
La metafora utilizzata rende bene lo scenario: il servizio pubblico
nazionale, è come fosse un ghiacciaio che rischia di scivolare giù,
sempre più giù. Sarà inevitabile?
Le strade per recuperare ci sono e passano per tre parole chiave:
visione, risorse e riforme. Considerazioni che, se offrono uno
spaccato di valutazioni della scala nazionale, va da sé che si
declinino e si materializzino anche localmente. Emilia Romagna e
Piacenza compresa.
Il dott. Nino Cartabellotta, alla guida della Fondazione GIMBE,
invitato dall’ordine dei medici di Piacenza presieduto da Augusto
Pagani, ha affondato lo sguardo sullo stato di salute e/o di
sofferenza del sistema sanitario e non ha usato mezzi termini sia
nell’elencare le deficienze sempre più macro che tocchiamo con
mano tutti quando abbiamo bisogno di salute, sia per tracciare
alcune linee guida per poter affrontare i problemi.
Non si scappa dalla terna, visione, risorse e riforme. È la vera
sfida. Quando si parla di visione – ha richiamato – si intende
chiarire verso quale modello si vuole indirizzare il sistema
sanitario nazionale. In sostanza significa aumentare negli anni i
finanziamenti e mettere in tavola riforme del sistema che
rispondano a un nuovo Patto politico sociale come fu nel 1978
quando prese forma il Sistema stesso.
Il servizio sanitario nazionale è irrinunciabile – ha messo in rilievo
– rappresenta un motore di sviluppo. Se questo paracadute
scomparisse si aprirebbero problemi di carattere economico e
sociale. Il messaggio chiaro e forte che arriva dalla Fondazione
GIMBE è che se il Servizio sanitario nazionale non sarà al centro
dell’attenzione di tutti gli organi politici e istituzionali, da qui ai
prossimi anni, il ghiacciaio “verrà giù” inevitabilmente.
Come in un rosario, durante l’incontro in Fondazione, si sono
mostrate nelle slide e nelle parole dei protagonisti dati su dati da
cui evincere le macroscopiche carenze del sistema che ancora si
chiama nazionale, ma che è gestito dalle singole regioni dando
performances sempre di più a macchia di leopardo. Ed è una delle
tante debolezze che si evidenziano.
Le debolezze del sistema
Ci sono i problemi strutturali che si chiamano: tempi d’attesa,
affollamento dei pronto soccorso, mancato accesso
all’innovazione. A seguire arrivano puntuali le conseguenze delle
ragioni strutturali tra cui: diseguaglianze tra sistemi regionali e
migrazioni sanitarie. Non mancano poi effetti sociali sempre più
visibili e quantificabili. Da un lato l’aumento della spesa per la
sanità privata (per chi può) dall’altro l’impoverimento delle
famiglie che porta all’estrema e impensabile soluzione (se si
concepisce un sistema sanitario universale): la rinuncia alle cure.
Il tutto innesca non pochi interrogativi sulle possibilità di
“prendere per i capelli” quel ghiacciaio che sta sfuggendo.
Che dire?
Cartabellotta ne è certo: “siamo già di fatto in un sistema misto
(pubblico/privato) senza saperlo”… Parole che gelano. E che
lasciano capire che questo non potrà che procedere, crescere…
Sarà così? E poi un’altra certezza che si è fatta strada nel suo
illustrare è che, sul piano delle prestazioni sanitarie “siamo in un
paese spaccato ed è chiaro: “esiste un problema meridionale
quando si parla di sanità”. Alcune linee di indirizzo per correggere
le storture, tra le pieghe di un discorso complesso e specialistico,
si sono colte dalle parole di Cartabellotta.
Investono le nervature più sofferenti della sanità tutta con un
avvertimento da tenere sempre presente: “attenzione, nessuno si
può curare se non c’è una struttura pubblica altrimenti quello che è
sancito come diritto diventa evanescente”.
Non mancano considerazioni che suonano critiche rispetto alle
soluzioni per alcuni problemi scottanti. Dalle liste d’attesa su cui
ha avvertito: “rispondere con una maggiore disponibilità altro non
fa che accrescere la domanda. E poi una denuncia pesante “Il
problema di fondo si tutto questo è che si è persa la presa in carico
dei pazienti”. E tutto si tiene con la crescita delle liste d’attesa.
Una situazione di debolezza che presenta dei rischi. La
concorrenza è uno degli aspetti. Non riguarda però la concorrenza
del privato accreditato con il SSN. Si presenta oggi un soggetto
nuovo: il “privato puro che non si vuole accreditare e rischia di
diventare un catalizzatore importante di professionisti sottraendoli
al pubblico”. Un fenomeno che a quanto pare è già in atto.
E quindi in una situazione così magmatica la svolta non possono
che essere le riforme da richiedere con forza. Dalle sue parole si
evince che nulla potrà cambiare senza. E ancora sulla questione
meridionale accennata in precedenza Cartabellotta ha messo in
evidenza come il fatto che tanti dal Sud arrivino al Nord per farsi
curare, in cerca di prestazioni che non trovano vicino a casa; se
può apparire positivo di primo acchito, sul lungo periodo può
diventare negativo perché questo aggraverà i costi della sanità del
Nord che potrebbe intaccare la sostenibilità tanto da non riuscire
più a soddisfare le esigenze dei propri cittadini. Gli altri aspetti su
cui il presidente di GIMBE ha posto l’accento hanno riguardato la
mancanza dei medici che ancora – secondo la sua valutazione – si
va ad intrecciare con le dinamiche di un mercato privato
dell’occupazione. Da un lato – ha ricordato – si formano medici
nel sistema universitario che poi si sa già che non lavoreranno nel
pubblico. Perché? Il medico ormai guarda al libero mercato e
questo è sicuramente un’involuzione. Questo fenomeno
relativamente nuovo spiega – secondo Cartabellotta – anche il
fatto che nelle scuole di specializzazione vengono disertate le
branche che non interesseranno il libero mercato della professione
come ad esempio la medicina d’urgenza, ma anche i medici di
medicina generale. Una carenza questa che investe anche le
maggiori regioni del Nord. Un esempio? In Emilia Romagna
mancano 506 medici di famiglia. Ecco tutto concorre – ha esortato
Cartabellotta – a definire scelte precise per arginare la situazione.
Dall’incontro emerge una valutazione, a volte senza appello, su
quello che sta accadendo nella realtà, di cui anche a Piacenza si
conoscono i risvolti concreti. Critiche e proposte si sono
intrecciate nel confronto, coordinato da Giovanni Volpi, che il
presidente di GIMBE ha avuto con il professor Giorgio Macellari
e con la direttrice generale Ausl Paola Bardasi presente in una
giornata molto difficile per l’istituzione sanitaria con l’arresto del
primario di Radiologia Emanuele Michieletti avvenuto nella
mattinata.
Nel suo argomentare il dottor Cartabellotta ha suggerito alcune
“medicine” per la cura di un sistema malato. Ma senza
finanziamenti non potrà esserci storia: è il messaggio che ne esce.
L’obiettivo secondo Cartabellotta – e su cui tutti gli attori devono
lavorare – deve essere quello di attuare strumenti che permettano
di generare meno malati nei prossimi decenni. È questo il punto di
fondo. Come farlo? “Servono politiche coraggiose – ha ricordato
Cartabellotta – interrogandosi anche se saremo in grado di
cogliere l’obiettivo. Ma i finanziamenti non bastano servono
anche le riforme che rinverdiscano e attualizzino il sistema
salvaguardandone il valore universalistico da cui ha preso forma
E tra le proposte che lancia la rete nazionale della Fondazione
GIMPE (ha rappresentanze anche a Piacenza) per rilanciare il
servizio sanitario nazionale varato 45 anni fa nel 1978 c’è sia il
reperimento di risorse attraverso il recupero dell’evasione fiscale,
ma anche attraverso una tassa di scopo la SinTax. Ma si sa che
non sarà facile perché il recupero dell’evasione e in generale tutto
quello che ha a che fare con la fiscalità da sempre è un terreno
scivoloso che, lo si è visto in tanti decenni da parte di tutte le parti
politiche, diventa impraticabile.
Dai numeri uno spaccato della realtà
Se si osserva il comportamento dei cittadini italiani secondo i dati
Istat del 2023, 4,14 milioni di famiglie hanno speso per sanità il
15,7%; 1,35 milioni di famiglie (5,1%) hanno mostrato
indisponibilità economica temporanea. A questi dati se ne
aggiungono altri due che completano il quadro della rinuncia alle
prestazioni sanitarie e sono in totale il 7,6% della popolazione pari
a 4,5 milioni di persone. Per il 4,2% di questi le ragioni sono
economiche. Il dato consegna un aumento di 600mila persone in
più rispetto al 2022 che hanno rinunciato a curarsi. Altra
schermata che impressiona è l’aspettativa di vita alla nascita ed è
elemento considerato strettamente legato al livello dei servizi
sanitari presenti. I risultati sono inequivocabili per l’Italia è 83,1
anni ma ci sono tante regioni che scivolano sotto questo dato: in
fondo alla classifica Sicilia e Campania con 81,8 e 81,4 anni di età
media. Emilia Romagna? Leggermente superiore alla media
nazionale con 83,6.
Un quadro complicato
Dopo tutto questo, si fa largo un interrogativo: quanto dello
scivolamento del ghiacciaio richiamato in apertura sia già
avvenuto e sia ancora rimarginabile e quanto gli interventi
eventuali futuri potranno riequilibrare una situazione che, a detta
dello stesso presidente di GIMBE, naviga già in pericolose acque
che rischiano il non ritorno. Ma c’è un altro interrogativo che dalle
parole di Cartabellotta ha colpito chi lo ha ascoltato. Come un
flash è passato sulla sala della Fondazione di Piacenza e Vigevano
un’idea fugace secondo cui il salto del sistema sanitario concepito
nel 1978 per il dopo-mutue e la frammentazione degli enti
ospedalieri dando vita al principio dell’universalità della cura, non
sia già in uno stato di sfaldamento irreversibile. Lo è?
Il pensiero potrebbe essere indotto da alcune circostanze
richiamate nel corso dell’incontro anche dagli altri interlocutori
dell’invitato principale. Tra cui il professor Giorgio Macellari che
nel suo intervento ha ricordato come la politica non possa
disinteressarsi di questo problema. Ha poi centrato il punto su
ricerca e prevenzione rilevando che non si può accettare che ci
siano luoghi di cura dove si fa ricerca e dove non si fa. Posto che –
ha aggiunto – dove si fa ricerca si cura meglio. I medici si
impegnano in questa direzione nella ricerca clinica ed è possibile
per tutti compierla anche in collaborazione con i grandi centri.
Disparità di situazioni che contribuiscono a mettere a rischio il
sistema sanitario? È la domanda. L’altro elemento sollevato da
Macellari ha riguardato la medicina preventiva. Tra i paesi del G7
siamo all’ultimo posto. E pensare che se applicata potrebbe ridurre
del 50% le malattie tumorali e salvare vite. Infatti tra queste il 65-
70% sono di origine ambientale e le altre sono legate alle
caratteristiche personali… La prevenzione permetterebbe di
risparmiare risorse indispensabili. Un occhio su Piacenza è
arrivato dalla direttrice generale dell’Ausl Paola Bardasi. Anche
lei soffermandosi sulle questioni cruciali del funzionamento locale
in cui opera da tre anni. Luci e ombre sui risultati che a volte non
sono il linea con gli standard regionali come sugli screening – ha
ricordato Bardasi che aveva già sollevato il problema durante
l’audizione in consiglio comunale nelle scorse settimane.
“Piacenza è agli ultimi posti in Regione”. E se sulle case di
comunità si sta lavorando con i fondi del PNRR per concluderne
otto, la struttura ospedaliera – ha segnalato Bardasi – resta
inadeguata al punto che non si riesce a portare un robot nelle sale
operatorie. Segnalando con questo una limitatezza strutturale
dell’ospedale che non consente appieno l’utilizzo di nuove
tecnologie di cui si dispone.
Intanto si lavora al nuovo ospedale che sarà anche luogo di ricerca
(come già si fa). Bardasi ha messo in evidenza un argomento non
nuovo. La rivendicazione di un rapporto paritario con l’università
anche per la ricerca. Spesso – ha rilevato – la ricerca in ospedale
può dare più frutti di quella in università. E anche nella scelta dei
primari il parere dell’azienda non deve essere da meno da quella
del rettore”.




