cui giocavo gli fece perdere la serie A. E io passo per uno che si è impegnato troppo. Li ho incrociati quando allenavo a Vercelli. Mi diedero per 90 minuti del “piacentino eccetera eccetera”. A fine partita andai sotto la loro curva e mi scappò un dito.
Capita. Da calciatore vinci ancora un campionato a Carrara, poi chiudi a casa. Si apre la nuova professione. Torni a Piacenza per le giovanili. Le squadre Primavera biancorosse erano qualcosa di concreto, ma con te fecero il salto di qualità. Non ti chiedo di Gilardino, di cui si sa tutto. Chi è stato il talento su cui avresti scommesso?
Zerbini era già pronto fin dalle giovanili. E uno che secondo me avrebbe dovuto avere un’altra carriera è ancora lì: Matteassi. Ho avuto pochi ragazzi col suo grado di attenzione.
Ci lasci dopo l’annata balorda in cui arrivi alla panca della prima squadra. Eri in coppia con Bernazzani. Come si fa a decidere in due?
Un allenatore non lavora mai in solitario. Si consulta con i collaboratori, con il direttore sportivo, rende conto alla società. Col Berna c’era sintonia. Toccava a me decidere, però eravamo sempre insieme.
Tua moglie mi ha fatto i complimenti per lo spiccato accento piacentino. Avete ancora contatti qui da noi? Mi è sembrata ben allenata.
Si ho ancora amici in città. Sento spesso Morlacchini e quando passo a Piacenza non manco l’appuntamento da “Milione”. Ecco, posso dire che negli anni in cui allenavo da voi, vivevo di calcio in immersione completa. Finito il lavoro sul campo, ci trovavamo dal Gaspa con Marchetti, Rubini, Armenia, Luporini, e altri a rotazione, per continuare a discutere.
Ultima poi ti lascio. Cosa c’è di biancorosso nel cassetto dei ricordi di casa Braghin?
Nel cassetto ho un paio di maglie numero 10 e qualche foto. In testa i ricordi di un periodo davvero intenso.Braghin, le punizioni
e le serate dal “Milione”
Grazie Maurizio, sono sicuro che ci si incontrerà presto.




