La stagione 1976-77 è una di quelle interlocutorie. Il Piacenza, appena retrocesso dalla Serie B, cambia la guida tecnica. Per la conduzione dei lavori, ci si affida a un cognome illustre, Invernizzi. Carosello era trasmissione di culto, la fama era calcistica e casearia. La rosa mantiene una struttura importante. Sono parecchi i confermati dalla precedente stagione. In estate pare lecito pensare in grande. Andrà diversamente. Contatto Giuseppe Regali, lui c’era e abita poco distante. Vado a farci due chiacchiere. Scopro che parecchi sono passati di qui, approfittando della vicinanza. La disponibilità non ne risente. Gli fa piacere parlare di Piacenza.
Buongiorno Giuseppe la 76-77 fu annata balorda. Lei era capitano, sempre presente. Come andarono le cose?
Non ci siamo trovati. A distanza di tempo penso ancora una cosa. Fabbri ci aveva insegnato un modo di stare in campo. Quell’anno fu come tornare indietro. Il gruppo era stagionato, non gli riuscì di adattarsi alle direttive. Mi dici che hai già sentito altri compagni, ti avranno confermato che Gibì era avanti vent’anni rispetto a tutti.
Sempre 76-77: noi annaspavamo a metà classifica, la Cremonese vinceva il torneo. La incontrammo quattro volte, due in campionato, due in coppa. Bilancio di assoluta parità: una vittoria per parte e due segni X. Quindi l’aria di derby la sentivate?
Si sentiva, certo. Non avevamo le cuffie per la radio noi. Quando uscivamo dagli allenamenti c’era sempre gente che ci avvicinava e scambiavamo volentieri due parole. Ho segnato con la Cremonese in coppa Italia. Lo ricordo perché fu l’unico goal quell’anno. Ce ne fu uno col Pergocrema, ma rinviarono la partita per nebbia.
Così vicino, così lontano. Abita a pochi km, ma in città non la vediamo più. Chi le tiene i contatti?
Leggo, mi tengo informato. Il canale privilegiato era Pizzasegola, caro amico, purtroppo mancato.
Ero in ottimi rapporti anche col presidente Loschi. Abitavo da lui, in una villa verso Gossolengo.
Le è mai più venuta la voglia di venire allo stadio?
Ci sono tornato a vedere qualche partita anni fa. Ma sono sempre stato impegnato col calcio. Ho giocato fino a 40 anni qui a Belgioioso. Poi ci sono entrato come dirigente. Adesso ho chiuso, è giusto avere un ricambio.
Allora è la persona giusta: ci si diverte di più nei professionisti o nei dilettanti?
In campo ci si diverte sempre. Cambia fuori.
Per non fare proprio la figura del cioccolatino, ho letto la sua pagina Wikipedia. Si dice che ha smesso l’attività sportiva, perché il ruolo di bancario non era compatibile con le regole del calcio professionistico. Di cosa si trattava?
Quando ho lasciato Piacenza, sono stato assunto in banca. Mi sono tesserato col Pavia che era in D, e si allenava la sera. Però abbiamo vinto il campionato. L’istituto di credito mi concesse una deroga, per partecipare alla stagione di C2. Ci salvammo bene. Con un’altra stagione da professionista all’orizzonte, con l’istituto di credito poco propenso a prolungare la deroga, mi trovai al classico bivio. Ho scelto la sicurezza.
Lei ha giocato 5 anni a Parma e 3 anni a Piacenza. La coppa dove la compra?
Visto che ti piace la coppa, puoi scrivere di quel mercoledì che andammo a Roma. Era una notturna. L’articolo di Sabino Laurenzano che uscì il giovedì mattina titolava: “Regali fa tremare i 65.000 dell’ Olimpico”. La partita la perdemmo poi 2 a 1, ma li abbiamo fatti tremare davvero.
Ero partito pieno di speranze, ma trovo pochissime maglie d’epoca. Lei ce l’ha?
Devo avere un paio di calzettoni. Le divise, quando giocavo,non erano un mercato. Ho un bel dono che mi fecero i club biancorossi: una raccolta di tutti i resoconti delle gare disputate. Lo sfoglio sempre con piacere. Ho passato tre anni importanti a Piacenza. Mi hai chiesto solo del’’ultimo. Quando vuoi parlare degli altri due, sai dove trovarmi.
Per ringraziare Giuseppe Regali, gli ho promesso un invito per la festa del centenario. Mi è sembrato contento.




