In origine furono i verdi, nelle varianti del sole-che-ride ed ecologisti-albero, ma si parla degli anni Ottanta, quindi di tanto tempo fa e oggi si può dire che tutto è cambiato e che niente è cambiato. In origine furono i verdi ma ancor prima furono i problemi che gli ambientalisti sollevarono, portandoli all’onore del mondo e all’attenzione dell’opinione pubblica. Se si può (anche) dire che nulla è cambiato è perché la questione, in fin dei conti, è rimasta la stessa. Ancora, sul tappeto, si confrontano i fautori di differenti modelli di sviluppo. Anzi, da un lato di una ideale scacchiera potremmo mettere gli scacchi degli “sviluppisti” e dall’altro le pedine dei valorizzatori dell’esistente (esistente inteso come risorsa ambientale). Se concentriamo la nostra attenzione sugli ultimi dieci anni vediamo che proprio di questo si tratta, ovvero di un continuo, estenuante confronto tra questi due modi di intendere lo sviluppo. Non saremmo esaurienti, infine, se tacessimo la novità, sicuramente positiva, rappresentata da un’opinione pubblica non più silenziosa e non più alla finestra, bensì pronta a organizzarsi in comitati e movimenti, capace in questo modo di garantire l’esistenza in vita della democrazia, troppo spesso svilita nei fatti e nella pratica politica.
Le valli
Che l’Appennino soffra da anni, almeno dagli anni sessanta del secolo scorso, di un progressivo depauperamento demografico, in gran parte dovuto alla necessità di emigrare nelle città per trovare lavoro, e di un conseguente invecchiamento della popolazione residente, è cosa nota. Così come nota è la ricerca di soluzioni per invertire la tendenza. Dunque il confronto tra idee differenti di sviluppo e crescita. Se le valli piacentine, la valle del Trebbia e la valle del Nure, hanno una risorsa questa è indubbiamente l’acqua. Ed è a questo proposito che gli “sviluppisti” si proponevano di prendere il treno della crescita, o almeno dell’inversione di una tendenza negativa: importanti società avrebbero voluto investire nelle nostre valli intubando tratti di fiume e di torrente al fine di produrre energia elettrica. Il manufatto più importante sarebbe dovuto sorgere a Confiente, a monte di Marsaglia, dove l’Aveto appunto confluisce nel Trebbia. Ecco, finalmente, lo sviluppo a portata di mano. Ma tutto sembrava troppo facile, tutto era troppo facile. Queste società che con tanto interesse guardano ai nostri corsi d’acqua ce la racconteranno giusta? Siamo nel 2007 e nasce No Tube, un’associazione ambientalista destinata ad animare il dibattito e, a detta dei suoi non pochi sostenitori, anche non attivisti, destinata a sventare in più occasioni lo scempio del Trebbia, del Nure e di tre-quattro loro affluenti montani. No Tube mobilita velocemente centinaia di persone, raccoglie migliaia di firme tra Piacenza e provincia, organizza serate di informazione, presenta studi geologici e relazioni di esperti, rivela che la centralina di Confiente sarà in realtà una centralona: avrà il volume, e occuperà lo spazio, di un palazzo di sei piani. Ma soprattutto No Tube ha un asso nella manica, un seguito popolare che stupisce, che si radica nei paesi, che ascolta ma non accoglie le ragioni sviluppiste anche di qualche sindaco. Negli anni seguenti la minaccia sventata a Confiente si ripropone un poco più a valle. Il progetto di un giovane ingegnere genovese propone la realizzazione di una centrale a San Salvatore, proprio là dove il Trebbia disegna curve sinuose che lo rendono particolarmente degno di fama. La mobilitazione spontanea muove anche le istituzioni e il ballon d’essai (questo probabilmente era) del progettista ligure si sgonfia velocemente.
Movimenti e partecipazione
Ma la cronaca ambientale degli ultimi lustri non si esaurisce con la proposta respinta di costellare i corsi d’acqua di tubi in cemento e centrali più o meno grandi. La cronaca di un decennio che fugge, che in parte è già fuggito, è caratterizzata dal nuovo protagonismo di una popolazione che, superando gli steccati dell’appartenenza politica, si mobilita per salvaguardare ciò che percepisce come il bene più prezioso. Vanno in questa direzione le recenti opposizioni alle ipotesi di realizzare centrali a biomasse in territorio piacentino, prima a Ferriere e poi a Bettola, con quest’ultimo caso che mette in evidenza la rabbia della gente quando ritiene di essere stata ignorata, nell’assunzione di decisioni importanti, dai propri rappresentanti. Lo stesso dicasi per il ventilato (è il caso di dirlo) impianto eolico in località Nicelli, territorio di Farini, alta Val Nure.
Un discorso ampio, dunque, che al di là delle emergenze, o dei veri propri incubi (come pensare a un edificio equivalente a un palazzo di sei piani a Confiente), testimonia di una ormai diffusa e vigile presa di coscienza, a livello di opinione pubblica, sulla nostra realtà ambientale. Pensiamo alla protesta latente e pronta a deflagrare nel caso la mai deposta volontà di costruire dighe in Trebbia, per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico a beneficio dell’agricoltura, si concretizzasse in un progetto sostenuto da una forte volontà politica. Oppure, sempre in positivo, pensiamo alla nuova sensibilità manifestata da una larga parte di popolazione piacentina in favore della destinazione a parco dell’area ex Pertite. Anche in questo, naturalmente, si può inserire la strumentalità di alcune prese di posizione, l’eterno gattopardismo capace di cogliere nelle finte rivoluzioni l’occasione per continuare a fare buoni affari. Ma la consapevolezza della necessità di salvaguardare il verde, di procurarselo realizzando polmoni verdi, restano fatti positivi.
Certo, un respiro di sollievo potrà essere tratto quando i cittadini cominceranno a ribellarsi, pacificamente come adesso, a un consumo di suolo insostenibile e ingiustificato, come è evidente soprattutto nelle periferie e nei centri abitati dell’hinterland urbano. Istruttiva, in questo senso, è anche la visione della quinta di scheletri, un vero e proprio ossario di impalcature, che deturpa il paesaggio a sud di Bobbio, direzione alta Val Trebbia, di fronte a quelle che furono le terme della città di San Colombano.




