Nello scorso mese di febbraio le città finaliste a Capitale italiana della cultura 2020 hanno inviato le loro delegazioni a Roma, di fronte alla Commissione del Ministero per i beni e le attività culturali, perché illustrassero quanto avrebbero fatto se designate. Quella piacentina – guidata dal sindaco Patrizia Barbieri e dall’allora assessore alla cultura Massimo Polledri – ha deciso per un approccio poco convenzionale: la seduta si è infatti aperta bendando i commissari, cui è stata sottoposta una riproduzione ad altorilievo della Madonna Sistina di Raffaello da esplorare con le sole mani come farebbe un non vedente.
Il capolavoro, a lungo conservato a Piacenza presso la chiesa di San Sisto, ma ormai assente dalla nostra città da due secoli e mezzo, si trova oggi presso la Gemäldegalerie di Dresda. E non solo si tratta di un’opera di altissimo pregio, ma anche di un’icona pop, da quando a inizio anni Settanta Italo Lupi prelevò i due angioletti svagati che si trovano nella parte inferiore e li inserì nel logo di Elio Fiorucci. Il successo fu planetario.
Confesso che il gesto, senz’altro simpatico, a suo tempo mi ha fatto tenerezza: portare come simbolo dirompente della città un’opera che si trova a più di mille chilometri di distanza, che ci si trova da metà Settecento, che ci si trova perché venne regolarmente venduta… be’, mi è parso come mostrare la foto della fidanzatina che alla medie ci ha piantati per un altro. A dispetto, tra l’altro, di nostra moglie, che è regolarmente al suo posto: potrebbe chiamarsi Ecce Homo di Antonello da Messina o tondo di Botticelli, Salterio d’Angilberga o cupola affrescata dal Guercino. Non più Ritratto di signora di Klimt, ahimè, ma insomma spazio di manovra per scegliere ce n’era.
Ci ripenso in occasione della recente collocazione in San Sisto dei rilievi: si tratta di pannelli realizzati in stampa 3D dal Lions Club di Piacenza, che insieme alla copia di Giuseppe Nogari da sempre presente fanno memoria del capolavoro. La collocazione è opportuna, avendo tutt’altro segno del febbraio scorso: non stanno infatti a simboleggiare la città come malinteso biglietto da visita, ma stanno in città a celebrare la Gloria dell’assente (questo il titolo di un bel libro dedicato alle vicende del dipinto nel 2004 da Eugenio Gazzola e Fabio Milana).
Tuttavia è anche l’occasione per ragionare sul tema dell’accessibilità al nostro patrimonio artistico. E per accessibilità, nel 2018, non si può più parlare solo di rampe: sono dotazioni fondamentali, ci mancherebbe, ma c’è molto altro da fare.
Per quanto riguarda i non vedenti, quanto è “in piano” (disegni, dipinti, decorazioni) si riproduce con le mappe tattili, cioè fogli con morbide tracce a rilievo, mentre i manufatti richiedono proprio la stampante 3D, in modo che l’oggetto (una punta di freccia o vaso, scultura o fregio) sia conosciuto toccando. Se poi si vuol fare ancora meglio si riproduce l’oggetto con la stampa 3D, di lì si fa un calco, nel calco si cola un materiale che al tatto sia il più simile possibile a quello originario. Chi tocca non avrà solo la percezione delle forme, ma anche della reale consistenza dell’opera. Che in genere non è fatta di plastica. Eccelle in questo una start-up (di Parma, che Capitale della cultura lo è diventata…), 3D Archeolab. Che tra l’altro a forza di fare scansioni in 3D di opere d’arte e di ambienti ha potuto creare il primo museo on line che copre tutta Italia: è visitabile gratuitamente all’indirizzo www.3d-virtualmuseum.it. Il che torna di nuovo utile per l’accessibilità: non c’è rampa che possa portare una carrozzina a vedere da vicino la cupola affrescata in Duomo dal Guercino, ma possedendo una buona scansione 3D e un visore si può riprodurre l’esperienza “a terra”. Non sarà uguale, certo, ma è un deciso passo in avanti.
Altro fronte è quello della disabilità cognitiva, che conosce negli ultimi anni esiti notevoli. L’Abilità onlus di Milano, ad esempio, con il progetto “Museo per tutti” sviluppa piccole guide targettizzate, sia nei contenuti sia nelle modalità grafica, e buone pratiche di fruizione in cui al caregiver del disabile viene insegnato come preparare prima la visita, come comportarsi durante, come metterla a frutto dopo.
Come sempre non saranno le competenze, ma i fondi a mancare. Il buon esempio del Lions Club diventi un modello da seguire per il privato a favore del pubblico: non solo e non tanto “adotta un’opera”, ma “favorisci la fruibilità di quell’opera”. Dandosi l’obiettivo, senza bisogno di gare, di diventare Capitale italiana dell’accessibilità culturale. Un unicum in un Paese, l’Italia, che purtroppo è fatto più di barriere che di ponti.
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