Scritto coi piedi – Skoglund: “Nel Piacenza i miei anni migliori”

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Il Piacenza tutto italiano era ancora lontano a venire. Le squadre senza italiani non parliamone. Da ragazzino il fascino esotico era forte. Una delle squadre biancorosse che ricordo volentieri, aveva due stranieri. Che poi stranieri non erano, se giocavano all’epoca. Era la stagione 80-81, il capitano era Mendoza, il fantasista era Evert Skoglund. Rintraccio Evert grazie ad Armando Mulinacci. Ci avevo tentato anni fa. Un collega milanese mi indicò il suo bar al Lorenteggio. Ci andai, ma dietro al banco non c’era il mio obiettivo.

Buongiorno Evert, gestisci ancora quel bar o hai cambiato attività?
C’è un errore. Il bar è di mio fratello, lui abita sempre a Milano. Io avevo una tabaccheria. L’ho venduta, e adesso sono in pensione a Lecce. Mia moglie è di qui. Ci siamo trasferiti al mare, lontani dal casino.

Allora spiegami subito una cosa. La tua carriera comincia all’Inter, quella di tuo fratello al Milan. Volevate monopolizzare i Navigli?
Fu una decisione di mamma, comandava lei. Disse che ci saremmo ostacolati. Giorgio è più giovane, ma eravamo inseparabili. Abbiamo giocato insieme un anno a Lecce. Fu più sfortunato, si fece male all’esordio. Allora gli infortuni erano cose serie.

Il mio amico Gabriele è interista maniacale. L’anno scorso era in ferie a Stoccolma. Nel posto d’onore del ristorante c’era una gigantografia di tuo papà. Gabriele sostiene che in Svezia è più conosciuto di Ibrahimovic. Sbaglia?
Non sbaglia. A Stoccolma hanno messo un monumento in via Katerina Bangata 42. É l’indirizzo dove è nato papà. Figurati che sono tuttora in contatto con i tifosi della sua prima squadra. Mi invitano sempre per le grandi occasioni.

Già, le grandi occasioni. Fai tutta la filiera delle giovanili nerazzurre. Con loro debutti in serie A. Segue il contratto, seguono i prestiti in squadre di categoria inferiore. Potevi rinverdire le gesta del babbo, o quello che hai avuto in carriera, era il massimo raggiungibile?

Esordii all’Olimpico in un Lazio-Inter davanti a 100000 persone. Quelli della prima squadra mi volevano bene. Non mi mancava niente per stare lì. Però avevo la lingua lunga all’epoca. Il presidente mi rimproverò, dopo un tempo giocato male contro la Samp. Gli risposi. A fine anno ho cominciato con i prestiti. Magari poteva andare in altro modo, ma è stata una bella avventura anche così.

Rimaniamo sulla Svezia. Cos’hai tifato nello spareggio per il Mondiale?
Sono nato svedese solo burocraticamente. Ho ancora tanti parenti là, ma non parlo la lingua (l’accento è meneghino puro). Ai diciott’anni ho scelto cittadinanza italiana, essendo di qui a tutti gli effetti.

Adesso andiamo a Piacenza. Sei stato 4 anni da noi. I miei ricordi non fanno testo, bastava toccassi la palla ed ero felice. I numeri dicono di un centrocampista che in 80 partite segna 14 reti. Come giudichi il tuo periodo biancorosso?
Sono stati i miei anni migliori, sia come rendimento, sia come ambiente. Ho avuto la fortuna di giocare con dei grandi. Il più grande senza dubbio Fiorini. Mi trovavo a meraviglia. Gli passavo la palla, e lui la metteva dentro. Ci fosse stata una classifica assist, l’avrei vinta quell’anno. L’unico neo fu la stagione con Meciani allenatore. Non mi vedeva, ho concluso poco.

Ho giocato anch’io con un Mendoza. Il tuo com’era?
Bel giocatore, aveva carisma. Divenne subito capitano. Anche lui figlio d’arte tra l’altro.

Milano è vicina. Facevi il pendolare o abitavi qui?
Abitavo a Piacenza, prima in via San Marco, poi in una traversa del corso. A mia moglie piaceva molto il centro. Anch’io mi trovavo bene. Il luogo di ritrovo era il baretto di Medardo, quindi a due passi. Amicizie in città non ne sono rimaste. Le nostre frequentazioni erano tra i compagni di squadra. Però se fate qualcosa per il centenario, avvisami. Vengo volentieri.

Il calcio professionistico trovo sia la massima espressione dell’ipocrisia italica. Armando (Mulinacci) mi ha detto che sei stato suo testimone di nozze. Quindi è vero che serve letame per far crescere forti i fiori?
Ho sempre parlato schietto. Come si dice, con la lingua fuori dai denti, no? Ho capito solo col tempo che per fare il calciatore, non era una dote. Ma i legami che nascono in gruppo, sono qualcosa di potente. Mi credi che sento ancora i compagni della primavera? Armando l’ho conosciuto proprio da voi. I rapporti sono diventati speciali, ma è normale. Ha giocato a Sant’Angelo dopo di me. Non gli sembrava vero, poter giocare con un fenomeno simile (Ride).

Lo chiedo a tutti: hai ancora una maglia delle nostre?
Mio figlio sostiene che sia a casa della nonna. Sinceramente ci spero, perché il giovane ha sempre avuto la mania di regalare le mie cose agli amici. Era quella Admiral, numero 7.

Questo invece non l’ho mai chiesto a nessuno. Hai deciso di smettere col calcio e smetti. Il giorno dopo cosa succede? Vai in astinenza e cerchi un parco dove ci sia qualcuno che palleggia?
Ho smesso a Latina e sono sincero: mi pesava anche cambiarmi. Per me è stato naturale chiudere. Ho provato in Interregionale, ma sentivo di non avere il giusto approccio. Adesso cammino molto, cedo a qualche calcetto malvolentieri. Non mi sono mai infortunato in carriera. Farmi male a 65 anni mi farebbe girare le scatole.

Grazie Evert per lo spettacolo offerto. Appuntamento per il centenario allora.

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