Romano Gobbi, il libro e l’arte

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Con Romano Gobbi, straordinaria figura di libraio-imprenditore-promotore di cultura, se ne va un pezzo importante di Piacenza. Non se ne vanno, per fortuna della città, le sue creature: la libreria Internazionale di via Romagnosi e la Postumia di via Emilia Pavese, quartiere Sant’Antonio.
A Ippolito Negri, giornalista e amico di Gobbi, abbiamo chiesto un ricordo. Generosamente, del decano dei librai piacentini, Negri ci ha restituito un efficacissimo ritratto in piedi.

Romano Gobbi


“Il primo ricordo che ho di Romano – racconta il noto giornalista – risale ai primi anni Sessanta, quando lui cominciava a vendere libri porta a porta per Mondadori. La sua figura di libraio l’ho vista crescere mano a mano, ho seguito l’evoluzione dei suoi negozi, avendo, come molti, il pallino e la passione per i libri. La sua prima libreria la troviamo in piazza Sant’Antonino, poi in via Verdi e infine in via Romagnosi, in una sede diversa da quella attuale, poche decine di metri più avanti, sull’altro lato della via. Alla fine degli anni Sessanta, intellettualmente curioso e attento alla contemporaneità, ebbe l’intuizione di cavalcare il mondo dell’arte, ospitando la mostra di Lucio Fontana, allora artista poco noto [con il Centro di Documentazione Visiva, nato su iniziativa di un gruppo di giovani artisti piacentini, tra cui William Xerra, Ugo Locatelli, Alberto Esse su impulso di Lorenzo Spagnoli, ndr].
“Gobbi – prosegue Negri – ha sempre mescolato la genialità e la concretezza del contadino (la terra, oltre ai libri, era la sua passione). Genialità: intuì che le barche possono essere fabbricate anche lontano dall’acqua, ricordo qui che il cantiere Gobbi di Sariano è del fratello. Per quanto riguarda i libri, concepiva la sua libreria come un cenacolo, come luogo di incontro e commistione fra libri e arte. Con la mostra di Fontana seppe cogliere lo spirito del tempo, fu un esperimento. Del resto aveva indubbie capacità, un robusto senso degli affari, la spiccata capacità di rapportarsi col cliente: mai ha mandato via qualcuno senza il libro desiderato. Sportivo e organizzatore, fu tra i primi a dedicarsi allo judo. Tra i fondatori del circolo ‘La Primogenita’, negli anni Settanta crea una rivista periodica insieme a Pier Luigi Peccorini Maggi. Oltre alla grande libreria di via Romagnosi ha l’idea di acquisire l’ex chiesetta di via San Giuliano con l’intento di ospitarvi happening e attività. In seguito, i libri si mette anche a stamparli, assecondando quella voglia di scrivere che abbiamo un po’ tutti”.

Ippolito Negri


Nessun interesse per l’informazione?
“Mi chiedeva allora come si fa un quotidiano e io gli rispondevo: i primi tre anni butti via i soldi, poi devi decidere se fermarti o buttarne via degli altri. In occasione dell’ultimo tentativo della Cronaca (quotidiano piacentino, in edicola per qualche anno), offrì la chiesetta come sede per la redazione con la convizione che il dibattito, la pluralità di voci, contribuisce alla crescita collettiva. Non fece mai nessuna scelta di campo, c’era spazio per tutti: da Nello Vegezzi a Peccorini Maggi. Sulla nostra rivista l’Urtiga teneva insieme il partigiano Ettore Carrà e Maurizio Dossena. Tanto è vero che il suo ricordo è stato bipartisan. Tra i clienti più assidui aveva Carlo Berra, Daniele Novara, Corrado Sforza Fogliani, cioè tutti quelli interessati alla cultura, senza distinzione. Il suo vanto era di avere tutte le pubblicazioni locali”.
Come nasce l’idea della rivista l’Urtiga?
“Nasce nel 2012 da lui e da Luigi Paraboschi [compianto ex preside e coltissimo studioso di dialetti, piacentino in primis, ndr] con l’intento di fare qualcosa legata a Piacenza e alla sua lingua vernacola. Poi il dialetto è stato ritenuto un po’ riduttivo. Mi è stata proposta la gestione e la direzione e da allora – 2012 – con Romano ci siamo visti tutte le mattine fino al giorno del suo incidente. Tre numeri all’anno, per lui non è stato un giocattolo ma un impegno duraturo. Lasciava molto liberi ma chiedeva di scrivere a tutti quelli che passavano in libreria e riteneva degni di fiducia. Tra le firme più assidue, oltre a Paraboschi, Carmen Artocchini, Cesare Zilocchi, Gigi Rizzi. La rivista tratta di cultura piacentina in senso lato: dalla storia al dialetto. Romano ha avuto la forza di coinvolgere le persone, non ha mai voluto pubblicità, io ho cercato di inserirvi claims d’epoca, chissà che in futuro… Beh, andremo avanti, con le le figlie che hanno raccolto la sua eredità”.
La famiglia, dunque.
“Ha educato le tre figlie al mestiere di libraio, ha avuto un grande supporto dalla moglie che era il vero uomo d’ordine dell’azienda. Di Mariuccia [la moglie, ndr] ha sofferto molto la perdita, così come ha sofferto la perdita di alcuni grandi amici: Lino Gallarati, Luigi Paraboschi, Pier Luigi Peccorini Maggi. Erano i suoi punti di riferimento. Quando sono venuti a mancare a poco a poco ha iniziato a staccarsi dalla vita”.
Le librerie hanno ancora un futuro?
“Il sistema migliore è usare gli stessi canali della modernità: tutto il magazzino dei fuori catalogo ai colossi on line ha iniziato a fornirli lui. Il magazzino della Romagnosi è sterminato, anzi di più. Alla Postumia ci sono bancali e bancali di libri ricchi di tesori, ovvero di tante prime edizioni. In questo senso, come vero e proprio giacimento, le librerie hanno un futuro. Romano, ecco un ultimo esempio, aveva una grande passione per i libri piacentini, voleva averli e tenerli tutti. Negli ultimi tempi ancora andava a cercarli sui mercatini”. rnazionale del collezionismo, quindi potrebbe stare in qualsiasi museo del mondo”.

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